Una tentazione pericolosa

Lamentarsi della propria condizione è un atteggiamento comune per gli esseri umani, ma è senza dubbio il modo migliore per non ottenere alcun risultato. Un antidoto infallibile? La gratitudine.

Rendere le persone capaci di reagire alle difficoltà della vita è uno degli obiettivi della pratica buddista. Anche a questo servono meditazione e azioni concrete e costruttive, l’esercizio quotidiano davanti al Gohonzon e la ricerca interiore che permette di immaginare, di volta in volta, le soluzioni più adatte. Ma a far passare di colpo la fantasia, a rosicchiare la voglia di fare, il più delle volte ci pensa il tarlo insidioso della lamentela, lo stillicidio continuo dei «non ce la farò mai» e dei «perché proprio a me». Un impiccio di non poco conto per chi abbia scelto una pratica di autodeterminazione come quella buddista che spinge le persone a fare la propria rivoluzione umana, liberandosi dai modelli imposti e manifestando una forte identità.



Beninteso, non si tratta di mordersi la lingua perché lamentarsi “porta sfortuna” o – peggio ancora – perché è peccato. Il dovere della morale astratta o il senso di colpa non c’entrano granché con la filosofia buddista e parte del lavoro da fare su stessi consiste anche nell’emanciparsi da quegli atteggiamenti radicati che sotterraneamente continuano ad agire anche dopo aver scelto di sperimentare la pratica. Riguardo alla tendenza a lamentarsi o a lasciarsi andare al pessimismo – così come in tutte le altre questioni – il Buddismo non impone comandamenti, semplicemente invita a osservare il funzionamento della legge di causa ed effetto nella quotidianità. E in effetti ci vuole poco per accorgersi che basta dare il “la” alla solita litania depressiva dei «mi va tutto male» o alla paranoia dei «ce l’hanno tutti con me» perché i mesi diventino una sequela di giornate nere, per disarcionare i sogni e farli precipitare nel tombino degli impossibilia. Si può trasformare una sconfitta in vittoria ma, mettendosi di impegno, con olio di lamentele e di sgomento, si può riuscire a fare anche il contrario. Il destino non ci riserva nulla di predeterminato, siamo noi a indirizzarci verso un tipo di futuro o un altro, creando le condizioni per uno sviluppo positivo o negativo.
Uno degli insegnamenti di base del Buddismo dice che ognuno dovrebbe assumersi la responsabilità della propria vita, senza aspettarsi che le soluzioni dei problemi piovano dal cielo. Ma è un principio difficile da accettare: di fronte a ostacoli e problemi è più facile dare la colpa alle circostanze, alla famiglia, al governo, piuttosto che decidere di impegnarsi per trovare una soluzione. Il punto è che se non si osserva la propria vita cercando di capire qual è la vera causa del problema difficilmente lo si potrà risolvere alla radice, riuscendo così ad avere ragione della sofferenza che ne deriva. Non è scritto da nessuna parte che praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin significhi di per sé non incontrare ostacoli e difficoltà. Le sofferenze fanno parte dell’esistenza e non si tratta di diventare bravi a scansarle, quanto di essere in grado di trasformarle in occasioni per diventare più forti e felici. La famosa “buona fortuna” che si accumula praticando è soprattutto la vitalità, la forza che si ricava dal Daimoku e dall’attività fatta volentieri: da qui viene l’energia per reagire alle circostanze e per costruire, strada facendo, un sano equilibrio e una vera indipendenza interiore. Sempre che non si ricada nello stillicidio continuo dei “ma”, dei “se” e dei “però”. La sindrome del “ma” è una strategia efficace per mettere nella propria vita una solida tendenza alla lamentazione continua. È vitale sentire gratitudine per ciò che abbiamo, imparando a riconoscere il presente per ciò che è: una possibile base di lancio per realizzare le nostre aspirazioni. Lamentarsi è già di per sé piegarsi alla sofferenza, mentre sapere esprimere gratitudine significa amare la vita, trovare, anche nell’immediato, la felicità.
«Quando mi godo un pezzo di musica, quando apprezzo un paesaggio o vedo il volto della persona che amo provo gioia, assaporo internamente qualcosa che solo in apparenza è fuori di me – diceva qualche anno fa il vice presidente della Soka Gakkai Takehisa Tsuji – Il senso di bellezza e di armonia ha origine dentro di noi. Il paesaggio, la musica, quel volto sono il Gohonzon, la materializzazione di qualcosa che è dentro di noi; il senso di bellezza è la Buddità». Ma la gratitudine non è sempre un sentimento spontaneo, più spesso bisogna lottare per trasformare un’emozione momentanea in una solida tendenza di base, ma vale la pena recitare Daimoku perché, fuori dagli obblighi formali, questo sentimento metta radici dentro di noi e diventi naturale in tutte le circostanze. Se sono pieno di risentimento verso i genitori, per esempio, continuerò a farmi condizionare da loro anche andandomene di casa, e non riuscirò a separarmi da una persona che mi fa soffrire se dentro di me continuo a ringhiare per tutto quello che mi ha fatto passare. Al contrario se riuscissi a riconoscere quello che i miei genitori hanno fatto per me, se riuscissi a comprendere profondamente ciò che quella persona mi sta facendo notare sul mio conto potrei cambiare atteggiamento e riuscire a emanciparmi da un legame doloroso. Abbiamo bisogno degli altri per poter fare la nostra rivoluzione umana e la gratitudine mette in moto il processo di autoriforma. Dare il giusto riconoscimento alle persone che incontriamo, aprirsi a quello che possono insegnarci, significa allargare i propri orizzonti, cominciare a uscire dall’angustia della sofferenza e dell’autocommiserazione.

simona maggiorelli
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