La principessa sbagliata

Tra quattro mura opprimenti e un figlio imprigionato in un corpo troppo stretto aspettava il suo principe azzurro, menestrello dallo spirito libero. Ma quando i suoi sogni diventano realtà l’incantesimo svanisce e appare l’arcobaleno: la pentola magica del tesoro era il cuore del suo bambino.

A diciotto anni mi sono sposata, quasi per dispetto, con un uomo che non piaceva ai miei genitori; non lo amavo, non lo stimavo e lo conoscevo poco o niente perché mia madre non ci permetteva mai di uscire da soli. Nelle mie fantasie da adolescente avevo sempre sognato una persona diversa, ma volevo allontanarmi a tutti i costi da una famiglia troppo severa e possessiva, illudendomi così di risolvere i miei problemi. I consigli dei miei genitori erano imposizioni, e io, prepotente ma non altrettanto coraggiosa, pensavo che sposarmi fosse l’unico modo per andarmene da casa. A pochi giorni dal matrimonio mi resi conto che stavo facendo un grosso errore, ma non mi furono permessi ripensamenti e non ebbi la forza di tornare indietro.
La vita matrimoniale mise subito in luce che tipo d’uomo era mio marito: dopo il lavoro, prima di rientrare a casa, passava dagli amici al bar, a giocare a carte e a bere, faceva sempre più debiti costringendomi a firmare cambiali e scaricava poi su di me tutto l’alcol bevuto. Non sapevo niente della vita e dell’amore, in casa nessuno ne aveva mai parlato, uscivo solo per far visita ai miei suoceri o ai miei genitori e tutto sommato consideravo normale essere picchiata e offesa.



Dopo solo un mese di matrimonio conobbi però Samuele. L’intesa tra noi fu immediata. Non avevo mai incontrato una persona così, la sua personalità riusciva ad incantarmi.
Forse senza saperlo cominciavo a comprendere per la prima volta cosa significasse essere innamorati.
A casa mi sentivo profondamente sola e tutto ciò che facevo, dal preparare il pranzo ad avere rapporti sessuali, rappresentava per me un obbligo a cui non potevo sfuggire. Pensai che un figlio avrebbe riempito la mia vita, ma invece la nascita di Ilaria non mi diede la felicità sperata, anzi su di lei, forse perché la vedevo molto simile al padre, sfogavo inconsciamente il mio nervosismo e la mia insoddisfazione. Nacque poi Samuele e con lui riuscivo a essere un po’ più tenera, ma con Silvio, il terzo figlio, fu una tragedia. Dopo la sua nascita seppi che era un bambino idrocefalo all’ultimo stadio, non vedeva e la maggior parte del suo cervello era lesionata dal liquido che aveva in testa; gli avevano dato pochi anni di vita. Fin dall’inizio non riuscii ad accettare che lui non fosse un bambino normale e che mai avrebbe potuto esserlo, mi chiedevo perché questa “disgrazia” fosse capitata proprio a me. Pensavo che quel bambino malato fosse la giusta punizione del cielo per il mio comportamento sbagliato e provavo angoscianti sensi di colpa.
Mi ritrovai da sola ad accudirlo e ad affrontare i continui ricoveri in ospedale, in più dovevo badare agli altri due figli e ad un marito menefreghista che non mi era di alcun aiuto e che, dopo la nascita di Silvio, rientrava sempre più tardi. Rassegnata trascorrevo la mia giornata da sola, senza nessuna amicizia, aggrappandomi ai momenti che vivevo con Samuele. Affacciata alla finestra lo aspettavo per ore intere; lui era tutto per me, era l’unico a starmi vicino e io gli volevo veramente bene, ma era uno spirito libero, odiava i rapporti chiusi, il lavoro fisso, non gli piacevano le responsabilità, viveva alla giornata. Su di lui non potevo assolutamente contare ma sognavo che un giorno mi avrebbe portata via, per vivere felici insieme. Intanto scoprivo il mondo esterno filtrato attraverso i suoi occhi e le sue parole, quando al rientro dai suoi viaggi tornava da me, mi raccontava le sue avventure e storie di Apache, Dakota e Cheyenne. Io continuavo a sognare una vita meravigliosa, ma gli anni passavano e la sofferenza quotidiana aumentava. La notte non dormivo più perché dovevo prendermi cura di Silvio che piangeva continuamente per i forti mal di testa, ero depressa e non avevo il sostegno di nessuno. Tutto era diventato troppo difficile e non potevo confidarmi neanche con mia madre perché ero certa che non mi avrebbe capita. Avevo tentato due volte il suicidio e quando Silvio stava male aspettavo la sua morte come una liberazione.
Un giorno il fratello di Samuele ci parlò di Buddismo; lì per lì la cosa mi lasciò indifferente, ma usai questa occasione per evadere dalla famiglia, per uscire di casa la sera, andare alle riunioni, vedere l’uomo che amavo e conoscere la notte, io che non ero mai uscita con il buio. In quei brevi spazi “rubati” seppi che esistevano tante persone intorno a me, potevo credere di non essere più sola. La responsabile del gruppo che frequentavo veniva da me tutti i giorni alle sei del mattino ed io non volevo dispiacerle; ero molto scettica, ma facevo Gongyo per accontentarla.
Una notte che non avevo soldi per comprare gli psicofarmaci di Silvio lo cullai recitando Nam-myoho-renge-kyo e lui si addormentò naturalmente al suono di questa nuova ninna nanna. Da allora non ha più avuto bisogno di medicinali per dormire. Alcuni mesi dopo il pediatra telefonò dalla clinica chiedendo: «Ma Silvio è morto?». Era preoccupato di non averlo visto da tanto tempo. Improvvisamente mi resi conto di quanto fosse migliorato e cominciai a credere veramente nel Gohonzon.
Il giorno del mio ventinovesimo compleanno ho iniziato a praticare il Buddismo seriamente insieme a Samuele.
Nel primo periodo non fu semplice per me digerire i principi della filosofia buddista, difficile accettare che dovevo cambiare, che tutto dipendeva da me, mi sentivo vittima delle situazioni. Ero soprattutto terrorizzata dall’idea che il “Gohonzon” mi facesse innamorare di mio marito e non riuscivo a “pregare per la sua felicità”. In fondo non la desideravo. Lui tornava a casa sempre più ubriaco ed ogni notte era un incubo, urla, botte, soprammobili rotti, mi minacciava e se la prendeva con me ed io recitavo Daimoku perché avevo paura che ci andasse di mezzo anche il Gohonzon.
Il mio sfogo restava sempre Samuele. Ogni volta che mi vedevo con lui pensavo ingenuamente: «Speriamo che mi chieda di andare a vivere insieme». Mi aspettavo sempre che fosse lui a decidere per me. Ma quando presi il coraggio di parlargli a cuore aperto mi disse che non ne voleva sapere. Fu un duro colpo conoscere una realtà diversa dal sogno.
Non mi rimaneva altro da fare che contare su me stessa e pensare a ciò che era meglio per me e per i miei figli. Finalmente, tra le lacrime, a “denti stretti”, riuscii a recitare Daimoku per la felicità di mio marito e a vedere oltre i suoi numerosi difetti, rendendomi conto che in fondo anch’io non ero stata per lui una buona moglie. Cominciavo a prendermi le mie responsabilità e capii che separarmi da lui non rappresentava una fuga ma una conquista della mia dignità. Per prima cosa mi ci voleva un lavoro. Mi piaceva il cucito, così seguii un breve corso di sartoria ed iniziai a lavorare a domicilio facendo riparazioni per conto di due lavanderie; in questo modo riuscivo anche a stare vicino ai bambini. Nel frattempo avevo trovato una nuova casa molto più grande, come desideravo.
La separazione comunque non fu indolore, mio marito mi diceva: «Se vai dall’avvocato ti ammazzo!». E così una sera mi diede una “sussa” lasciandomi mezzo tramortita per la strada, ma questa volta non subii passivamente le botte e lo denunciai. Inaspettatamente il giorno stesso in cui ricevette la lettera dell’avvocato preparò le valigie e uscì dalla mia vita. Appena chiusa la porta alle sue spalle mi sono sentita sollevata e leggera, incredula per la serenità con cui si era conclusa una storia tanto sofferta. Assurdo per il suo carattere, ma alla fine firmò anche la separazione consensuale. Ora dovevo utilizzare il mio coraggio e la mia forza. Mi prese la paura, ma essere coinvolta in prima persona nell’attività buddista mi fu di grande aiuto. Senza questo stimolo costante probabilmente non ce l’avrei fatta o sarebbe stato necessario molto più tempo.
Mi ritrovai da sola, lui non mi passava gli alimenti, in più dovevo pagare tutte le cambiali da me firmate, con un viavai di ufficiali giudiziari, ma essere libera mi rendeva serena. Ero sicura che ciò che stavo dando sarebbe tornato indietro.
Mi rimboccai le maniche, mi iscrissi all’ufficio di collocamento e dopo solo un anno fui assunta per pulire i bagni della Fiera della città. Quello era certo l’ultimo dei lavori che avrei voluto fare, mi sentivo umiliata, lavoravo per dodici ore al giorno, ripulivo in continuazione wc nauseabondi per uno stipendio misero, ma misi da parte l’orgoglio. Quel lavoro rappresentava ad ogni modo il mio primo timido tentativo di uscire dalle quattro mura domestiche e la possibilità di riuscire anche da sola a mantenere i figli. Pian piano la situazione migliorò, ottenni lavori di pulizia sempre più dignitosi e più retribuiti per meno ore e riuscii anche a far avvicinare al Buddismo il mio datore di lavoro. Le mie giornate erano diventate intense, avevo poco tempo libero, ma ora mia figlia non era più mia nemica anzi, mi dava una grossa mano in casa.
Il mio sogno restava sempre quello di vivere con il mio “principe azzurro” ma lui, preso dalla sua musica e dai suoi interessi, non era pronto per una relazione fissa, figuriamoci a mettere su famiglia. Samuele era molto diverso da come mi era piaciuto immaginarlo e io non potevo più permettermi il lusso di sognare ad occhi aperti. Avrei voluto che si prendesse cura di me e dei miei problemi, certo a modo suo mi voleva anche bene, ma per lui contava di più la sua libertà. Feci molto Daimoku per non schiacciare la sua personalità, smetterla di considerarlo un perdigiorno e avere fiducia in lui. Lo conquistai così, cercando di arrivare al suo cuore. Un bel giorno venne a vivere con me accettando i miei figli come fossero i suoi e facendo loro da padre. Due anni fa ci siamo sposati e abbiamo un figlio nostro, Paolo.
Dopo sette anni di lavoro di pulizie negli uffici, grazie a un articolo di Sue Thornton – responsabile della Divisione donne della SGI-UK – sul tema della paura, ho intrapreso una attività autonoma: insieme a mia cognata Sonia due anni fa ho acquistato ad un ottimo prezzo una lavanderia avviata da ben diciassette anni e ora stiamo lavorando benissimo con una clientela numerosa. A luglio Sonia ha ricevuto il Gohonzon.
La mia famiglia non aveva mai accettato la mia separazione e la mia conversione al Buddismo e per sei anni ha tagliato i ponti con me. Poi sono riuscita a infrangere questo muro e mio fratello, che prima non aveva la minima fiducia in Samuele, lo ha aiutato a trovare lavoro. Così dopo tanti anni di stipendi precari, adesso ha un posto fisso come guardiano, una scelta di vita fino a non molto tempo prima per lui impensabile.
Anche il rapporto con mia madre è cambiato, ora riesco finalmente a parlare con lei e con mia figlia Ilaria l’amicizia è diventata intesa. Il 7 settembre dello scorso anno, a diciannove anni, si è sposata con il suo Giovanni, si è trasferita a Milano e adesso è in attesa di un bambino. Ho pianto tanto per il distacco ma ora sono felice per lei. Fra poco, a 39 anni, sarò nonna. La sua è una gravidanza a rischio e ha iniziato a praticare per affrontarla serenamente.
Dopo sette anni di pratica buddista sotto sotto mi sentivo ancora molto infelice, non riuscivo a godere pienamente di ciò che avevo avuto dal Gohonzon. Avvertivo un vuoto nella mia vita.
Silvio per un certo periodo era riuscito incredibilmente a vedere, a vocalizzare e a chiamarmi “mamma” con grande stupore dei medici, ma purtroppo una meningite lo aveva fatto peggiorare nuovamente. Continuava a restare nascosto nella sua cameretta e ciò mi dispiaceva. Tutti sapevano che c’era ma nessuno lo conosceva se non attraverso i suoni inarticolati che provenivano da dietro la porta. Da sempre lo vivevo come un peso, non lo portavo mai con me, rifiutavo ogni oggetto che potesse ricordarmi il suo handicap come seggioloni o passeggini. Mi vergognavo di lui, lo affidavo sempre a Ilaria e con lui non uscivo mai. Era il bambino handicappato inserito in una famiglia da tenere chiuso in casa.
Per anni ho nascosto a me stessa la mia sofferenza, ho accantonato Silvio dedicandomi a risolvere gli altri problemi della mia vita, finché Asa Nakajima, la vice responsabile italiana della Divisione donne, mi disse molto severamente: «Tu non hai il cuore di mamma, devi recitare vicino a lui». Così ho portato il Gohonzon nella stanza di Silvio, ma lui è stato male e ha avuto bisogno di un ricovero in ospedale. Ho recitato molto Daimoku e, per la prima volta in tredici anni, l’ho sentito nel mio cuore con la sensazione di averlo partorito in quel momento, con la stessa gioia di quando nasce un bambino. Ora quando prego lui può sentirmi e le riunioni buddiste si svolgono in sua presenza, non parla ma, dai suoi movimenti, avverto che partecipa alla recitazione. Ho superato la paura dei giudizi degli altri e faccio con lui tutte le cose che non ho mai fatto, ad esempio nelle belle domeniche di sole lo sistemo in macchina ed insieme al piccolo Marco andiamo a trovare i nonni. Accetto e uso il seggiolone fatto apposta per lui, lo porto regolarmente ai giardinetti pubblici senza più vergognarmi. Tuttora mi sforzo come mai e, pensando che proprio grazie a Silvio ho iniziato a praticare, gli sono molto grata. Insieme siamo cresciuti, ora lui ha la mamma che meritava di avere. È un bambino normale di una famiglia normale. E quando ci lascerà i momenti vissuti insieme riempiranno il mio cuore di dolcezza e renderanno meno triste la separazione. Sto scoprendo sempre di più la profondità del nostro rapporto, mi dedico a lui come una mamma orgogliosa del suo bambino, lo sento finalmente mio. Se sta male lui sto male anch’io, se non c’è mi manca e questa è per me una sensazione nuova. Non è una disgrazia, è un onore avere un figlio come Silvio, perché è lo specchio della mia vita e il tramite tra me e il Gohonzon. (T. T.)(dati modificati)
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Commenti

  1. sono le 5:50 del mattino, non riuscivo a dormire per la sofferenza... grazie per aver condiviso questa esperienza che mi incoraggia a sperimentare più "profondamente" il Gohonzon... ti ammiro! Giusi

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  2. sono le 5 del mattino...non riesco a dormire dalla sofferenza per la paura del futuro che mi aspetta, ma la tua esperienza mi incoraggia a sperimentare più profondamente il Gohonzon... grazie di cuore!!!

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  3. sono le 5:50 del mattino, non riuscivo a dormire per la sofferenza... grazie per aver condiviso questa esperienza che mi incoraggia a sperimentare più "profondamente" il Gohonzon... ti ammiro! Giusi

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  4. E' una bellissima storia questa! Mi ha toccato molto... grazie.

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  5. Una testimonianza che va oltre .... Grazie per avercela raccontata e divisa con noi tutti , uno stimolo e un imput per la nostra felicità anche dove cè sofferenza
    Grazie ancora....

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  6. ..dopo una notte d'inferno per l'ansia che mi uccide..la tua esperienza,un raggio di sole,il regalo per oggi ,e' il mio nomastico.grazie dal profondo del cuore

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  7. ...bene..dal tuo racconto..si capisce il senso dei "tremila mondi in ogni istante di vita"...e delle milioni di vite...ed innumerevoli Kalpa...trascorsi...ogni istante di questa tua storia manifesta un Budda...il tuo...e gli Altri che sono serviti a far emergere il Budda che era in te...sii grata a loro per questo. ciao

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