Bosnia, sudore e lacrime

A volte è difficile credere che la pace non sia nient’altro che un’utopia. A maggior ragione in un campo profughi della ex Yugoslavia, con intorno solo morte e disperazione. Eppure anche lì, quando decidi seriamente qualcosa, puoi scoprire che niente è davvero impossibile.

Maggio 1993. È il giorno della partenza. Saluto tutti, famiglia e amici. In molti non condividono la mia scelta, mi aiutano comunque nei preparativi. Da Napoli mi accompagnano fino al porto di Ancona Valeria, Massimo e Susy miei grandi amici e compagni di fede. Alle 22,30 la nave salpa. Destinazione Bosnia. Mi metto in cerca dei miei nuovi compagni, tredici persone che come me hanno deciso per un periodo di volontariato in un campo profughi di Posusje, vicino Mostar.
All’alba, sul ponte della nave, mentre si intravedono le coste della ex Jugoslavia, faccio Gongyo e rinnovo dentro di me le speranze e i sentimenti che mi hanno spinta a partire: il desiderio di fare un’azione concreta per la pace, creare un filo di amicizia che ci faccia sentire vicini, uguali.


Sbarchiamo e dopo ore di attesa riusciamo a partire con un autobus di linea dove ci confondiamo tra civili e militari. A mano a mano che ci addentriamo nella Bosnia centrale la tensione diventa evidente, palpabile, dentro e fuori tutti noi. I segni della guerra sono visibili oltre che nelle case distrutte e nello scoppio lontano di granate soprattutto nello sguardo diffidente e impaurito della gente. L’autobus ha terminato la sua corsa, da qui in avanti i collegamenti diventano assai improbabili se non disponi di un tuo mezzo. Noi volontari saliamo su un piccolo furgone con su i lati disegnata una grossa croce rossa. Per motivi di sicurezza, per evitare di incrociare pattuglie armate, la velocità è estremamente sostenuta, tanto che il furgone rischia più volte di finire la sua corsa in una scarpata. Nel pomeriggio arriviamo, contusi ma salvi, al nostro campo.
L’emozione è forte, ad attenderci all’ingresso sono venuti in tanti. Molti sono i bambini, le donne e le ragazze. Abbracci, carezze, ringraziamenti per essere venuti fin qui. Subito dopo, i volontari ai quali daremo il cambio cominciano a spiegarci i nostri compiti. A me spetta stare con i bambini, aver cura di loro, organizzare giochi, fare in modo che non stiano mai da soli fuori del campo e al tempo stesso mantenere i contatti anche con i bambini che vivono nel villaggio, fuori dal campo.
Prima di iniziare il lavoro, gli amici mi invitano a mangiare un boccone, per fare questo bisogna recarsi al nostro alloggio che è abbastanza distante dal campo. Voglio iniziare subito, mangerò poi. Gli altri vanno via, al campo siamo ora quattro volontari e centocinquanta volontari. Per gioco rincorro un bambino. Cadiamo a terra insieme, ci rotoliamo abbracciati e cerchiamo di sfilarci le scarpe a vicenda. Ridiamo, per un attimo siamo allegri. Per un attimo. Sento i passi veloci, poi li vedo. Sono in due. Miliziani. Armati. Corrono verso la grande palestra all’aperto del campo dove si radunano per la maggior parte della giornata i profughi. Afferrano un ragazzino e cominciano a picchiarlo, a pestarlo a sangue con pugni, calci, schiaffi. Accade così anche per un volontario che cerca di intervenire e con altri ragazzi ancora. Poi puntano le pistole contro di me e contro gli altri due volontari, urlano, dicono che dobbiamo lasciare il campo perché siamo italiani e con i musulmani non c’entriamo niente, e ancora che «questa guerra non è vostra, è nostra». Promettono di ritornare quella stessa notte con i rinforzi e che ce l’avrebbero fatta pagare se ci avessero trovati ancora lì. Una delle pistole era di nuovo puntata contro di me. Quello che provavo non era solo paura, ma qualcosa di più profondo. «La cosa più preziosa è la vita stessa». Quante volte avevo letto queste parole di Nichiren e quante volte, nel corso della mia esistenza, avevo giocato a disprezzarla questa vita, a offenderla, a non riconoscerla, a non volerla. Ora mi sembrava sacra, finalmente la riconoscevo, la amavo, la volevo.
Nel fuggifuggi generale mi sono trovata con qualcuno che mi affidava il volontario ferito. L’ho trascinato, ancora sanguinante, in uno sgabuzzino dietro le cucine. Ho recitato qualche Daimoku perché i soldati andassero via senza ferire altri e soprattutto senza ammazzare nessuno, poi mi sono diretta su per corridoi e scale buie dove si sentivano solo i pianti e le urla delle donne e sono arrivata nell’infermeria.
Gli altri compagni avevano finalmente saputo cosa era successo e si erano precipitati a prestare soccorso. Oltre ai feriti c’erano un gran numero di persone sotto choc e in preda a crisi nervose. Per i medici c’era un bel daffare. Non sono né medico né infermiera, ma ho fatto tutto quello che i dottori mi chiedevano, mettendo da parte la mia paura e la forte impressione che mi suscita il sangue. In quel momento bisognava sapersi controllare per aiutare donne e bambini, già duramente provati da mesi di tensione, di paura continua. A un tratto in infermeria è piombato il responsabile dei volontari e ci ha riferito qual era la situazione: 1) in caso di nuovi e più violenti attacchi nessuno – nemmeno i caschi blu dell’ONU, perché occupati in posti più «caldi» del nostro – poteva garantire l’incolumità di profughi e volontari; 2) a Posusje la presenza di volontari risultava di ora in ora sempre più sgradita; 3) l’unica possibilità di andare via - sempre in previsione di attacchi – era fissata per l’indomani mattina, poi, data la mancanza di mezzi di trasporto, per almeno sette o dieci giorni sarebbe stato difficilissimo lasciare la zona.
Conclusione: ogni singolo volontario doveva decidere entro la notte se fermarsi o andare via.
Quella notte mi è sembrata lunghissima. Avevo cuore e cervello in tumulto. Mille domande mi si affollavano dentro. Cosa fare? Fermarsi o andare via? E ancora una volta mi risuonava dentro «la cosa più preziosa è la vita stessa».
Abbiamo discusso tutta la notte e alla fine decidemmo che a rimanere fossero in quattro, tre medici e una donna che avevano già tutti avuto esperienze di volontariato a Sarajevo in momenti ancora più difficili di questo.
Ma non era finita lì. Il momento dei saluti è stato pesante quanto quello che lo aveva preceduto. Eravamo fermi accanto al furgone, piangevamo tutti senza deciderci a salire. Poi è partito l’abbraccio, forte. Doloroso.
Eravamo di nuovo sulla nave. Il libretto di Gongyo e una domanda. Non è andata come speravo, cosa posso fare ora? Alla fine della preghiera cerco in tasca una sigaretta e invece tiro fuori un bigliettino con un numero di telefono. È di Kenka: buddista, jugoslava, giornalista e
scrittrice. Avevo letto il suo Appello per la pace nei Balcani sul Nuovo Rinascimento e prima di partire per Posusje le avevo telefonato. Ci eravamo salutate dicendo che sarebbe stato bello conoscerci e recitare Daimoku insieme per questa pace.
Ora sapevo cosa fare. Non correre a casa a leccarmi le ferite, ma ricominciare. O meglio, continuare. Anziché il treno per Napoli ho preso invece quello per Trieste, dove era Kenka. Mia nuova amica, mia nuova compagna di fede. Per due settimane sono stata ospite sua e del suo compagno e assieme ai carissimi amici triestini abbiamo recitato Daimoku, discusso, tessuto le fila di una grande rete di amicizia, sentendoci vicini a chi in tante altre città italiane recitava per la pace, per la fine di questa orribile guerra.
Al Gohonzon ho offerto i volti delle persone del campo e l’ingiustizia per cui ventiquattro ore su ventiquattro da mesi, anni, vivevano nella paura. Avevo chiare solo queste immagini, queste ingiustizie e le ho offerte al Gohonzon perché mi aiutasse a trasformare quel veleno che mi formava un groppo in gola in una medicina che fosse nuova speranza, nuova energia da usare per gli altri.
Rientrata però a Napoli, era ancora difficile «carburare», questa esperienza mi sembrava sospesa nel vuoto, irrealizzata. Con non poca difficoltà sono andata alla riunione di discussione, cosa avrei raccontato di questo viaggio? Poi, davanti ai miei compagni di gruppo tutta l’indecisione e i dubbi si sono sciolti. Cosa avevo capito?
Alla pace occorre tutto e occorriamo tutti. Chi sceglie di andare nella ex-Jugoslavia così come chi resta a casa propria può moltissimo per la pace. Se leggiamo i discorsi del presidente Ikeda e veramente ci sforziamo di applicarli nella nostra vita stiamo già conducendo la nostra battaglia per un mondo di pace e se combattiamo le ingiustizie commesse da Nikken stiamo combattendo anche perché nell’ex-Jugoslavia così come in Ruanda ci sia una nuova storia fatta di pace e di giustizia. Sicuramente per molti di voi stavo scoprendo l’acqua calda, ma per me le parole di Ikeda, di Kaneda e di tanti altri compagni di fede stavano diventando più chiare, cominciavo a sperimentarle con la mia stessa vita.
La tensione cominciava a diminuire e stavo riprendendo il mio “quotidiano”, quando ho appreso la notizia alla TV. Un campo profughi nella Bosnia centrale era stato assaltato dalla milizia. Nonostante l’azione di forza non c’erano né feriti né morti, i profughi e i volontari erano stati “accompagnati” dalla stessa milizia fino a una base ONU. Per il momento non si avevano altre notizie sull’accaduto, bisognava attendere il telegiornale successivo. Sono andata davanti al Gohonzon. Sentivo, sapevo, che quello era il “mio” campo. Pregavo perché quei volti per i quali avevamo recitato tanto Daimoku apparissero vivi e liberi alla TV.
Dopo qualche ora la conferma è arrivata. Il campo era quello di Posusje e il governo italiano aveva dato l’ok perché venissero trasportati tutti ad Ancona, dove avrebbero ricevuto assistenza e alloggio.
Il nodo alla gola finalmente si scioglieva. Così come le mie lacrime. Questa volta di immensa gioia e gratitudine. (S.D.M.)
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