Una laurea per la pace

«Gli impegni di ogni tipo mi avevano portato a dimenticare in fondo ad un cassetto il sogno di conseguire una laurea [...] Ricevo tutto il sostegno di Paola e della famiglia per questa decisione. Mi iscrivo e comincio questa avventura».

In un certo senso tutto cominciò con le letture della beat generation, che influenzarono me come molti altri giovani negli anni Settanta.
Un secondo inizio potrebbe essere: Palermo, Anna mi parla del Buddismo di Nichiren Daishonin. Lo trovavo distante da me, anche perché avevo già fatto il salto verso le droghe pesanti, ero già passato dalla politica rivoluzionaria degli "indiani metropolitani", dai raduni nazionali di pace, amore e libertà alla più impegnativa lotta con la dipendenza dalla droga, agli "sbattimenti" per l'eroina, la morfina, il metadone.
Il vero "big bang" è a Livorno, la mia città d'adozione. Nel primo bar che visito, la prima persona che conosco mi ripropone il Buddismo di Nichiren Daishonin. Ero capitato nella birreria detta "dei buddisti", per l'alta frequentazione di membri e simpatizzanti. Partecipai ad un incontro dove, oltre che il calore dei partecipanti e i principi buddisti espressi tramite esperienze, una cosa mi colpì profondamente: la netta sensazione di aver già visto il Gohonzon e soprattutto il desiderio di averlo. In sintesi in sette mesi la mia vita si rivoltò come un guanto: mi liberai della tossicodipendenza, mi riappropriai della mia vita e ricevetti il Gohonzon.



Alla riunione degli studenti, durante il corso estivo a Trevi, decisi che avrei ricominciato gli studi universitari. In quel momento però non andai oltre l'iscrizione al corso di laurea in Scienze politiche all'Università di Pisa. Contemporaneamente l'unione con la donna che da alcuni anni era diventata mia moglie (e che mi aveva seguito nella conversione buddista) cominciava a scricchiolare. Chiesi un consiglio nella fede e il filo conduttore fu la frase del Gosho Il raggiungimento della Buddità: «Non esistono terre pure e terre impure, tutto dipende dalla bontà o dalla malvagità della nostra mente» (SND, 4, 5). In tre anni nacquero i miei due figli.
Sono molti i benefici, la vitalità e la forza accumulate in questo periodo, grazie anche ad un'attività che mi porta a sperimentare le moltissime forme per dedicarsi agli altri. Provavo gioia la mattina uscendo di casa per andare incontro alla vita. Ma dopo tre anni il rapporto con mia moglie con cui eravamo cresciuti insieme dall'adolescenza fino all'età adulta, passando del periodo frikkettone per approdare alla pratica buddista, comincia nuovamente ad andarmi stretto. In quello stesso anno partecipo al corso della SGI in Giappone, che mi regala la sensazione di far parte di un movimento mondiale unico e rivoluzionario guidato da un grande leader. Ma ritornato a Livorno, nonostante tutti gli sforzi nella fede, le mie difficoltà non trovano miglioramento.
Decido di andarmene di casa, per qualche tempo abito da amici, poi in un sottoscala, senza il Gohonzon che era rimasto a casa di mia moglie. E recito dalle tre alle quattro ore di Daimoku ogni giorno. Dopo aver chiuso una intensa relazione sentimentale vado a vivere in una casa più decente anche se triste e vuota. E ricomincio il mio campionato di Daimoku, scandito da cinque ed anche sei ore al giorno (questa volta con il Gohonzon), oltre a lavoro, attività buddista e figli quando mi spettavano.
Non cercavo più una relazione, volevo solo cambiare il cattivo karma di relazione. Continuavo come quando si scava un tunnel ed avanzando è sempre più buio. Non lo sai, ma mancano pochissimi centimetri e sei dall'altra parte, una picconata si rivela quella finale e la luce e la libertà appare... tutta la sofferenza, la fatica, la sfiducia scompaiono di colpo. E fu così che accadde. Conobbi una donna, Paola, che attirò la mia attenzione anche perché completamente diversa da me da ogni punto di vista. Con lei accade quello che non era mai accaduto prima: sincerità, chiarezza, lealtà, voglia di creare valore diventarono le basi del mio rapporto con Paola che stabilì una buona relazione anche con i miei figli.
Gli impegni di ogni tipo mi avevano portato a dimenticare in fondo ad un cassetto il sogno di conseguire una laurea. Ma il dover fare, organizzare, seguire molte cose insieme aveva accresciuto le mie capacità.
Organizzammo presso il teatro di Carrara la mostra sui Costruttori di pace mentre al primo piano si svolgeva una mostra fotografica a cura dell'Università di Pisa, sulle persecuzioni sofferte dai docenti pisani di origine ebraica a seguito dell'emanazione delle leggi razziali. E, nel visitare questa mostra, la mia attenzione fu richiamata da una brochure riguardante il corso di Laurea in Scienze per la pace. Mi colpirono, in questo corso di nuova istituzione a seguito della riforma dell'ordinamento universitario, gli sbocchi lavorativi che offriva. Non smisi di pensarci, ne parlai in famiglia. Quando chiamai per informazioni mi incoraggiarono ad andare a Pisa, dove scopro un corso di laurea nuovo ed unico nel suo genere, (l'altro attivato a Firenze in realtà mutua gli insegnamenti dai vari Dipartimenti); con docenti che credono negli studi per la pace e volentieri si sobbarcano altre lezioni, altri esami, altri studenti da ricevere e un altro consiglio di corso di laurea, con tutto quello che ne deriva.
È meravigliosa l'energia e la passione che l'obiettore che mi aveva accolto mette nelle sue parole: mi sento accolto, protetto, considerato essere umano. Mai avevo avuto un impatto così con l'Università, spesso vissuta come un meccanismo che ti fa sentire un misero ingranaggio. Ricevo tutto il sostegno di Paola e della famiglia per questa decisione. Mi iscrivo e comincio questa avventura. I circa sessanta iscritti delle più svariate età e provenienze culturali e religiose, hanno avuto tutti, in un modo o nell'altro, esperienze di volontariato, cooperazione e interventi umanitari. Fra noi prevale spirito di cooperazione. Spesso con i docenti, a seconda degli argomenti, si accendono discussioni appassionate che continuano fra di noi, dopo le lezioni. Affronto i primi esami con ottimi voti e supero con moltissima fortuna quello di matematica, statistica e informatica. All'esame di evoluzione biologica presento alla classe il punto di vista del Buddismo di Nichiren Daishonin, nell'interpretazione, che ne dà Ikeda, con grande cognizione anche scientifica, nel suo libro La vita, mistero prezioso.
Per tre anni studio fino a notte fonda, i fine settimana, a Natale e in estate, ogni volta che è possibile. Divido questo considerevole sforzo con un altro studente che come me lavora e ha famiglia. Rispetto tutte le scadenze di appello, frequento abbastanza, seguo la famiglia e l'attività buddista, mi sposto in Versilia per il lavoro di Paola. A volte sono stanco, ma continuo e non mollo. In questi tre anni conosco un'incredibile quantità di persone interessanti, impegnate attivamente per un mondo migliore, partecipo a training e a seminari e divento membro delle Peace Brigade International.
Durante questo periodo invito una docente del corso alla riunione dei giovani buddisti pisani che si svolge all'interno dell'Università. Resta entusiasta dell'atmosfera e decide di venire con me a una riunione di discussione. Ora è uno dei punti di riferimento del suo gruppo a Pisa che si riunisce proprio a casa sua. Invito anche un professore alla riunione dei giovani. Lui mi dice che conosce già la Soka Gakkai perché da qualche tempo ha iniziato a praticare il Buddismo. Ora è responsabile di gruppo ed è un grande "incoraggiatore" col quale ho condiviso tante cose e sono molto contento di avere come amico.
Decido di svolgere il tirocinio di laurea in India con l'Assefa, una ONG indiana che svolge la sua attività nei villaggi gandhiani di quel paese e che applica il Sarvodaya, un principio buddista traducibile come "azioni intraprese per il benessere di tutti" e che ha come obiettivo l'autosviluppo.
Alla fine dei tre anni di questa "galoppata" di studio, si avvicina il giorno della tesi. Scelgo come tema la mediazione delle controversie e dei conflitti. Titolo: Il coraggio di mediare. Considerazioni intorno al conflitto, alla mediazione e a due applicazioni italiane in ambito penale minorile. Vengono per l'occasione i miei genitori e mia sorella con i figli da Palermo, mio figlio dagli Stati Uniti, dedico la tesi a Paola, ai miei familiari, ai miei compagni di (per)corso e ai docenti, oltre che a Renza, una dolce studentessa che ha lasciato questo mondo per un incidente stradale appena qualche tempo prima. Prima di andare a Pisa apro il mobiletto e ringrazio il Gohonzon. Sono emozionato, ma sicuro. La storica Aula magna di Pisa è gremita di gente, io rimango calmo e limpido nell'esposizione sia perché credo nello scopo della mediazione, sia perché mi sento come un "leone all'attacco".
La Commissione si riunisce e dopo qualche minuto, al suono della campana, rientriamo. È il momento di una vita. Voto di laurea: 110 su 110 con lode. Parte l'applauso ma dopo qualche secondo il Presidente fa cenno di smettere: non ha finito. La tesi merita la dignità di pubblicazione e la Commissione vuole congratularsi per il percorso di studi e mi invita a far sì che la Laurea non rappresenti un punto di arrivo ma, bensì, di partenza. Questa laurea, oltre a fornirmi gli strumenti per lavorare per la pace, mi ha permesso di riconsiderare con maggiore maturità e maggiore consapevolezza la mia pratica e quanto il Buddismo abbracci e sia parte di un grande processo di trasformazione costruttiva dei conflitti. (P. D.)(dati modificati)
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