Le due facce della spiritualità #2/4

Ricerca interiore e compassione buddista

La preghiera è la fonte dei benefici. E con la preghiera scopriamo il lato profondo della nostra vita.
È con entrambi questi tesori che noi possiamo impressionare positivamente gli altri e comunicare senza forzature la validità del nostro insegnamento.

La ricerca spirituale

«Esercitati nelle due vie della pratica e dello studio». «Rafforza la tua fede giorno dopo giorno». «Siediti e osserva la vera entità della vita». Quando Nichiren Daishonin incoraggiava i suoi discepoli, non proponeva obbiettivi da quattro soldi. È vero che talvolta suggeriva loro di “usare” la preghiera – ovvero la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo – per superare ostacoli concreti come la malattia. È anche vero che il Daishonin si rivolgeva ai suoi discepoli, nobili ma anche poveri contadini, incoraggiandoli a risolvere i loro problemi quotidiani. Ma la questione centrale del suo insegnamento – come testimoniano i citati brani del Gosho – è sempre la ricerca spirituale, l’Illuminazione, il raggiungimento dello stato di Buddità.



Tuttavia, va detto che, nonostante agli occhi occidentali il Buddismo paia tutto incentrato su pratiche ascetiche e meditative, l’insegnamento del Daishonin non suggerisce l’isolamento dalla società. «Un saggio – scrive in una lettera a un discepolo – non è colui che pratica il Buddismo separandolo dagli affari secolari ma, anzi, è colui che comprende a fondo i principi che regolano il mondo».
Il problema però, è che tuffandosi poi nella vita di tutti i giorni – coi suoi tempi indiavolati e le mille difficoltà – sofferenze e desideri sanno bene come prendere il sopravvento nella scala delle priorità. Tanto più che il Sutra del Loto non propone un atteggiamento passivo nei confronti dei problemi umani. Anzi, nel ventottesimo capitolo si legge testualmente: «I loro desideri non saranno mai vani e otterranno splendide ricompense nella vita presente». In altre parole, chi abbraccia questo insegnamento può ricevere come effetto un miglioramento visibile alla propria condizione di vita. Eppure, sarebbe assurdo immaginare che il messaggio del sutra si riduca a quest’affermazione.
Non a caso, i benefici che si ricevono dalla pratica buddista vengono divisi in due categorie: cospicui e incospicui (oppure visibili e invisibili). I primi sono quelli evidenti, che si toccano con mano, ma legati quindi a una felicità che potrebbe essere transitoria. I secondi sono quelli interiori. Sono il risultato impercettibile della pratica di tutti i giorni, della trasformazione interna. È il cammino verso la Buddità. È l’essere umano che ricerca il lato più profondo di se stesso. Sarà forse inutile aggiungere che Nichiren Daishonin – nello sgombrare definitivamente il campo dalle perplessità – afferma che i benefici invisibili sono di gran lunga i più importanti.
Nello scritto intitolato Lo spirito della rivoluzione umana, il secondo presidente Josei Toda chiarisce il discorso: «Nel portare avanti la propria vita quotidiana, ognuno di noi forma le proprie idee sulla vita e sulla società. Per un individuo cambiare la propria visione della vita, della società e del mondo è sinonimo di rivoluzione umana: in altre parole significa fare propria una nuova spiegazione della vita, assai diversa dalla precedente... Tuttavia cambiare il proprio destino nel tentativo di accrescere la propria ricchezza e la propria personalità esprime un desiderio di felicità relativa. Questo non può essere definito lo spirito della rivoluzione umana». Ovvero lo spirito della ricerca spirituale proposta da Nichiren Daishonin.
Quando si dice ricerca, si dice una cosa molto precisa. Lo stretto significato del termine implica almeno tre cose: uno sforzo, una concentrazione, una ripetizione nel tempo. E – per chi abbraccia questo insegnamento – la ricerca comincia dalla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Che, anche quando fatta insieme ad altri, è pur sempre una questione personale, di un rapporto individuale col Gohonzon, con la Legge dell’universo, con la Buddità che è dentro noi stessi. E questo sforzo, fatto con concentrazione e ripetuto nel tempo, non produce risultati in un futuro ipotetico. Li produce nel presente. «Gongyo – scrive Daisaku Ikeda nella sua spiegazione sul sutra – è una cerimonia del “tempo senza inizio”, che ci rivitalizza dal più profondo del nostro essere. Pertanto è importante fare Gongyo ogni giorno con senso del ritmo e con cadenza. Spero che facciate Gongyo rilassati e freschi sia nel corpo che nello spirito, e che pratichiate in modo da poter sperimentare grande soddisfazione e appagamento».
Ed ecco un altro punto. Abitualmente, il concetto stesso di preghiera non richiama alla mente «soddisfazione e appagamento». Invece, nel caso della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo – quando è fatta come raccomanda il presidente della SGI – il risultato è quello. Il che, a ben pensarci, può alimentare qualche incomprensione da parte degli osservatori esterni, che osservano ma solo raramente sperimentano. Tuttavia il fatto curioso è che, come ammonisce spesso il Daishonin nelle sue lettere, anche a fronte di effetti sperimentati sulla propria pelle, c’è chi si infiamma quando inizia a praticare e un bel giorno si spegne. E smette. Questo vuol dire che le emozioni provate all’inizio della pratica erano tutte finte? Un semplice ripensamento? No, se la pratica buddista fosse solo benefici e appagamento, sarebbe un tantino irreale. Praticare vuol dire sforzarsi, controllare il proprio atteggiamento, e poi ripetere tutto daccapo. E quindi può rivelarsi difficile.
La questione non interessa solo quelli che hanno abbandonato la pratica. Ma anche coloro che hanno continuato. Perché – e chi scrive lo ha sperimentato personalmente – si può procedere sulla strada del Buddismo anche per molti anni, senza andare di fronte al Gohonzon con il necessario entusiasmo e quindi senza cogliere quell’appagamento di cui parlava il presidente Ikeda. Magari si può anche fare tanta attività nella ISG, ma non concentrarsi abbastanza sulla propria ricerca spirituale. «Oggi ho fatto tanta attività buddista – ho pensato tante volte – quindi posso recitare poco». E sono francamente sicuro di non essere stato il solo.
Ma il bello è che, se da un lato la mente umana può essere sviata da tutte le sue debolezze, il fatto che la recitazione del Daimoku porti abitualmente con sé un effetto, rende piuttosto facile capire se la pratica è corretta o no. Un po’ come se disponessimo di un monitor sul quale, volendo, si può leggere il risultato. «Quando pratichi questo Buddismo con un positivo spirito di ricerca – spiega Ikeda – otterrai benefici e migliorerai la tua vita. Al contrario, se hai un atteggiamento passivo tenderai a sentirti oppresso e pieno di risentimenti. Perderai il desiderio di praticare, riceverai meno benefici e sarai guidato dalla forza dell’abitudine». Più chiaro di così...
La ricerca spirituale non è una cosa che si fa nel tempo libero. È una cosa che assorbe energie fisiche e mentali, magari anche ventiquattr’ore su ventiquattro. E soprattutto che richiede coraggio. Perché, come insegna il Buddismo (e come ha illustrato Mitsuhiro Kaneda nella lezione tenuta ai corsi estivi, pubblicata integralmente nella Isg Newsletter di settembre), la causa di tutto va ricercata sempre dentro di noi. Ecco uno dei motivi che spinge Toda ad associare la rivoluzione umana a «una nuova spiegazione della vita, assai diversa dalla precedente...». Siamo tutti un po’ abituati a dare ad altri la colpa delle nostre infelicità. Oppure a cercare tante spiegazioni di comodo per giustificare quello che sta succedendo. Invece, tutto comincia fatalmente da noi stessi.
Così, la ricerca spirituale significa andare a fondo. Osservare quello che ci accade, dargli delle spiegazioni che risalgano a una qualche causa interna. E quindi agire: davanti al Gohonzon e non. Ma con un impegno totale. Il Daishonin assicura che ottenere la Buddità significa estinguere «le sofferenze di nascita e morte». Quanto basta per capire che non può essere un impegno part-time.
Fin qui però, il discorso che abbiamo fatto è incompleto. Perché a que- sto punto si potrebbe immaginare che la ricerca spirituale sia una cosa privata, individuale. E invece non è così. Alla nostra immaginaria operazione matematica manca ancora un fattore... (marco magrini)(continua)
stampa la pagina

Commenti