Il Sutra del Loto #143

La fede nel Gohonzon porta a vivere senza errore (parte prima di due)

Nichiren Daishonin lo spiega con assoluta certezza: «Il Tathagata indica gli esseri umani del triplice mondo. Quando noi osserviamo gli esseri umani così come si dice nel capitolo Juryo, possiamo percepirli nei dieci mondi esattamente per come sono nel loro stato originale» (Gosho Zenshu, pag. 753).
Il Tathagata (Così Giunto) e gli esseri umani del triplice mondo sono simili entità di vita che possiedono i dieci mondi dentro di sé. Quindi, il Tathagata non rappresenta altro che gli stessi esseri umani del triplice mondo. Nichiren Daishonin dice che considerare gli esseri viventi in questo modo significa percepirli esattamente come sono nel loro stato originario. È inutile aggiungere che l’entità fondamentale della vita è Nam-myoho-renge-kyo, l’entità della vita di Nichiren Daishonin che egli manifestò come il Gohonzon dotato dei dieci mondi.
Quando consideriamo le cose da questo punto di vista, ci rendiamo profondamente conto quanto le nostre stesse nascita e morte siano la nascita e la morte della vita nel loro “stato originale”. Realizziamo cioè l’entità di una nostra vita più grande. La nascita e la morte sono semplicemente fasi alterne di questa entità.
Pertanto, dice il Daishonin: «Myo rappresenta la morte e ho la vita» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 221); e inoltre «la vita e la morte di tutti i fenomeni sono semplicemente le due fasi di Myoho-renge-kyo» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 222). Volendo spiegarlo altrimenti, nascita e morte sono parte del grande ritmo della mistica Legge, la vera sorgente della vita cosmica.
Il Daishonin afferma, quindi, che tutti i fenomeni dell’universo manifestano le fasi di nascita e morte e rappresentano il ritmo della mistica Legge. V edere, così, l’universo esattamente come è significa “percepire il vero aspetto del triplice mondo”.
Le nostre vite nel loro stato originale coesistono per l’eternità con la vita dell’universo e sono senza inizio né fine. Quando si conseguono certe relazioni, manifestiamo la nascita. Poi recediamo ancora nell’universo entrando nella condizione di riposo. Questa è la natura della nostra morte. Non è che le nostre vite terminino con la morte. Piuttosto, si potrebbe dire che la morte è un espediente necessario perché si possa condurre un’esistenza fresca e vigorosa in futuro. Praticamente non esiste un flusso e riflusso di nascita e morte; la vita, così come è concepita, ricomprende l’unità di nascita e morte. (continua)

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