Quel piccolo passo per iniziare

Nello stesso anno che ho ricevuto il Gohonzon ho avuto il grande beneficio di trovare un’occupazione a Forlì, dove mi sono trasferito.
Poiché il mio orario di lavoro era limitato al pomeriggio e da tempo sentivo il desiderio di svolgere un’attività che fosse socialmente utile, pensai che avrei potuto utilizzare la mattina per dedicarmi a qualche forma di volontariato. Mi informai sulle possibilità che offriva Forlì e mi parve che La Trave, una cooperativa che svolgeva servizi sociali (tra l’altro a favore dei portatori di handicap), corrispondesse bene alla mie aspettative. Presentai così una prima domanda per partecipare alle sue attività, ma non ottenni risposta. Due anni dopo, questa volta recitando due ore di Daimoku al giorno per realizzare il mio scopo, presentai una seconda domanda sempre a La Trave.
E infatti ebbi risposta positiva.

Non avevo alcuna esperienza, soltanto la determinazione di realizzare un grande successo nella mia vita. Fin dal primo giorno mi resi conto che avevo un’idea sbagliata dei portatori di handicap. Non era affatto un ambiente triste, malato o desolato, ma frizzante e pieno di vita nonostante le condizioni gravi nelle quali versavano alcuni di loro: e mi sentii accolto calorosamente da tutti. Ebbi modo di conoscere tutte le attività che i ragazzi portatori di handicap riescono a svolgere; alcuni lavorano il cuoio e confezionano cinture, altri intrecciano la corda o dipingono la ceramica, altri ancora fanno attività motoria. Tornato a casa molto impressionato dalla loro vitalità, sentii profondamente l’importanza dello spirito buddista dell’offerta, cioè del dare senza aspettarsi nulla in cambio. Ogni mattina continuavo a recitare due ore di Daimoku per dare il massimo nel volontariato. Con alcuni ragazzi mi era più facile rapportarmi; avevo però delle difficoltà con altri che avevano handicap più gravi, e così sentii che era necessario cominciare a lavorare su di me per cambiare questa relazione.
L’occasione per sfidarmi mi venne da una ragazza cerebrolesa non autosufficiente, che chiamerò Anna. Da anni, un’unica operatrice, con la quale si era instaurato un rapporto quasi materno, riusciva ad assistere Anna per i pasti. Ciò costituiva un problema non indifferente, poiché se l’operatrice era assente la ragazza rifiutava di ricevere il cibo da chiunque altro e quindi non mangiava minimamente. Pensai che basandomi sul Daimoku avrei potuto sbloccare la situazione, ma il timore dell’insuccesso mi tratteneva dal tentare. Un giorno mi tornarono in mente le parole di Sensei: «Anche un viaggio di mille miglia comincia con un piccolo passo». Le interpretai nel senso che, se avessi continuato a fuggire di fronte a quella prima difficoltà seria, avrei sempre perso.
Quindi determinai di riuscire. Cercai innanzitutto di abituare Anna alla mia presenza, facendola passeggiare a lungo, parlandole e cercando di farla divertire il più possibile. Poi passai al problema del pasto. Inizialmente Anna rifiutò che la assistessi, cercando l’altra operatrice. Allora intensificai il Daimoku e nel giro di un mese realizzai lo scopo. La situazione è poi migliorata a tal punto che ora Anna riesce a mangiare da sola.
In seguito questo volontariato si è trasformato in lavoro per mia scelta. Infatti sono stato assunto dalla cooperativa come avevo determinato. Il mio sforzo quotidiano è ora quello di combattere contro la routine presente in qualunque tipo di lavoro. (G. B.)(dati modificati)
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