Ideali in campo #1/2

Pace, cultura, educazione: il nobile trinomio degli ideali della SGI. Grandi parole che rischiano di essere solo paroloni se non c’è l’azione per realizzarli. E quando si parla di azione, il Buddismo propone un altro triplice concetto: fede, pratica e studio. Un trinomio chiama l’altro.

Pace. Cultura. Educazione. Tre obiettivi che accompagnano da sempre, lapidari, la testata di questo giornale. E che poi nient’altro sono che i grandi ideali dell’attività SGI. Tre grandi ideali che sarebbero più semplici da perseguire se fossero “cose” che sappiamo dove si trovano, cosa sono, che effetto fanno. Invece viviamo in un mondo che ci mette davanti una realtà ben diversa, seppur con le sue brave dissimulazioni. È sicuramente più facile imbattersi nell’opposto di queste realtà, scontrarsi con la loro assenza o la loro precarietà. Soprattutto se, parlando di Pace, non s’intende tanto una politica di compromessi quanto la definitiva scomparsa dei conflitti dalla faccia del pianeta. Se per Cultura si intende coltivare le differenze degli esseri umani. E se Educazione vuol dire garantire la loro uguaglianza, la parità dei loro diritti.
Domanda: ma pace cultura ed educazione esistono in sé o fanno parte di un qualcosa di più grande? Forse di una certa modalità della vita, di cui questi valori non sono che una parte. Una vita che abbia un senso, un’apertura, e caratteristiche di vivibilità per tutti e che permetta a ognuno di manifestarsi. Di un mondo dove non esistano vincoli di obbligo e dove ogni persona possa sentirsi parte del tutto senza provare un senso di annullamento, ma anzi di libertà. Un mondo dove i gesti possano scorrere liberi tra le persone, tra le culture, tra sé e gli altri.


“Pace-cultura-educazione” potrebbe anche essere solo uno slogan: come al solito dipende da cosa c’è nel cuore di chi pronuncia parole grandi come queste.
Resta il fatto che il mondo – dopo gli ultimi cinque millenni spesi a caccia del potere a qualunque costo – deve frenare la corsa: non ci sono risorse sufficienti per mantenere sei miliardi di esseri umani (presto dieci) consumando risorse al ritmo di quanto ha fatto l’Occidente in questo secolo. E in questa prospettiva la pace è una di quelle cose da non trascurare, di quelle che è bene pensarci prima.
Resta il fatto che il mondo (almeno in parte) negli ultimi cento anni ha saputo smorzare fenomeni come la segregazione razziale negli Stati Uniti, ha saputo chiudere con sdegno i campi di concentramento o, più semplicemente, ha regalato grandi e diffuse vittorie come il suffragio universale, l’assistenza medica o la libertà di stampa. Però, non è ancora stabilita in via definitiva la cultura del massimo rispetto per la vita umana.
Infine, resta il fatto che il mondo è uno solo: un disastro ecologico al nord si fa sentire anche a sud, e viceversa. Che razza di Terzo millennio sarà, se il genere un mano non si educa alla vita in comune sullo stesso pianeta?
Sì, è vero. Sembrano tutte parole, paroloni. Il mondo vero non è quello dei sogni. Tutti hanno dei colpevoli da indicare, dei meccanismi da smascherare, un progetto per migliorare le cose. I conflitti, la prevaricazione, la chiusura agli altri e al mondo vengono visti, interpretati e spiegati in tanti modi diversi. Tutte le risposte sembrano sempre indicare – siano esse di tipo morale, filosofico o politico – nell’individualismo, nella parzialità della visione delle cose e nel principio di separatezza tra sé e gli altri, la responsabilità della sofferenza per la mancanza di libertà, per la mancata presenza di quel mondo di cui pace, cultura ed educazione sono parte viva.
Il Buddismo parla di rivoluzione umana, di “volo continuo”, di sviluppo del “grande io”. Tutte realtà che indicano l’affermarsi di un mondo senza separazioni, lo sbocciare di tanti individui completi, capaci di sperimentare la propria libertà e manifestare la propria identità. Proprio collegandosi alla totalità dell’universo di cui fanno parte. Una visione questa, che fa parte di una tradizione millenaria, quella buddista, ma che – con le comprensibili differenze – ha aspirazioni in comune con numerosi altri sistemi religiosi.
Il dubbio però, rimane: un mondo migliore è solo un’aspirazione, o anche una possibile realtà? Prendiamo la sfera dei sentimenti: tra voler essere amati e amare c’è una bella differenza, che esprime bene la diversità tra il mondo dell’avere e quello dell’essere, tra il piccolo e il grande io. L’uno, preoccupato di ciò che gli manca, di come riempire il proprio vuoto. E l’altro che manifesta in maniera libera e universale la propria continua conquista. La conquista di conoscersi e quindi riconoscere gli altri e condividere con loro quel “filo invisibile” che ci mette tutti in relazione. E per il quale vale la pena mettere in gioco fino in fondo la propria vita: nelle grandi, ma prima ancora nelle piccolissime cose. In altre parole, è solo grazie alle azio- ni che i paroloni diventano parole. E che tutto diventa possibile.
Però c’è un “però”. Non si può auspicare la fioritura di un nuovo mondo e stare al tempo stesso con le mani in mano. Non si può criticare tutto e tutti e poi non alzare un dito per dare il proprio contributo. Ognuno deve pensare prima di tutto a se stesso. Deve cominciare a cambiare se stesso. «La SGI non si impegna solo ad appoggiare le Nazioni Unite nel loro compito di promuovere la pace ma opera nel campo culturale ed educativo, e noi, in quanto membri, ci sforziamo di realizzare il ruolo sociale che riteniamo la religione debba assolvere. Il nostro obiettivo consiste nel perseguire l’umanesimo, di porre il nostro credo religioso al servizio della gente e di intraprendere azioni decisive per superare i complessi problemi che il genere umano sta fronteggiando».
Naturalmente, tutto questo comporta un costo. Il quale va saggiamente calcolato. «Cosa sono disposto a lasciarmi alle spalle, pur di realizzare i valori di pace, cultura ed educazione?» dovrebbe chiedersi – tanto per fare un esempio – un membro della ISG. Ed ecco che spunta l’importanza della fede. Se visto sotto le lenti della fede quel “costo” sarà – di fatto – un investimento i cui interessi, rivalutati, servono all’acquisto della più grande dimensione di vita possibile.
Aver fiducia, superare l’impatto con la paura di non riconoscersi più oltre i limiti che ben conosciamo – e che sono la fonte di tutti i punti di riferimento parziali su cui il piccolo io si orienta – sono tutte cose che si possono realizzare manifestando il primo dei tre elementi che costituiscono la base della pratica buddista: fede, pratica, studio. Un altro trittico. Il quale, a pensarci bene, ha non poche affinità con il trittico che campeggia sulla copertina di questo numero: pace, cultura, educazione. (continua)

di mimmo filippone, adriana ruggero e marcello varaldi
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Commenti

  1. Salve a tutti,
    mi chiamo Maria e sono aretina, vorrei avvicinarmi anche io al buddhismo; pensavo di avviare un percorso di meditazione basato sugli insegnamenti, magari seguita spiritualmente da una persona che pratichi già da piu' tempo e quindi con piu' esperienza di me. Sul web però non ho trovato molto riguardo ad enti e associazioni che si occupino di certe cose, potete aiutarmi voi a rintracciare un'associazione, o persone praticanti, vicino a ad Arezzo dove abito? Vi ringrazio in anticipo,
    questa è la mia mail : mariaclr32@gmail.com

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  2. Non mancano certo dei praticanti in toscana...
    mettiti in contatto con una delle SEDI

    Ciao Maria

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  3. Tante grazie al sig. Silvano Bottaro ^_^

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