Una risposta da capire

«A volte le risposte sono "no" e in quel no forse c'è racchiuso qualcosa di grande da capire vivendo».

Prima di incontrare il Buddismo il mio pensiero costante era come sconvolgermi. Facevo uso di sostanze stupefacenti leggere, ero impegnato nei centri sociali, ma in realtà era una copertura per poter stare fuori da casa e fuori di testa.
Con i miei genitori non avevo un buon rapporto: si erano separati quando avevo nove anni e fino ad allora mio padre era stato un alcolizzato. Dopo la separazione avevo continuato a vivere con mia madre con cui non avevo un dialogo, quando ci sedevamo a cena lei cercava di parlarmi, ma io guardavo la televisione e non l'ascoltavo. I suoi tentativi li vedevo come imposizioni: le scelte della mia vita erano le sue scelte, compresa la scuola che poi avrei frequentato.
Nel giugno del 2003 persi papà. L'ultima volta che lo sentii fu per telefono, fu una conversazione breve e molto difficile: mi voleva comunicare che stava entrando in clinica per fare un intervento. Non avevo tempo per ascoltarlo, gli chiusi il telefono in faccia. In tutti quegli anni era stato praticamente assente dalla mia vita. Ma quella fu l'ultima volta che lo sentii. Il giorno dopo morì per un infarto post operatorio. Aumentai tantissimo il livello di "sconvoltura", appena mi svegliavo mi facevo una canna e andavo al lavoro. Iniziai anche a vendere il fumo.



Nel settembre del 2004 mi fermarono a un posto di blocco. Mi trovarono due etti e mezzo di fumo: mi feci tre giorni a Regina Coeli. Lì toccai il fondo. Ormai agli occhi di mia madre e della mia famiglia ero senza speranza: bocciato più volte a scuola, sempre sconvolto, senza obbiettivi di vita e ora anche arrestato. Naturalmente persi completamente la loro fiducia e questo mi causò una sofferenza profondissima.
Non mi sono mai sentito cattolico e crescendo mi ero fatto una mia visione della vita: sentivo di far parte dell'universo e pensavo che facesse parte di me e credevo nella reincarnazione. Tutto questo non grazie a studi, ma... come posso dire? Per deduzione.
Piano piano si insinuò in me il desiderio di cambiare. Percepii che non siamo "isolati" e cercavo una "formula" che mi potesse armonizzare con il mondo. Mi ricordo che una sera pensai con chiarezza queste cose e il giorno dopo conobbi una persona di Bologna che doveva diventare molto importante per me.
A gennaio del 2005 mi arrivò la comunicazione che dovevo sostenere il processo con l'accusa di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti. Non è facile parlare di certe cose, però trovai il coraggio di parlarne telefonicamente alla persona di Bologna che avevo conosciuto e che mi ispirava saggezza e serenità. La risposta fu: «Prova a recitare Nam-myoho-renge-kyo».
Ero in ufficio, chiuso in una stanza, da solo e avevo fretta. Tentai di dirla. Al quarto Nam-myoho-renge-kyo entrò una collega che mi colse di sorpresa: «Sei buddista?». Le risposi che non sapevo cosa ero, che però avevo una cifra di problemi da risolvere e che stavo male. Mi disse che praticava da otto anni - era l'unica in un ufficio di 300 dipendenti!
Iniziai subito a partecipare alle riunioni. La prima fu "sconvolgente", uscii con uno stato vitale altissimo. Per tutta la riunione si parlò di argomenti che erano al centro delle mie riflessioni sulla visione della vita. Avevo finalmente trovato quello che cercavo.
Intanto però si era aggiunta la paura di perdere il posto di lavoro: per il lavoro che faccio è richiesto il NOS (nulla osta alla segretezza) che viene rilasciato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Non c'era speranza che me lo rinnovassero avendo dei carichi pendenti. Misi l'obiettivo di poter continuare a lavorare senza il NOS, senza dare spiegazioni in ufficio. Non era una cosa semplice. Ma andò proprio come avevo deciso.
Proprio in quel periodo decisi che avrei ricevuto il Gohonzon: avevo imparato a scegliere, a desiderare, ero capace di curare la mia vita e le mie cose. Ero l'unico responsabile di me stesso.
Mia madre mi osservava incuriosita e anche un po' diffidente. Iniziai a parlare con lei: prima ci furono solo scontri, poi con il tempo diventarono dei confronti. Non era abituata a non gestirmi e non si fidava molto delle mie scelte visto che in passato non ero stato il massimo della saggezza. Però iniziò a vedere i miei cambiamenti, cominciammo ad avere un dialogo e - stentavo a crederlo - ogni tanto mi chiedeva dei consigli!
Appena ricevetti il Gohonzon mi fu proposta una responsabilità di gruppo. A me! Che fino a poco tempo prima non ero capace di prendermi nemmeno le responsabilità della mia vita. Durante questi tre anni di pratica ho vinto molte battaglie, ho imparato a combattere e a non subire passivamente la vita, a tirare fuori coraggio, a cadere e a rialzarmi. Ora la cosa che più di tutte era importante era riconquistare la fiducia della mia famiglia e specialmente quella di mia madre, una donna abitutata a combattere costantemente da sola.
Nell'agosto del 2007 le fu diagnosticato un tumore al rene, uno dei piu cattivi. Iniziai a fare Daimoku come chi cerca l'acqua nel deserto. Avevo già perso papà e non avevo nessuna intenzione di lasciare qualcosa di intentato con mia madre. Trovare un chirurgo ad agosto è qualcosa di allucinante, ma non me ne importava niente, doveva assolutamente saltar fuori nel minor tempo possibile.
Daimoku.
Il 16 agosto le fecero l'intervento. «Ha vinto al superenalotto - dissero i medici - l'abbiamo beccato in tempo».
Per tutto l'anno mia madre fece i controlli, era sempre tutto a posto. Ma il primo maggio del 2008 l'accompagnai al pronto soccorso perché aveva dei problemi all'arto destro. Risultò che aveva due metastasi al cervello. Il tumore aveva saltato tutti gli organi intorno al rene e si era andato a insediare nella testa, ci fu prospettato un intervento al cervello. Per noi fu una crisi profonda. Sentendo gli specialisti del settore la risposta era sempre la stessa: «Sua madre non ha speranze».
Di nuovo Daimoku, Daimoku: l'obbiettivo, oltre a quello che l'intervento fosse risolutivo, era che non subisse traumi cioè non avesse problemi cerebrali. Andò tutto bene. O così sembrava, a livello di "testa" c'era tutta! Ma dopo due mesi, quando rifece la TAC, la situazione era peggiorata. Non capivo! Praticavo perchè lei guarisse e invece andava peggio.
«Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l'inverno, che si trasforma sempre in primavera. Non ho mai visto né udito di un inverno che si sia trasformato in autunno, né ho mai sentito di alcun credente del Sutra del Loto che sia rimasto un comune mortale» (L'inverno si trasforma sempre in primavera, SND, 4, 209). Così capii che a volte le risposte sono diverse dai nostri ragionamenti, da quello che pensiamo che sia giusto per noi. A volte le risposte sono "no" e in quel no forse c'è racchiuso qualcosa di grande da capire vivendo.
Ogni volta che andavo dai medici sentivo la stessa risposta: sua madre non arriva a settembre. Intanto lei aveva messo la sua vita nelle mie mani, nel vero senso della parola (e pensare che una volta ero la pecora nera), parlavo per lei, andavo in giro per l'Italia a sentire i medici in sua vece. Decidemmo insieme di giocare il tutto per tutto facendo un ciclo di cura molto potente. In quel periodo tutti i parenti contavano su di me, non capivano come facessi a fare tutto con un ritmo così serrato: avevo organizzato un presidio costante di medici, aiutanti, assistenti sociali.
La cura diede l'effetto sperato così il chirurgo fu d'accordo a intervenire: «Massimo tre settimane che si libera un posto, e la ricoveriamo». E io dentro di me: «Tre settimane? Al massimo una settimana e mia madre sarà operata». Alla fine della settimana ci chiamarono: «Porti sua madre, lunedì la ricoveriamo e martedi facciamo l'intervento». Partimmo la domenica, già perché il chirurgo lo trovai in una città del nord. In volo la mamma mi ricordò quanto le piacesse volare e di come volesse andare a farsi un bel viaggio. Il lunedì fu ricoverata, ma nel pomeriggio ci furono delle complicazioni gravi ai polmoni.
Se ne andò in 5 giorni.
Mi ero messo un obbiettivo per la sua morte: «Voglio un sonno ristoratore, dove è rapita in un bellissimo sogno, dove il risveglio è piu bello del più bel sogno della notte». E cosi è stato. Anche lontano da casa il Gohonzon non mi ha mai abbandonato. Pensavo che il giorno che si fosse spenta sarei stato da solo, invece il giorno prima vennero su due persone importantissime: la mia dolce metà e il mio primo shakubuku.
So che tutto quello che sono riuscito a fare in quel periodo è grazie al sostegno del Gohonzon, della comunità, e dall'aver fatto sempre tanta attività. Non ho lasciato nulla di intentato, non ho rimpianti. La cosa più bella è stato sentirmi riportare da un'amica di famiglia quello che mia madre le ha detto in confidenza, come in un testamento: «Mi raccomando Anna, che Andrea non smetta mai di praticare, da ragazzo sconsiderato che era, è diventato un esempio per tutta la famiglia». Anche se con lei avrò praticato in tutta la vita si e no mezz'ora, sicuramente è stato lo shakubuku più bello che un figlio può desiderare. Oggi la sofferenza per la sua mancanza si sta trasformando, la sento dentro di me e sento di poterla coccolare come e quando voglio.
Mio fratello nel frattempo mi ha dato una bellissima notizia: sarò nuovamente zio e sappiamo che sarà una bambina, concepita nel periodo in cui nostra madre era in terapia intensiva, mio fratello si sta ancora chiedendo come possa essere successo, visto che hanno sempre usato tutte le precauzioni, ma... questi sono i cicli di nascita e morte... questa è la vita! (A. L.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Che grande insegnamento in questa storia, GRAZIE.
    io mi trovo in una situazione simile eppur distante, è difficile vivere, è difficile sopravvivere a certi eventi, il Daimoku ci aiuta e ci sostiene, sempre. e tutto ciò è meraviglioso!
    GRAZIE

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  2. ;o) Prego.. Andrea

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  3. grazie per questa bellissima incoraggiante testimonianza

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  4. mi ritrovo qua a piangere a pensare al dolore che hai provato... mi dai una speranza pazzesca..
    un abbraccio

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  5. meravigliosa. Mi hai commosso. Grazie

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