Buoni amici

Il Buddismo è una pratica dinamica che porta le persone ad affrontare le sofferenze e le conduce verso la felicità. In questa sezione affrontiamo i princìpi fondamentali della filosofia buddista, raccontiamo attraverso testimonianze i cambiamenti che le persone hanno sperimentato nella loro vita, percorriamo le tappe principali della storia del Buddismo, rispondiamo ad alcune domande e presentiamo alcuni scritti di Nichiren avvertendo i lettori che gli articoli che compongono queste pagine non sono sempre legati fra loro.

La pratica buddista richiede impegno per superare i propri limiti e punti deboli e per cercare di migliorare se stessi. È una sfida costante e difficile ed è quindi naturale avere bisogno del sostegno di altre persone che, come noi, si dedicano a seguire lo stesso sentiero nella vita e alla creazione di valore.
Una volta Ananda, uno dei più fedeli discepoli del Budda Shakyamuni, chiese: «Sembra che avere buoni amici e progredire insieme a loro sia come essere a metà strada sulla via del Budda. È corretto questo pensiero?». Shakyamuni rispose: «Ananda, questo pensiero non è corretto. Avere buoni amici e progredire insieme a loro non è la metà della via della Budda, ma la totalità della via».

E Nichiren Daishonin descrive così l'importanza del sostegno di un amico: «Un albero che è stato trapiantato non vacillerà, anche in presenza di forti venti, se vi è un solido palo che lo sostiene. Ma anche un albero cresciuto nella sua sede naturale può crollare se le sue radici sono deboli. Anche una persona debole non cadrà se coloro che la sostengono sono forti, ma una persona di notevole forza, se si trova sola, potrebbe perdere l'equilibrio lungo un sentiero accidentato. [...] Quindi il miglior modo per ottenere la Buddità è quello di incontrare uno zenchishiki, un buon amico» (I tre maestri del Tripitaka pregano per la pioggia, SND, 8, 201).
Nel Buddismo i buoni amici sono conosciuti come zenchishiki, o buone influenze, mentre akuchishiki è riferito alle cattive influenze. Gli esseri umani si influenzano reciprocamente in modi sottili e complessi, ed è importante sviluppare l'abilità di comprendere la natura di tale influenza. "Cattivi" amici sono quelli che incoraggiano le nostre debolezze, favoriscono la tendenza alla lamentela e all'inerzia e che, magari inconsapevolmente, ci allontanano dai nostri obiettivi. Con le parole di Nichiren: «I cattivi amici sono coloro che con le blandizie, l'inganno, l'adulazione e l'eloquenza conquistano i cuori delle persone ignoranti e ne distruggono l'intrinseca bontà».
Anche quando le intenzioni sono buone, il grado dell'influenza positiva sugli altri può variare. Tsunesaburo Makiguchi, fondatore della Soka Gakkai, usava il seguente esempio: nel caso in cui un amico abbia bisogno di denaro, darglielo è un atto di piccolo bene, mentre aiutarlo a trovare un lavoro è un atto di medio bene. Tuttavia, se sta soffrendo a causa della sua tendenza karmica alla pigrizia, allora questo tipo di aiuto non farà altro che perpetuare questo aspetto negativo. In questo caso, la vera amicizia sta nell'aiutare quella persona a cambiare la propria natura pigra che è la causa profonda della sua sofferenza.
Un vero "buon" amico è qualcuno che ha la compassione e il coraggio di dirci anche quelle cose che preferiremmo non sentire, con le quali però dobbiamo confrontarci se desideriamo sviluppare e migliorare noi stessi.
In termini buddisti, il migliore tipo di zenchishiki è quello che ci porta a rafforzare la fede e la pratica con il fine di poter trasformare il karma. Sappiamo però che niente è buono o cattivo di per sé, tutto dipende da come utilizziamo l'occasione che abbiamo di fronte. Alla fine siamo noi a determinare se una persona o una situazione agisce come un buono o cattivo amico. A proposito del sovrano che lo aveva perseguitato, esiliato ripetutamente e cercato di decapitare, Nichiren scrive: «In questa esistenza ho potuto avere fede nel Sutra del Loto e ho incontrato un sovrano che mi ha permesso di liberarmi dalle sofferenze di nascita e morte in questa vita. Come posso stupidamente serbargli rancore per l'insignificante male che mi ha fatto?» (I quattro debiti di gratitudine, SND, 7, 135).
Questo esprime un concetto chiave nel Buddismo. Grazie al grande potere di trasformazione della pratica buddista, anche i "cattivi" amici possono avere una buona influenza se facciamo della nostra relazione con essi un'opportunità per esaminare, riformare e rafforzare le nostre vite e realizzare la rivoluzione umana. D'altra parte, più tendiamo a lamentarci e a dare la colpa agli altri, più a lungo ritardiamo la trasformazione del nostro karma.
L'obiettivo è quello di non soccombere alle influenze negative che incontriamo, e piuttosto di sviluppare la saggezza e il tipo di compassione onnicomprensiva espressa da Nichiren quando scrive che il suo primo desiderio è condurre all'Illuminazione il sovrano che lo aveva perseguitato.

la Storia (3) / Le differenze tra le tradizioni hinayana e mahayana

Mahayana significa "grande veicolo" mentre Hinayana significa "piccolo veicolo", termine che in origine aveva un senso dispregiativo.
«Nell'India del I secolo d.C., periodo in cui probabilmente il Sutra del Loto fu scritto, le differenti scuole del Buddismo hinayana ritenevano di essere depositarie dell'ortodossia buddista e questo, oltre a caratterizzarle per una certa chiusura, le aveva rese autoritarie e distaccate dalla gente comune. In controtendenza a un tale senso di cose si verificò l'emergere di un movimento di laici che manifestavano la propria fede nel Budda innalzando e venerando stupa a lui dedicati. La fede spingeva questi credenti laici a cercare di stabilire un contatto diretto con il Budda senza l'intermediazione dei monaci. Fu così che ebbe origine il movimento mahayana, riflesso nelle scritture compilate a quel tempo, come i sutra della Saggezza, il Sutra della Ghirlanda di fiori e il Sutra del Loto. Le scuole hinayana criticavano il nuovo movimento mahayana sostenendo che i suoi testi erano creazioni arbitrarie che non corrispondevano all'insegnamento del Budda» (tratto da Daisaku Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Mondadori, vol. I, pag. 40).
Per chiarire ulteriormente le posizioni delle due tradizioni è opportuno sottolineare la differente concezione del Budda: per le scuole hinayana il Budda è quello storico, ma allo stesso tempo una figura unica e irraggiungibile, mentre nel movimento mahayana la figura del Budda è sfrondata dai suoi elementi umani ed è cristallizzata nella condizione vitale di Buddità, un potenziale presente nella vita universale e in quella degli esseri umani.
Attualmente la sola tradizione hinayana sopravvissuta è la Theravada (la dottrina degli anziani) presente in Sri Lanka, Laos, Cambogia e Thailandia.

le Domande / Aspetti di vita concreta

Se sono l'unico a praticare il Buddismo, come mi devo comportare con gli altri membri del mio gruppo familiare?
Il mezzo principale per raggiungere il cuore degli altri è la prova concreta, cioè diventare persone felici:figli, genitori, compagni preziosi! Credo che basterebbe sorridere con il cuore due o tre volte al giorno. Uno dei punti sottolineati dalla Soka Gakkai è ottenere l'armonia in famiglia: non dovremmo certo litigare a causa della pratica, ma recitare Daimoku per far nascere un dialogo profondo.

Se ancora non ho ricevuto il Gohonzon, posso fare shakubuku?
Sì, certo! Mi viene in mente quel brano della Rivoluzione umana (vol. 10, II cap.) dove Ikeda descrive due responsabili per la campagna del Kansai: Mitsui e Tatsuoka, così diversi fra di loro e così preziosi. Mitsui era un uomo le cui attitudini non erano particolarmente brillanti, ma grazie alla sua popolarità e alla sua fede spontanea, senza incertezze, fin da subito riuscì a realizzare eccellenti risultati nello shakubuku. Tatsuoka invece decise per sfida e con molto scetticismo di praticare per un anno. Alla fine dell'anno aveva convertito tantissime persone e chiarì tutti i suoi dubbi. Il suo esempio insegna a non perdere mai lo spirito di ricerca e a fare tanto shakubuku anche se non ci crediamo ancora fino in fondo. Ricordiamoci che non dobbiamo convincere nessuno, ma trasmettere la lotta che ognuno di noi compie e arrivare al cuore di chi ci sta davanti.

È possibile cambiare il gruppo di appartenenza?
Pensiamo sempre al principio "fede uguale vita quotidiana": è naturale frequentare riunioni in luoghi vicino alla propria abitazione. Ovviamente non sono i responsabili che possono decidere a quale gruppo una persona dovrebbe appartenere.
Nel caso in cui si desideri cambiare gruppo perché in conflitto con altri praticanti dovremmo cogliere l'occasione per vincere su quelle difficoltà e crescere nella propria rivoluzione umana. Sarebbe meraviglioso lavorare insieme per riuscire a trasformare il problema con il Daimoku, senza scappare. Come dice Ikeda pensando alla situazione di Nichiren, ciascuno deve diventare la guida nella "propria isola di Sado".
Quando una persona si sposta per lavoro, l'Istituto può aiutarlo a trovare un gruppo per poter partecipare alle riunioni di discussione.

Commenti