Un segreto solo mio

Una violenza subita e poi sepolta nella memoria riaffiora grazie al potere del Daimoku. Un percorso a ritroso per sciogliere la causa di un profondo disagio.

Quando venni a contatto con il Buddismo, ormai più di sei anni fa, il mio cuore era circondato da un muro, che mi impediva di vivere come una qualsiasi ragazza di ventitré anni. Un tarlo, di natura indecifrabile, mi teneva compagnia da tantissimo tempo e una grandissima sofferenza, che mi portavo dietro dall’età di dodici anni, aveva determinato una visione molto particolare della realtà. Rinnegavo la mia femminilità, non tolleravo la debolezza e, addirittura, consideravo questi aspetti della vita come un handicap.
Qualche anno fa, la mia vita era, a dir poco, disastrosa soprattutto per quanto riguardava i rapporti con gli altri: non avevo amicizie femminili, vivevo e pensavo come un uomo. Ricordo che il mio unico obiettivo era quello di sfidare il mondo ma, soprattutto, sfidare gli uomini.
Quando iniziai a praticare il mio interesse era concentrato sull’aspetto sentimentale: la mia soddisfazione maggiore era corteggiare i ragazzi, farli innamorare e abbandonarli. Conobbi ben presto un ragazzo che, oggi, non ho dubbi a riconoscere come uno shoten zenjin. Mi parlava di amore, di dolcezza, di futuro insieme. Non accettò il mio gioco e quando volli lasciarlo, perché innamorato di me, lui contrattaccò con una corte spietata.


In quel periodo recitavo tantissimo Daimoku e sentivo progressivamente nascere dentro di me il desiderio di aprirmi agli altri: così quando mi proposero di far parte del gruppo byakuren accettai senza esitare neppure un attimo, non immaginandomi, neanche lontamente, quanto questa attività mi avrebbe in seguito aiutata.
Iniziò un periodo di grande dolore: nonostante l’amore folle di quel ragazzo soffrivo come un cane e non riuscivo a capire il perché. Il suo amore invece di rendermi tranquilla mi rempiva di inquietudine: era come se qualcuno volesse
carpirmi un segreto che era solo mio. Più recitavo e più la sicurezza, che mi caratterizzava e non mi aveva mai abbandonato, cominciava a vacillare.
Un giorno, durante la mia terza ora di Daimoku, chiesi profondamente scusa al Gohonzon, senza capire inizialmente il motivo per cui lo facessi. Perchè stavo così male? Perchè volevo fuggire da questo ragazzo che mi parlava di tenerezza?
E fu come se qualcosa si rompesse dentro, il muro che circondava il mio cuore crollò improvvisamente ed un dolore fortissimo investì il mio corpo.
Scoppiai a piangere e di colpo i ricordi riaffiorarono ... rividi immagini terribili che il mio istinto di sopravvivenza aveva nascosto nei meandri dell’inconscio: davanti ai miei occhi apparve il volto violento di un ragazzo che a dodici anni trafugò la parte migliore di me, sentii sulla mia pelle il dolore delle percosse ed un profondo senso di solitudine. Compresi finalmente cosa mi aveva condotto, di colpo, ad abbandonare le bambole e a smettere di credere al principe azzurro.
Piansi, piansi per parecchio tempo. Ora capivo il perché della mia durezza, il perché di tanta rabbia: avevo rimosso per tanto tempo dalla memoria questa terribile violenza, ora era giunto il momento di rimuovere questa macchia nerissima dalla mia vita. Ma io chi sono? Mi ripetevo. Se non avessi avuto questa esperienza, come sarei diventata?
Il mio più grande sostegno, in quel periodo di profonda crisi di identità, furono il Daimoku e l’attività buddista. Sapevo che solo mettendo la mia vita a disposizione degli altri potevo imparare ad amare e a conoscere finalmente un mondo nuovo, senza dover dimostrare o nascondere niente a nessuno. Scoprii così piano piano che ero una persona dolcissima e tenerissima, a cui piacevano da impazzire le rose ed i tramonti. Venne fuori una nuova femminilità e cominciai a prendermi cura della mia vita.
Nel frattempo il ragazzo innamorato mi lasciò, perché non si sentiva abbastanza forte da condividere con me un così pesante fardello.
Nonostante i timori e le difficoltà ricominciai da capo: semplicemente rinacqui. In quel periodo mi ripetevo continuamente una frase di Ikeda che diceva: «Io credo nella tua vittoria, il Daimoku sarà la tua forza trainante. Avanza, avanza e basta: il tempo parlerà». Ed io continuai ad avanzare, a desiderare di ritornare ad essere libera, di riappropriarmi di ciò che mi era stato rubato. Continuai a credere agli incoraggiamenti dei responsabili che mi sostenevano tantissimo, agli insegnamenti buddisti ed al Gohonzon, imparando a fidarmi di lui come un bambino si affida alla madre.
Oggi a distanza di anni posso dire di aver cambiato o meglio cancellato la macchia nera nella mia vita, una macchia che correva il rischio di negarmi alla vita stessa. Ora il mio più grande obiettivo è imparare ad amare sempre di più, sviluppando una profonda compassione, capace di abbracciare tutto...
Ho avuto il coraggio di guardare in faccia il mio violentatore: nel suo viso ho visto la disperazione di una grande sofferenza, io la mia l’ho lasciata alle spalle ormai da tempo.
Oggi infatti, finalmente, posso parlare d’amore e di romanticismo a un uomo, senza sfidarlo e ho uno stuolo di amiche e compagne di avventura con le quali confrontarmi e crescere. (F. T.)
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Commenti

  1. Grazie. Mi piacerebbe sapere da dove hai recuperato quella frase del Presidente e grazie di cuore per aver condiviso la tua esperienza su questo muro, mi dispiace che nessuno ti abbia risposto.

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