Alla fine dell’arcobaleno

Il sogno era semplice: avere un figlio. Ma il tragitto per renderlo realtà si è rivelato quanto mai impegnativo. Eppure, quando finalmente è nata Clara, anche il cielo sembrava voler festeggiare il suo arrivo.

Elda: Appena nata il mio colorito era bluastro, ero lunga e magra. Credo che quando mia madre dette il primo sguardo a quello che era il suo quarto figlio si sia piuttosto spaventata. Quando ero ancora lattante, doveva spesso svegliarmi per la poppata e dopo a tavola tenevo ferma in bocca la cucchiaiata di pappa che mi infilava, a volte per ore, finché lei non mi toglieva tutto di bocca prima di addormentarmi. Crescendo fui colta da magrezza patologica che mi durò a lungo, finché non riuscii a vincerla lentamente grazie alla pratica buddista.

Eric: Ho cominciato a praticare il Buddismo in Italia. Avevo problemi di relazioni con le persone. A tutti i costi volevo vincere su questo problema e ... mi sono sposato con Elda Il mio desiderio più profondo era che lei diventasse la donna più felice del mondo.

Elda: Fin dall’inizio volevamo avere molti bambini, la cosa più naturale del mondo, ma per noi sarebbe invece stata una sfida che avrebbe cambiato la nostra esistenza.
A causa della mia magrezza patologica, avevo riportato dei danni che rendevano difficilissima una gravidanza. Avevo già subito due operazioni di cisti alle ovaie e le mie mestruazioni erano deboli o addirittura assenti. La mia vita non era armoniosa: i miei umori variavano da stati di rabbia, impazienza e nervosismo; in un certo modo disprezzavo la vita, oppure non riuscivo a vederne la bellezza.
Volevo cambiare a tutti i costi.

Eric: Nell’anno in cui ci siamo sposati, andai a Trets e parlai di questo problema con Aramaki, il custode del Centro culturale europeo, il quale mi incoraggiò indicandomi su quali punti avrei dovuto concentrare la mia preghiera.
Da quel momento capii che se volevamo che il nostro desiderio si avverasse, avremmo dovuto sforzarci tutti e due. Recitavamo tantissimo Daimoku insieme e facevamo più attività possibile. All’inizio sembrava che non fossimo mai a ritmo. Allora cominciai a pensare che lei non stesse recitando in modo corretto e che solo il mio ritmo fosse quello giusto.
Comunque, malgrado le nostre difficoltà, mi mettevo davanti al Gohonzon e recitavo affinché Elda diventasse la donna più felice del mondo.
Decidemmo di trasferirci per poter lavorare alle opere di restauro del nuovo Centro culturale a Villa Sachsen. Trovai un lavoro come architetto e durante i week-end dirigevo i lavori a Villa Sachsen.
Verso la fine dell’anno lasciai il lavoro, che stavo iniziando a odiare. Dissi al mio capo: «Più invecchio, a meno compromessi voglio scendere». Recitai tantissimo Daimoku affinché i lavori di Villa Sachsen fossero affidati completamente a me. Ma in nessun caso Elda e io dimenticammo quale fosse il nostro più grande desiderio: avere bambini. A ogni occasione di compleanni o anniversari ci regalavamo sempre delle cartoline che raffiguravano dei bambini.

Elda: Dopo aver cambiato una ginecologa dopo l’altra per poter riassestare la mia disarmonia, incontrai una dottoressa molto brava che scoprì immediatamente la causa delle mie sofferenze dovute a un disturbo, conseguenza della mia magrezza patologica che faceva sì che gli ormoni necessari all’ovulazione non si producessero. Mi dette una cura omeopatica. Poco più tardi mi accorsi di essere rimasta incinta. Eravamo fuori di noi dalla gioia.

Eric: Pensai al mio brano di Gosho preferito: «Le preghiere di un devoto del Sutra del Loto non rimarranno mai senza risposta».

Elda: Al sesto mese mi sottoposi ad un controllo preventivo. Il ginecologo impallidì quando si accorse che il mio utero si era già dilatato e che il bambino si era già messo in posizione per uscire. Ci spaventammo, che cosa significava? Andammo subito in ospedale dove i medici mi avvertirono di dovermi preparare ad un aborto. La chiusura dell’utero per via chirurgica poteva essere pericolosa per il bambino, perché non era esclusa una ferita alla sacca delle acque.
Sebbene questi interventi fossero abitualmente effettuati sotto anestesia totale, a mia richiesta fu fatta un’anestesia locale, così da permettermi di recitare Daimoku durante tutto l’intervento. Anche Eric recitava Daimoku nel corridoio.
Tutto andò bene.
Quando mi ripresi, il primario mi disse che sarei dovuta rimanere sotto osservazione in ospedale per le dodici settimane seguenti.
Questo non me lo sarei mai immaginato: dodici settimane! Recitavo fino a tre ore al giorno per proteggere la vita del nostro bambino. Non mi abbandonava mai il pensiero che mi trovavo in quella situazione affinché potessi imparare ad amare la vita. In quei momenti mi domandavo se sarei stata veramente nelle condizioni di poter donare una vita, sebbene in tutti questi anni ne avessi sempre avuto il dubbio. Avevo le doglie e mi somministrarono un medicinale che produsse, come effetto collaterale, un aumento incontrollabile delle pulsazioni. Dovevo quindi rimanere calma, ma dentro di me ero molto agitata, una tortura senza eguali.
Durante la notte avevo paura per il mio bambino, allora alternavo il pianto alla recitazione del Daimoku.
In ospedale dovetti anche confrontarmi con la sofferenza delle altre gestanti. La mia vicina di stanza mi raccontò di aver partorito un bimbo morto, un’altra che prima di avere il bambino ne aveva persi sei. Allora pensai che avrei sicuramente potuto aiutare molto meglio altre donne se ora affrontavo le mie sofferenze con tutto il mio coraggio e le mie forze.
Senza lasciarmi sconfigere qualunque cosa accadesse.
Al decimo giorno decisi di farmi dimettere dall’ospedale.

Eric: Ce l’avevo fatta! Dal primo di gennaio ebbi l’incarico a tempo pieno per Villa Sachsen e a giugno fui nominato responsabile nazionale della Divisione giovani.
Dopo poco tutti i responsabili della Divisione giovani in Europa si dovevano incontrare a Trets per preparare il corso che si sarebbe tenuto a Villa Sachsen. La mia determinazione era di trasformare la tendenza all’isolamento umano nel mio paese, e io volevo darne una prova personale.
Improvvisamente, quando ancora non si sapeva se il mio bambino fosse fuori pericolo, mi assalirono dubbi e paure. Avevo paura di perdere mio figlio, avevo paura di tutto. Era il 2 settembre.

Elda: Quella mattina avevo fatto Gongyo e due ore di Daimoku, ma non riuscivo a smettere di piangere. Telefonai a E. e gli dissi del mio timore per il bambino. Rifiutavo ciò che da tanto temevo e il mattino dopo fui ricoverata in ospedale. L’ostetrica non sentiva più i battiti cardiaci e il medico verificò sull’apparecchio a ultrasuoni che il cuore non si muoveva più. Si voltò lentamente verso di me e mi disse: «Purtroppo il cuore del suo bambino non batte più».

Eric: Penso di non aver mai amato così mia moglie e di averla sentita così vicina come in quel momento. Giaceva a letto e non riusciva a convincersi. Pensai che non ci fosse dolore più grande al mondo che perdere un figlio senza averlo nemmeno conosciuto.
Cominciarono le ore di attesa che sembravano anni.

Elda: Il tempo era come un vuoto infinito, una ricerca disperata del significato della vita e della morte. Era come se Eric ed io ci fossimo fusi insieme. I nostri sentimenti fluivano senza parole, da cuore a cuore.

Eric: Nonostante il peso psichico, decidemmo che nostro figlio sarebbe nato in modo naturale. I medici ci incoraggiarono a confrontarci con la situazione. Dopo otto ore di travaglio, la nostra bambina venne alla luce rapidamente – la chiamammo Stella.
Facemmo Gongyo con lei e poi ci separammo da lei.
La notte seguente era la notte più lunga del giorno più lungo della nostra vita. Ogni volta che ci svegliavamo non ci rendevamo conto di ciò che ci era successo. Il giorno seguente non riuscivamo a trattenere le lacrime. Non potevo dire se riuscivo ancora a credere a qualcosa o no. Non riuscivo a capire perché la nostra bambina non ci aveva voluto conoscere. Tutte le parole di incoraggiamento che io spesso avevo usato per gli altri erano scomparse. Mi sentivo completamente vuoto. Ciò che mi faceva più male era la mancanza di speranza.

Elda: Il pensiero di ritornare a casa senza la bambina era terribile. Per la prima volta non sapevamo come aiutarci. Qual è il significato della morte? Perché è capitato a noi? Questi pensieri ci torturavano. Non riuscivo a comprendere questa contraddizione della nascita che allo stesso tempo si trasformava in morte. Inconcepibile. Era ad un altro livello della comprensione e tutti i ragionamenti per capire l’accaduto invece di consolarci, naufragavano tristemente.

Eric: Elda aveva incubi ogni notte. Sognava sempre di partorire, sudava e piangeva ed io non avevo parole sufficienti per consolarla. In quel periodo il Daimoku che gli altri membri stavano recitando per noi ci fu di grande sostegno. Ci inviavano cartoline e fax e ci facevano sentire quanto ci fossero vicini e partecipassero alla nostra sofferenza. Era bellissimo.

Elda: Non dimenticherò mai in che modo ci fecero visita le resposabili della Divisione donne Kimiko Brunner e Sakae Takahashi. Per prima cosa, ci abbracciammo e piangemmo insieme. Poi ci lessero un messaggio del presidente Ikeda che ci scriveva: «Non è necessario vedere l’accaduto come karma e considerarlo con il cuore pesante. Ha un significato profondo. Lo capirete bene in futuro. Pregherò anche per la vostra bambina morta».

Eric: La signora Takahashi disse: «Vedete, la vostra bambina è stata nella pancia di Elda per otto mesi e vi ha fatto vedere come si deve lottare contro i punti deboli della vostra vita». Da tempo mi sentivo diviso dagli altri membri, e alla fine non ero più in grado di capire le loro sofferenze. A un tratto scoprii un profondo significato nella morte di Stella e capii che lei mi stava facendo vedere come io potessi manifestare tutto il mio potenziale.
Davanti al Gohonzon ancora una volta pregai con forza affinché mia moglie divenisse la donna più felice del pianeta.

Elda: Da quel giorno in poi le lacrime diminuirono e si trasformarono in gratitudine verso la nostra bambina, che ci ha insegnato e ci insegna tuttora il significato della morte e della vita. Tramite la sua morte abbiamo cominciato a capire la vita in modo più profondo.
Ogni insicurezza e paura erano come spazzate via. Le foglie cadevano dolcemente dagli alberi e gli altri esseri umani mi parevano così vicini da poter leggere direttamente nel loro cuore. Tutto era ancora come prima eppure tutto era diverso. Per la prima volta ho percepito il significato di unità fra persona e ambiente. Non l’ho percepito con la ragione, ma con tutta la mia vita. Ero in armonia con me stessa e con ciò che mi circondava e sentivo di avere il coraggio di superare ogni avversità.

Eric: Alcune settimane più tardi ci fu l’incontro di preparazione per il quarto corso della Divisione giovani d’Europa nel nostro centro di Walldorf. Sedetti di fronte al Gohonzon iscritto per la pace in Germania e dovetti piangere, stavolta non per tristezza, ma per la gioia e la gratitudine verso la nostra bambina che era morta. Lei mi cancellò tutti i dubbi e mi mostrò come poteva essere grande la mia vita. Avevo fatto un’esperienza per questo corso che ancora non era finita. A tutti i costi volevamo un figlio.
Le opere di restauro a Villa Sachsen andavano avanti e utilizzavo ogni occasione per spiegare il Buddismo a tutti i miei collaboratori, e raccontavo loro la mia storia. Qualche mese dopo traslocammo nella piccola casa adiacente a Villa Sachsen. Elda era di nuovo incinta.

Elda: Solo dopo mi sono resa conto di quanto sia raro rimanere incinta in così breve tempo dopo una tale esperienza. Anche in questa gravidanza non è stato tutto facile. Dovevo riposare molto e stare sotto la sorveglianza dei medici che non volevano che si ripresentasse lo stesso problema. Mi impegnai a far sì che nascesse un bimbo sano da tenere come un gioiello.
«Soffri per quel che c’è da soffrire, gioisci per quel che c’è da gioire. Considera sia la gioia che la sofferenza come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Solo così potrai sperimentare l’infinita gioia che deriva dalla legge». Questo brano di Gosho mi ha accompagnato per tutto il tempo.

Eric: Ecco che di nuovo tutte le mie paure mi assalirono. Ma ricominciai a lottare. Ogni mattina recitavo a lungo finché i miei timori non si dissolvevano. Questa volta la mia battaglia era più concentrata e cosciente. Pregavo per il mio bambino e per mia moglie. Durante il giorno pensavo a far procedere i lavori a Villa Sachsen.
Daisaku Ikeda scrive: «Il Buddismo è vittoria o sconfitta. Se preghi profondamente, la tua chiarezza personale in questo momento e la tua determinazione daranno i loro frutti fra dieci anni. Tienilo sempre a mente e costruisci una salda fede».
Questo atteggiamento di vincere o perdere non mi lasciò un attimo. Elda era già al nono mese e tutto andava per il meglio.
Il ventiquattro agosto faceva caldo a Villa Sachsen. Ancora una volta i responsabili tedeschi della Divisione giovani si riunirono a casa nostra.
Quel giorno Elda era agitata.
Facemmo un Gongyo risonante tutti insieme, e subito dopo iniziarono le doglie. Due ore più tardi, alle sei e mezzo del pomeriggio andammo in ospedale. Tre quarti d’ora dopo nacque Clara: una bambina minuta, che strillava a squarciagola. Era nata dopo sette anni di attesa e Elda era la donna più felice dell’universo. Ci hanno detto che a quell’ora su Villa Sachsen apparve un doppio arcobaleno, forse per salutare la nostra bambina. (Eric e Elda K.)(dati modificati)

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