A passo di danza

Anoressia, bulimia. Il mondo della danza, a volte severo, disumano e intriso di competizione. Poi la decisione di crescere un figlio e inventare nel frattempo un modo di insegnare la danza affermando i valori dell’umanità e della cultura. Per creare artisti completi e persone piene di fiducia. Tutto questo da sola.

Iniziai a danzare a otto anni, ma avevo deciso di diventare una ballerina molto tempo prima. Ben presto ballare si trasformò in un incubo: fin dall’inizio trovai insegnanti duri e severi, proprio come dura e severa è la disciplina della danza classica. Ci picchiavano e insultavano perché – dicevano – questo era il modo migliore per prepararci alla durezza del lavoro in palcoscenico. Entrai a far parte dell’Ater Balletto già diciassettenne, ma volevo perfezionarmi e lo lasciai per entrare nella scuola di Liliana Cosi e Marinel Stefanescu. Avevo 18 anni, pesavo trentacinque chili e mi sentivo grassa. Soffrivo di anoressia e bulimia e il peso era la mia ossessione.
In un impeto di ribellione, a vent’anni, dopo che Stefanescu mi trascinò a forza sulla bilancia davanti a tutte le altre ballerine dicendo che ero una “vacca grassa”, decisi di andarmene da quella scuola, di lasciare la compagnia e anche la famiglia con cui i litigi si moltiplicavano. Misi su venti chili, mi sentivo infelice, grassa e un talento non scoperto. Per mantenermi diventai a mia volta un’insegnante altrettanto dura e severa, e naturalmente maltrattavo i miei allievi.
Il grave stato di prostrazione in cui vivevo mi spinse a chiedere aiuto a uno psicanalista; in quattro anni di terapia riuscii a vedere tutti i miei blocchi tuttavia non riuscii a trovare la forza di superarli.
Incontrai il Buddismo di Nichiren Daishonin a ventisette anni, iniziai subito a praticare e da allora non ho più smesso.


Il mio primo obiettivo fu di trovare il modo di andare negli Stati Uniti dove avrei potuto maturare come artista, dimagrire e farmi notare. In tre mesi raccolsi il denaro per il viaggio e partii per New York. Nonostante non parlassi l’inglese e avessi pochi soldi, riuscii a praticare e a fare attività e lì presi il Gohonzon. Trovai da sola dei lavori che mi permisero di studiare e al tempo stesso di vivere decorosamente. Ho frequentato i corsi di danza moderna di Lynn Simonson, Suzy Taylor, la scuola di Alvin Alley e ho ballato assieme ad alcuni ballerini dell’American Ballet. Dopo tredici mesi, non ero ancora esplosa, non avevo risolto il mio problema col cibo e ritenendo che da quell’esperienza non potessi avere di più tornai in Italia.
Dividevo un appartamento con altre persone ma desideravo una casa tutta per me dove potere invitare le persone a praticare; in breve, grazie al Daimoku trovai un ampio monolocale e le occasioni per ospitare riunioni di ogni genere e tante recitazioni non mancarono; vivere da sola mi faceva sentire bene. Ricominciai a insegnare.
Mano a mano che approfondivo la mia fede migliorava il rapporto con il mio corpo, riuscivo a nutrirmi correttamente e, cosa impensabile per me, dopo anni il problema della bulimia scivolò naturalmente via da me, come se non lo avessi mai avuto.
Il desiderio di migliorare mi condusse ancora una volta a Parigi per uno stage di danza. Lì conobbi un ragazzo di origine algerina emigrato in Francia per motivi di studio. Si mostrò dolce e premuroso nei miei confronti e con lui mi lasciai andare a un’intensa relazione; al mio ritorno in Italia scoprii di essere rimasta incinta. Avevo trent’anni, bastavo a me stessa e non avevo il denaro né il tempo per permettermi di crescere un figlio – il mio era un lavoro fisico e non avendo un contratto regolare non potevo certo fermarmi – senza contare che quel ragazzo era lontano e, data la sua nazionalità, un suo trasferimento in Italia rapido e stabile era impensabile. Alla fine decisi di fare appello ancora una volta alla mia fede, tenni il bambino e determinai di superare ogni ostacolo con una forte preghiera.
La gravidanza e il parto furono difficili, interruppi il lavoro e andai a vivere a casa di mia madre pur non avendo mai avuto con lei una buona relazione.
Al ritorno da un corso a Trets scoprii che quel ragazzo non solo si era trovato un’altra compagna, ma non aveva alcuna intenzione di assumersi delle responsabilità nei confronti di nostro figlio. Soffrii moltissimo, ma non mi persi d’animo. Ero sola e senza lavoro, quando mi si presentò l’occasione di affittare, a pochi chilometri da casa, uno spazio adattissimo a diventare una scuola di danza. Gli eventi si susseguivano così velocemente che non mi restava il tempo per riflettere sulla mia vita e sul mio futuro come avrei voluto, fu così che decisi di rivolgermi a Mitsuhiro Kaneda. Mi accolse calorosamente, trattandomi con fare paterno mi disse che avevo fatto bene ad avere il bambino, che avrei dovuto aprire la scuola e mi diede preziosi consigli sul modo in cui avrei dovuto trattare gli allievi. Il mio problema – diceva – era la stupidità.
Memore dei consigli ricevuti aprii la mia scuola. Cominciai con ventisette allieve e il secondo anno ne avevo già sessanta e una di queste era molto speciale. Quell’anno, la mamma di una bambina affetta da sindrome di Down mi chiese di potere iscrivere la figlia a uno dei miei corsi. Le avevano detto che la danza avrebbe aiutato la bambina a coordinare meglio i suoi movimenti e le avrebbe dato la possibilità di stare assieme ad altre bambine. Non mi era mai capitato di lavorare con bambini con problemi di questo tipo, non sapevo cosa aspettarmi, forse temevo anche che avrebbe potuto disturbare le altre allontanandole. Portai le mie paure di fronte al Gohonzon decisa a fare la scelta più giusta per la felicità di tutti. Paola, ora è una splendida ballerina.
Il paese è piccolo e la gente mormora, adesso le bambine con sindrome di Down che seguono i miei corsi sono tre. Solitamente i bambini Down non sono accettati nelle scuole di danza classica, oppure vengono trattati in modo “diverso”. Fin dall’inizio ho riservato a Paola la stessa attenzione che rivolgevo alle altre, per poi capire che è un grande talento e fa grandi sforzi per apprendere la tecnica. Per lei ho anche creato una coreografia che ha eseguito in pubblico durante il saggio finale e quando siamo state invitate al festival di Milano Orizzonte oltre l’handicap.
Credo che la danza sia l’arte di esprimere un’emozione attraverso il corpo. Il corpo è il mezzo non il fine, quindi anche un corpo non perfetto può trasmettere grandi emozioni: a questo cerco di educare i ragazzi. Questa scuola è per me una palestra per diventare una persona responsabile e ricca di umanità.
In tre anni il lavoro è triplicato, quest’anno ho ottanta allieve. Una segretaria mi aiuta a tenere la contabilità, è una ragazza a cui ho parlato di Buddismo e che, visto il suo talento per le questioni economiche, ho spronato a continuare i suoi studi dandole il modo di mantenersi. Poco dopo essersi iscritta alla Facoltà di Economia e Commercio, ha preso il Gohonzon, seguita più tardi da altre tre mie allieve. Altri ragazzi che hanno studiato assieme a me nelle precedenti scuole in cui ho insegnato, praticano questo meraviglioso Buddismo già da tempo, sono attivi nella ISG e condividono il mio obiettivo di creare artisti completi, con la mente aperta e una grande autostima.
Di recente ho aperto una filiale della scuola, proprio il paese dove vivo, e mi avvalgo anche di collaboratori col mio stesso modo di intendere la danza.
Cerco di dare un’impronta culturale alle attività della scuola, nel tempo libero porto i ragazzi a teatro oppure mostro loro le videocassette dei lavori di coreografi importanti. Presento i nostri spettacoli negli ospedali e nelle case di riposo, nella convinzione che un artista debba avere un grande cuore.
Mi sto impegnando per organizzare una conferenza aperta alle scuole medie superiori con un grande coreografo, poiché il mio obiettivo è quello di utilizzare tutta la mia esperienza e la mia forza affinché le nuove generazioni di ballerini soffrano meno, amino e rispettino il loro corpo e la loro vita.
Il mondo della danza ha bisogno di un modo nuovo di vivere quest’arte, più gioioso e un po’ più umano, per questa ragione ho deciso di aprire altre filiali di questa scuola, determinazione che ho rafforzato quando, durante le prove per il saggio finale, una delle ballerine si è accasciata al suolo stroncata da un aneurisma cerebrale, un problema congenito di cui nessuno si poteva accorgere. Aveva tredici anni e danzare la rendeva felice.
Mio figlio Giovanni cresce bene, è un bimbo allegro e ha un bel carattere, se mi guardo indietro e vedo che cosa sono riuscita a fare da sola, provo un’enorme gratitudine verso la mia vita e il Gohonzon. (R. C.) (dati modificati)
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Commenti

  1. Invito tutti coloro che credono nella buddità ad offrire il proprio daimoku per le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare - DCA (anoressia, bulimia, ecc.) il giorno 15 marzo, data nella quale chiediamo venga istituita la GIORNATA NAZIONALE DEI DISTURBI ALIMENTARI. Firmate la petizione per istituire tale giornata su: http://www.petizionepubblica.it/PeticaoListaSignatarios.aspx?pi=DCA

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