Mano nella mano

Risalire alle radici della sofferenza, curando dentro se stessi le ferite e la rabbia che impediscono di vivere felici: il coraggio di una figlia che ha saputo trasformare un rapporto difficile con un padre alcolista in un’occasione per imparare veramente ad amare.

Mio padre era un’alcolista. Un giorno arrivò la telefonata di un avvocato che ci comunicava la sua intenzione di separarsi da mia madre, dopo ventisette anni di matrimonio.
Quando cominciai a praticare, le mie amiche credevano che io fossi orfana, in quanto non nominavo mai mio padre. Erano sette anni che non lo vedevo, per mia scelta.
Mi colpì molto un numero del Nuovo Rinascimento dove c’era un articolo sull’unità della famiglia. Pensai che mi sarebbe piaciuto avere lo scopo di riunire la mia famiglia, però subentrò subito lo scoraggiamento. Mi sembrava un sogno impossibile e così cercai di non pensarci più.
Un po’ di tempo dopo, parlando della situazione di un mio amico che aveva una figlia piccola, con la quale esistevano difficoltà di rapporto, mi trovai ad esclamare, con grande sentimento: «Ma una figlia non potrà mai dimenticare di avere un padre!».
Subito dopo questa affermazione cominciai a provare una sofferenza fortissima: tutto il dolore che avevo rimosso dal momento dell’abbandono era stato risvegliato dal dolore di quella bambina.


Così recitai Daimoku di fronte al Gohonzon e trovai finalmente la convinzione di andare fino in fondo e incontrare di nuovo mio padre. Per la prima volta chiesi un consiglio ad una responsabile, che mi incoraggiò dicendo di non preoccuparmi, perché senz’altro avrei avuto una risposta a questo mio desiderio. L’occasione si presentò presto tramite mia sorella, l’unica della famiglia che era in contatto con lui e che ogni tanto lo sentiva. «La prossima volta che lo incontrerai voglio esserci anch’io», le chiesi.
La mattina in cui avrei dovuto vederlo ero in preda ai sentimenti più terribili, avevo paura di provare di nuovo lo stesso senso di nausea che provavo da bambina quando lo vedevo in preda all’alcool.
Ma i miei timori si rivelarono infondati, perché quando lo vidi stava benissimo e mi venne incontro chiamandomi con il vezzeggiativo che usava sempre quando ero piccola.
Si era disintossicato dall’alcool, e da quel giorno decidemmo di incontrarci tutte le settimane.
Due anni dopo, seppi che mio padre aveva ripreso a bere, io facevo attività al Centro culturale di Firenze. Il mio stato vitale era alto, così non mi preoccupai troppo, pensando che comunque avrei risolto questa situazione.
In quello stesso periodo ci furono altri avvenimenti dolorosi nella mia vita: la perdita del bambino che aspettavo e la fine del rapporto con il mio compagno.
Mi resi conto, dopo la morte del bambino, quanto la mia vita fosse separata da quella di mio padre e che, se volevo diventare una buona madre, prima avrei dovuto imparare ad essere una buona figlia.
Chiesi il suo aiuto: desideravo aprire un dialogo sincero, così gli feci capire che ero sola e che avevo ancora bisogno di lui.
Insieme cominciammo a frequentare un gruppo di terapia per alcolisti; nonostante i miei impegni di lavoro fuori Firenze, cercavo comunque di partecipare sempre alle loro riunioni, anche se mi facevano stare male. Ci sono stati momenti difficili per mio padre, che nel suo percorso per la disintossicazione ha attraversato molti alti e bassi. Il nostro rapporto però si rafforzava e si arricchiva sempre di più.
Due anni dopo peggiorò ed io mi trovai in difficoltà: i vecchi sentimenti si facevano di nuovo vivi, avevo voglia di mollare, non volevo più fare niente per lui. Nonostante ciò, andai a chiedere un consiglio a Mitsuhiro Kaneda, che mi incoraggiò a parlare del Buddismo a mio padre. Io risposi che era inutile, perché lui non capiva nulla, ma Kaneda continuò dicendo che mio padre stava cercando nell’alcool il calore del Buddismo, e che tutta la sua vita mi stava chiedendo di conoscere questo insegnamento. «Devi praticare con il cuore – aggiunse – e non con la testa. Il Gohonzon ha un potere incommensurabile, avere fede vuol dire avere coraggio».
Il giorno dopo dissi a mio padre che lo avrei portato in un posto freschissimo (29 luglio ore 15, era caldissimo!) e l’ho portato con me al Centro culturale per parlargli del Buddismo. Lui era curioso e interessato all’argomento, mi fece molte domande e poi entrammo insieme in una delle sale per recitare Daimoku davanti al Gohonzon. Con il juzu tra le mani, diritto e dignitoso, mio padre recitava insieme a me. Quando siamo usciti mi appariva addirittura molto più alto.
Dopo una settimana ebbe il primo beneficio: viveva in una camera in un centro per anziani e desiderava avere un appartamento, e l’ottenne.
Altro beneficio, il riavvicinamento di mia madre, che in un primo momento aveva rifiutato di accogliere l’invito dello psicologo del centro alcolisti a partecipare al gruppo. In seguito, invece, prese parte ad alcune riunioni, scontrandosi a volte duramente con mio padre. Ad ogni modo, finalmente, si parlavano di nuovo e avevano ripreso a interessarsi l’uno all’altra, sulla base di un legame che esisteva a un livello profondo, pur non essendosi visti per anni.
Due anni dopo mio padre venne ricoverato in ospedale per un cancro al polmone. Con mia madre e mia sorella ci dividemmo le notti e le visite. Dopo l’intervento tornò a casa, ma la sua salute era ormai compromessa. Entrò varie volte in ospedale, continuando fino all’ultimo a recitare Daimoku.
Nam-myoho-renge-kyo ci ha uniti mano nella mano, sciogliendo il nodo più grosso della mia vita. Quando lui è morto, io ero serena. Sentivo la dolcezza della sua mano e la serenità cha avevo sempre desiderato. Sentire che la morte poteva essere un momento felice non lo avrei mai sospettato. Questo è il più grande regalo che mi ha fatto il Gohonzon.
Il primo gennaio dell’anno seguente, in Gongyo di Capodanno, rinnovai completamente i miei scopi. Da quattro anni mi ero lasciata con il mio compagno. Volevo veramente crearmi una famiglia, come determinavo ogni anno, oppure no? Decisi di cambiare completamente: la copertina rendevo conto che dentro di me c’era il grande desiderio di avere un figlio, ma c’era una contraddizione: «Vorrei ma non posso». In più, il mio lavoro «nomade», che fino ad allora mi aveva dato parecchie soddisfazioni, cominciava a sembrarmi un impedimento rispetto all’idea di formare una famiglia. In realtà, come mi fu poi spiegato, stavo male per il lavoro perché non mi concedevo di stare male per i sentimenti.
A quattordici anni ero stata violentata e non ne ero veramente venuta fuori. I miei rapporti erano strani, mi cercavo situazioni che non potevano portare a niente di costruttivo. Cominciai perciò una psicoterapia che portò alla luce un’altra verità: c’era stata una seconda violenza che la mia memoria aveva completamente rimosso. Dopo il primo episodio, la ragazzina che ero allora – che già si sentiva colpevole – aveva avuto la terribile conferma della sua colpa. Lo psicoterapeuta mi accanto allo scopo, sempre riconfermato, di non smettere mai di praticare, decisi di provare gioia, nella mia vita e nel gruppo.
Dopo qualche ora ero ad una festa, dove conobbi un ragazzo. La nostra storia andò avanti per poco tempo, ma riuscimmo a parlare insieme con grande sincerità e profondità. Quando gli parlai del Buddismo, cominciò molto presto a praticare. Da parte mia, però, non me la sentivo di continuare quel rapporto, perché capivo che, in quel momento, era importante che “lavorassi” prima su me stessa. Mi spiegò che, con il meccanismo perverso che si era innescato, per venticinque anni avevo vissuto a denti stretti. Da allora sono riuscita davanti al Gohonzon ad abbracciare questa parte «sporca» di me.
Il lavoro su me stessa ha funzionato su tutti i fronti. Incontrai di nuovo il ragazzo della festa, il quale era ancora innamorato di me. Finalmente lo vidi sotto una luce diversa e capii che il nostro avrebbe potuto essere un rapporto di valore.
La conclusione? Presto fisseremo la data delle nostre nozze. (F. P.) (dati modificati)
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