Lo studio, meraviglia continua

A proposito dell'importanza dello studio, vorrei raccontare una piccola esperienza. Prima dell'estate, in un periodo in cui la mia pratica buddista era stagnante, ho deciso di ripartire dallo studio. Infatti, nonostante sia una persona che ama studiare e leggere, ultimamente avevo trascurato proprio questo aspetto della pratica e così sono ripartita dal frequentare le riunioni di studio che si tengono mensilmente al Centro culturale di Firenze, incentrate sullo studio del Gosho "del mese".
Leggere il Gosho attentamente e più volte, prima da sola e poi insieme agli altri, ascoltare i cenni storici, ovvero il contesto in cui Nichiren Daishonin lo ha scritto, cercare di capirne l'intento, sentirlo come rivolto proprio a me stessa e infine ascoltare la spiegazione mi è stato incredibilmente utile per approfondire e ripartire con un nuovo entusiasmo. Infatti il Gosho parla alla nostra mente e nello stesso tempo al nostro cuore, dove rimane inciso, scolpito.
In particolare la riunione di studio sul Gosho I fiori e i semi mi è stata di grande incoraggiamento: sento che mi ha fatto trascorrere l'estate con lo stato vitale alle stelle.
«Se un albero ha radici profonde, i rami e le foglie non avvizziscono. Se c'è acqua nella sorgente, il fiume non è asciutto. Senza la terra le piante non crescono. Nichiren è come la pianta e il suo maestro come la terra» (SND, 4, 33).


Perché mi ha così colpito? Perché parla del senso di gratitudine e ho capito veramente che la partenza per diventare Budda è proprio sviluppare questo sentimento. Questo è il segreto della felicità: gratitudine in primo luogo verso i genitori e verso le persone con cui abbiamo relazioni karmiche profonde, ma fondamentalmente gratitudine verso la vita. Studiando e approfondendo questo Gosho ho compreso che recitare Nam-myoho-renge-kyo è lodare la vita, esprimere la nostra gratitudine e il nostro amore verso la vita, anche nei momenti difficili, perché difficoltà non deve significare per forza anche sofferenza. Ho iniziato a recitare Daimoku in maniera nuova, con un'immagine guida che è emersa spontaneamente e che ora mi accompagna: l'immagine di una sorgente di acqua purissima che sgorga vivace e zampillante dentro di me. E ho sentito che niente e nessuno, nessun problema, nessuna difficoltà, nessuna frustrazione per i desideri non ancora realizzati, nessuna condizione esterna, potrà togliermi la sorgente di acqua pura che fluisce dentro di me e il mio amore per la vita.

Quanto è fondamentale lo studio nel Buddismo?

L'immagine più comune che si ha di uno studioso è quella di un individuo solo, chino su di un libro o, se si è un po' più moderni, quella di una persona sola davanti al suo computer. La parola studio può evocare immagini collegate alla fatica, male necessario, strumento indispensabile per arrivare a certe posizioni nella società. Eppure lo studio è uno strumento fondamentale per la piena realizzazione delle persone, perché consente di istruirsi, imparare a ragionare con la propria testa, trasformare se stessi e il mondo.
Lo studio ha un'importanza primaria in tutte le tradizioni buddiste, anche se non deve mai essere separato dagli altri aspetti della vita, in particolare dalla fede. Lo studio rappresenta la carta stradale che ci aiuta a non smarrire la direzione: sbagliare strada può portare a scoraggiarsi, a perdere la fiducia in se stessi o addirittura ad arrendersi. Ma anche avere solo una conoscenza teorica della meta, limitandosi a esaminare la carta geografica senza avviare il motore (cioè la pratica) non ci farebbe muovere di un passo.
Nichiren Daishonin lo insegna molto chiaramente nel trattato Il vero aspetto di tutti i fenomeni: si tratta chiaramente di uno studio per la vita, che parte dalla visione di unicità fra i suoi aspetti spirituali e concreti. Sarebbe inutile e dannoso, per il Buddismo, diventare professori e perdere la fede.

«Impegnati nelle due vie della pratica e dello studio. Senza pratica e studio, non può esservi Buddismo. Devi non solo perseverare tu, ma anche insegnare agli altri. Sia la pratica che lo studio sorgono dalla fede. Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola» (Il Nuovo Rinascimento, n. 336, pag 20).

In diversi discorsi Daisaku Ikeda, presidente della SGI, parlando della pratica buddista, afferma che non consiste tanto in un acquistare, ma in un perdere. Si perdono molte cose: l'orgoglio, l'arroganza, l'inquietudine e la paura. Allo stesso modo nello studio del Buddismo più che acquistare e accumulare è importante disimparare: abbandonare i pregiudizi, l'orgoglio, le sovrastrutture mentali, l'attaccamento alle nostre opinioni, la convinzione di aver raggiunto una comprensione definitiva (DuemilaUno, n. 57, Luglio-Agosto 1996, pag. 11).

Studiare può servire per vivere meglio?

Secondo il Buddismo ogni essere umano può trovarsi in uno dei dieci mondi: Inferno, Animalità, Avidità, Collera, Umanità, Estasi, Studio o Apprendimento, Illuminazione parziale o Realizzazione, Bodhisattva e Buddità. Con il mondo di Studio cessa la reazione passiva con l'ambiente: esso è la condizione in cui l'essere umano comincia a ricercare delle verità sulla vita tramite gli insegnamenti e le esperienze altrui. Eppure proprio alle persone di studio in un primo tempo Shakyamuni predisse che non avrebbero potuto raggiungere l'Illuminazione, perché il loro desiderio era egoistico. Se una persona colpita da una freccia, così predicava Shakyamuni, prima di accettare di farsi curare, volesse conoscere le dimensioni della freccia, il materiale di cui è fatta, il nome dell'arciere che l'ha scoccata, il nome del chirurgo che dovrebbe estrarla ecc., noi lo considereremmo un insensato: così è insensato chi vuole accumulare troppe conoscenze teoriche prima di decidersi concretamente ad agire per la propria felicità. La conoscenza può quindi rendere più liberi, felici e un po' più saggi, ma anche arroganti e isolati dal mondo. Fino a che il sapere non si traduce in azioni capaci di cambiare il mondo, si rimane all'interno di una prigione, magari piena di belle immagini e parole, ma sempre una prigione. Che senso ha leggere pagine e pagine di filosofia, scienza, Buddismo, se non riesco poi a vivere quello che imparo? Se mio figlio soffre per la mia disattenzione? Se mio padre muore senza che io sia riuscita a dirgli che gli voglio bene? Se le persone con cui vivo non traggono niente dal mio sapere? Il salto dal pensiero alla vita, dalle parole alle azioni, comporta anche un salto da sé verso gli altri. Gli altri, nella vita, esistono sempre, e la loro felicità può dare un senso completo alla mia conoscenza.

Venti minuti al giorno

Il presidente Ikeda ci invita a «leggere gli scritti del Daishonin venti minuti al giorno o studiare il Buddismo da altri testi e leggere buoni libri in generale, la notte dopo essere tornati a casa o sul treno andando o tornando dal lavoro. Continuiamo a recitare sinceramente Daimoku e a studiare diligentemente il Buddismo» (Università Nihon, Tokyo 27 marzo 1966, pubblicato sul Nuovo Rinascimento, febbraio 1985, pag. 7). Le regole fondamentali da ricordare sono di mantenere intatta la meraviglia e la freschezza del principiante, di non considerarsi mai arrivati, di approfondire instancabilmente e di desiderare ardentemente di liberare gli altri dall'infelicità. Chi applica queste regole, buddista o non buddista, sperimenta l'effetto vivificante di una simile pratica dello studio: l'innalzamento dello stato vitale, l'apertura della vita, un profondo legame tra quotidianità, intelligenza ed emozioni.

a cura di Silvia Rigacci
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