Il prezzo per cambiare

Vivere come in guerra, essere ostili agli altri: tutto questo un giorno può tornare indietro come un boomerang. È allora che, a suon di Daimoku, non solo si può arrivare alla soluzione di un grosso problema, ma anche ad apprezzare finalmente la propria vita e quella degli altri.

Sono un uomo fortunato: sono sempre riuscito a fare quello che volevo fare. Ho deciso di fare l’attore e questa professione ha sviluppato enormemente la mia personalità e le mie conoscenze; mi ha consentito di viaggiare per il mondo, di frequentare persone talentuose e brillanti, di ricavare un intenso piacere da ogni impegno professionale.
Ero fiero di un mio difetto spiacevole: non ero tollerante. Nei confronti degli altri e nei confronti della vita. Essere nato mi pareva un sopruso perpetrato ai miei danni, il mondo un obbrobrio sterminato e l’uomo una creatura indegna, incapace di riscatto. I miei rapporti personali erano improntati alla considerazione per le poche persone ritenute degne della mia stima e al disprezzo per tutti gli altri. Come se non bastasse, c’era l’aggravante della collera, dotata di validissime giustificazioni: lottare contro le ingiustizie e i soprusi del mondo. Concepivo quindi la vita come uno scontro: da una parte i detentori del potere, volgari, infidi, protervi; dall’altra i deboli, gli onesti, gli sfruttati. Svolgevo attività sindacale in ogni posto di lavoro, pregiudicandomi eventuali continuità di rapporto, il che non faceva che rinfocolare la mia avversione nei confronti dei datori di lavoro. Le mie capacità professionali però mi permettevano sempre di trovare nuove occupazioni. Ero come un carcerato che, cambiando posto di lavoro, si illude di uscire dal carcere, mentre in realtà non fa che cambiare cella.


Da girovago diventai stanziale. Mi trasferii a Milano e iniziai a lavorare nel doppiaggio, diventando socio di una delle cooperative più importanti. Questa cooperativa era diretta da un padre-padrone, la cui filosofia era chiarissima: o ti asservivi ai suoi voleri, o ti schiacciava. Per dieci lunghi anni non insorsero tra noi motivi di contrasto, sino a che i miei colleghi ebbero l’infelice idea di eleggermi consigliere di amministrazione. Entrai così nella camera caritatis dove si distribuivano prebende e castighi, dove si commettevano reiterate violazioni al regolamento interno e allo statuto. La mia collera era sottoposta a vigorosi sussulti e non c’era seduta del Consiglio di Amministrazione che non terminasse con una mia dichiarazione a verbale. Il padre-padrone, abituato com’era a essere circondato da yesman, tollerò quel tanto le mie intemperanze, poi adottò opportune contromisure. Diede ordine a tutti i direttori di escludermi dai ruoli di protagonista, presumendo che io sapessi trarne le debite conseguenze. Le dichiarazioni a verbale continuarono. Passai via via dai ruoli di comprimario a quelli di generico, con una pesante riduzione dei miei introiti.
Ad un certo punto la cooperativa attraversò un periodo di scarso lavoro e il padre-padrone impose al Consiglio di Amministrazione di respingere un’offerta di lavoro che non arrivava attraverso lui. Non persi l’occasione di denunciare in assemblea l’operato del Consiglio e il padre-padrone subì questa pubblica denuncia come un oltraggio alla sua persona. Con un espediente mi fece estromettere dal Consiglio. Lo statuto della cooperativa prevedeva il ricorso all’arbitrariato per dirimere i contrasti fra i soci. Richiesi allora l’arbitrato sulla distribuzione del lavoro.
Per la prima volta nella mia vita l’intelligenza, l’esperienza, la capacità professionale erano insufficienti a tirarmi fuori dal vicolo cieco in cui mi ero cacciato. In quel momento mi parlarono di Buddismo e iniziai subito a praticare. Recitando Daimoku sudavo come un cavallo. Non riuscivo a capire perché, pronunciando queste parole, al termine della recitazione era come se uscissi dalla doccia. Invece delle dieci ore di sonno comatoso, nel quale mi rifugiavo per sottrarmi all’obbrobrio del mondo, adesso me ne bastavano sette e mi svegliavo sereno e riposato. Fischiettavo. Ero sbalordito: mi sembrava di affrontare una mutazione genetica. Ero convinto, ovviamente, di avere già la vittoria in tasca per il solo fatto di recitare Daimoku. Invece persi l’arbitrato e fu quasi uno shock. Continuavo a pronunciare queste parole, ma sentivo che rimbombavano nel vuoto. Chiesi un consiglio sulla fede. Ricevetti un incoraggiamento decisivo, con il suggerimento di rideterminare l’obiettivo. Mi venne spiegato che il padre-padrone non era che l’effetto esterno attraverso il quale si manifestava la sofferenza prodotta da una causa incisa nella mia vita. Da quel momento cominciai a non considerare più gli altri responsabili delle mie sofferenze. Compresi che era necessario cambiare le mie tendenze karmiche e per ottenere questo occorreva una strategia di lungo respiro, continua e perseverante, che trasformasse radicalmente la mia vita. Decisi pertanto di praticare due ore al giorno, qualunque cosa accadesse, sinché non avessi vinto la mia causa con la cooperativa.
La cooperativa, vinto l’arbitrato, mi chiese di dimettermi, essendo io considerato ormai incompatibile con il corpo sociale. Risposi che ricorrevo in appello. Il padre-padrone impose allora a tutti i soci di non rivolgermi più la parola. Per nove lunghi mesi i miei compagni di tante lotte sindacali, coloro che avevo difeso dai soprusi in sede di Consiglio, non mi rivolsero la parola. Prima di recarmi al lavoro recitavo un’ora di Daimoku e sprigionavo l’energia che mi consentiva di affrontare il muro dell’ostilità. Il mio ambiente di lavoro rispecchiava il muro del mio karma, l’ostilità che avevo sempre innalzato tra me e il mondo, tra me e gli altri. Non consideravo più i miei compagni come persone degne del mio disprezzo, ma come persone vittime delle loro debolezze, costrette a un comportamento che forse non condividevano e del quale probabilmente si vergognavano. “La potente spada del Sutra del Loto deve essere impugnata da un coraggioso nella fede”. Queste parole di Nichiren Daishonin si erano scolpite nella mia mente e mi aiutavano ad affrontare la mia sofferenza. La guerra del silenzio non intaccava le mie capacità professionali, anzi, erano gli altri a sentirsi a disagio per l’inefficacia dell’espediente messo in atto contro di me. Persi anche il ricorso in appello e venni espulso per indegnità. Richiesi un arbitrato contro l’espulsione e questa volta lo vinsi. La cooperativa, costretta a reinserirmi riconfermò l’espulsione e ricorse in appello. Il padre-padrone morì, consumato da un cancro con inesorabile lentezza. Quest’uomo lottò contro la malattia con tutte le sue forze e si arrese soltanto alla morte. Provai un grande rispetto per lui, come quel generale nel film Kagemusha di Kurosawa che, avuta la certezza della morte del suo avversario, intona una canzone in suo onore.
Dato che la causa del contrasto era decaduta, feci pervenire un messaggio alla cooperativa, dichiarandomi disponibile a concordare una risoluzione della vertenza. I miei compagni, diventati ora padroncini, risposero che si rimettevano alla la copertina giudice però, respinse questo tentativo. La prospettiva che avevo di fronte era che la cooperativa sarebbe comunque ricorsa in appello, poi in cassazione. Quanti anni sarebbero passati ancora prima di arrivare alla sentenza definitiva? Lottavo contro questo pensiero: perché il Gohonzon deve dipendere dai tempi giudiziari e non sono questi a dipendere dal Gohonzon?
Telefona il mio avvocato annunciandomi che la cooperativa si dichiara disposta a sentenza del giudice. Il Gohonzon aveva deciso una soluzione diversa. Poco prima mi proposero di diventare responsabile di zaimu (una responsabilità che nessuno si voleva assumere e che per me si è rivelata fondamentale). Affrontai la nuova responsabilità decidendo di migliorare la comunicazione. Scrivevo resoconti di ogni riunione riguardante zaimu e li distribuivo a tutti; organizzavo riunioni sullo spirito dell’offerta. La mia quota iniziale di zaimu è aumentata di venti volte. Due anni dopo le offerte del mio capitolo hanno superato ogni aspettativa.
Intanto il ricorso in appello della cooperativa veniva respinto, pertanto dovevano essermi corrisposti i mancati guadagni dal giorno dell’espulsione. Il giudice incaricò un commercialista di calcolare l’entità del risarcimento. L’avvocato della cooperativa tentò allora un colpo di coda: istruì a sua volta una causa per invalidare la natura dell’arbitrato e rimettere tutto in discussione. Il concordare il risarcimento. Con un rapidissmo accordo la controversia si chiude martedì 14. Mercoledì 15 parto per il corso al Centro europeo di Trets, dove posso raccontare questa esperienza appena conclusa.
Questo beneficio mi è “costato” 24 milioni di Daimoku. Due ore al giorno per sette anni, recuperando sempre le ore non fatte per rispettare l’impegno assunto. Ma il prezzo pagato, se così si può dire, non è quello che ha prodotto il beneficio, ma quello che ha prodotto la trasformazione della mia vita. Oggi considero l’esistere un dono inestimabile e la vita pulsa gioiosamente in tutte le cellule del mio corpo. Gli esseri umani, che prima rispettavo così poco, ora sono diventati la cosa più preziosa. Il beneficio quindi, non è quello che si ottiene, ma il percorso fatto per ottenerlo. Ringrazio tutti coloro che mi hanno incoraggiato e spero, a mia volta, di poter incoraggiare qualcuno con la mia esperienza. (R. T.)(dati modificati)

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