Scegliere, non essere scelti

«L’intero corpo degli insegnamenti di Nichiren Daishonin – scrive Nichikan Shonin – inizia e termina con il Rissho ankoku ron». Il 16 luglio, data della presentazione di questo fondamentale trattato, potrebbe essere celebrato come il giorno in cui riaffermare il ruolo dei seguaci del Daishonin nella società.

La mattina del 16 luglio del 1260, «nell’ora del Drago» (che corrisponde a un’ora compresa tra le 7 e le 9 del mattino), Nichiren Daishonin affidò al prete laico Yadoya uno scritto abbastanza voluminoso, con la preghiera che fosse recapitato a Hojo Tokiyori. Si trattava del Rissho ankoku ron, il suo primo importante trattato.
Erano passati poco più di sette anni da quando il Daishonin aveva proclamato Nam-myoho-renge-kyo per la prima volta, e quel periodo lo aveva usato per trasferirsi a Kamakura, centro politico e culturale del paese, e iniziare l’opera di propagazione del suo insegnamento. Vedendo le gravissime condizioni in cui si trovava il Giappone in quel periodo, colpito in continuazione da disastri di ogni tipo, decise di assumersi la responsabilità di far sapere quali fossero i motivi di queste sofferenze. Per due anni e mezzo studiò sutra e commentari per trovare le conferme teoriche e dottrinali del suo pensiero, dopodiché scrisse il Rissho ankoku ron.
Rileggendolo oggi, l’impressione immediata che se ne ha è di un qualcosa che esuli un po’ da quello che siamo soliti incontrare nel Gosho, come se fosse un corpo estraneo. Spesso appare come una difficile e teorica sequela di considerazioni molto lontana da noi. Eppure la sua portata a un più attento esame è assolutamente rivoluzionaria. Nichikan Shonin, ventiseiesimo patriarca, disse che l’intero corpo degli insegnamenti di Nichiren Daishonin inizia e termina con il Rissho ankoku ron. Cerchiamo di scoprire il perché di questa affermazione.
Innanzitutto, ciò che subito salta agli occhi è il destinatario di questo trattato. Si chiamava Hojo Tokiyori era un prete laico, aveva circa trent’anni, viveva in un tempio vicino a Kamakura, ma soprattutto era l’ex reggente. Sembra che si fosse ritirato per motivi di salute, ma che la sua influenza sul governo e su tutto il clan Hojo fosse tale da venir considerato il vero e unico capo del governo. In altre parole, Nichiren Daishonin fa una cosa abbastanza strana per l’ epoca: consegna un trattato che parla di religione a un capo di governo piuttosto che a una qualche autorità religiosa.
Questo è senza dubbio uno dei punti più innovativi del Rissho ankoku ron.
Nel vedere le condizioni quasi disperate in cui viveva la maggior parte della popolazione giapponese in quel periodo, Nichiren decise che fosse venuto il momento di iniziare formalmente la propagazione del suo insegnamento. In altre parole, la sua compassione lo spinse a dichiarare quali fossero le cause delle sofferenze delle persone e della nazione in generale. Disastri naturali e non, come terremoti, siccità, incendi, carestie, pestilenze, colpirono il paese con una continuità mostruosa. «Più della metà della popolazione è stata falciata dalla morte e non c’è una persona che non pianga almeno un lutto in famiglia», dice alla fine del primo paragrafo l’ospite rivolgendosi al padrone di casa. Tra parentesi, e ci torneremo sopra più avanti, il testo è stato concepito in forma di dialogo, tra un viaggiatore che rappresenta proprio Hojo Tokiyori e il padrone di casa che invece è Nichiren Daishonin.
Bisogna trovare rimedio a una situazione del genere, sembra pensare il Daishonin. Innanzitutto, individuiamo le cause e rimuoviamole. Sono le visioni erronee sul vero significato della vita che provocano sofferenza. Non si può promettere alla gente di affidarsi a paradisi esterni o a divinità benevolenti che in qualche modo daranno sollievo solo dopo la morte. Il riferimento alla setta della Pura Terra è evidente, e in gran parte del trattato il Daishonin spiega che recitare semplicemente il nome del Budda Amida, pensando così di rinascere in questa terra pura, non è altro che un modo per sviare la gente dal corretto significato del Buddismo e quindi della vita stessa. Lo stesso tipo di trattamento lo riserva alle altre due sette che andavano per la maggiore in quel periodo, la setta Zen e la Shingon-Ritsu. Queste affermazioni vengono sottoposte a un potente, come abbiamo visto, anche se apparentemente dovrebbero essere temi da dibattito religioso. In realtà, lo scopo del Daishonin è di dimostrare che la religione può e deve avere un ruolo attivo nella società. Non si può pensare di essere praticanti di una religione se non ci si adopera per il miglioramento della società e per il benessere delle persone. In un altro senso, l’impegno di chi pratica il Buddismo del Daishonin è quello di staccarsi dall’immagine del Budda come essere superiore e onnipotente e di manifestare la propria Buddità nella vita quotidiana. «Tuttavia, anche se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, se pensi che la Legge sia fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma qualche insegnamento imperfetto», dice il Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza. Questo tipo di consapevolezza punta a una visione positiva della vita, che ricerca costantemente il modo per migliorare se stessi e le condizioni dell’ambiente in cui si vive.
In ultima analisi, Nichiren Daishonin ci esorta a diventare cittadini del mondo, donne e uomini degni di questo nome, che si danno da fare concretamente per il benessere degli altri. E a dare anche agli altri questa possibilità.
Una sorta di “nazionalismo dell’umanità”, dove non ci sono piccole parti staccate e indipendenti, dove chi ha il potere non lo può esercitare per indirizzare a suo piacimento la vita delle persone. Per questo motivo il Daishonin in questo trattato non parla di e a un gruppo ristretto di persone particolari, l’unico che possa ottenere i benefici della pratica corretta. Non ci sono “predestinati”, persone speciali che possono e altre che non possono. Chiunque è in grado di salvare se stesso dalla sofferenza.
Ma soffermiamoci un po’ più attentamente sul titolo di questo trattato. Subito si sollevano questioni molto importanti e per certi versi fondamentali. Rissho letteralmente significa affermare la giustizia, che nel caso specifico indica la propagazione della Legge di Nam-myoho-renge-kyo. Ancora si dipana la relazione tra stato e religione, tra potere e popolo. Se si vuole, Nichiren pone una domanda cruciale, ben presente in tutto il trattato: dove deve essere affermata la giustizia, dove deve essere propagata la Legge? La risposta non ammette dubbi: nel cuore di ogni singolo cittadino. Oggi si parla a questo proposito di trasmissione cuore a cuore. E con la seconda parola del titolo il Daishonin va ancora oltre. An significa in giapponese sicurezza e koku paese o nazione. Di quest’ultima, due sono le accezioni: la prima riguarda il regno della società, la seconda il regno della natura.
«Perciò affrettatevi a cambiare le vostre convinzioni - dice a un certo punto il padrone di casa - e abbracciate il vero Veicolo, l’unica buona dottrina (del Sutra del Loto). Se lo farete, il triplice mondo diverrà la terra del Budda, e come potrà mai declinare la terra del Budda? Tutte le regioni nelle dieci direzioni diventeranno terre preziose, e come potrà mai essere distrutta una terra preziosa? In un paese che non conosce declino, in una terra che non conosce distruzione, il vostro corpo troverà pace e sicurezza e la vostra mente sarà calma e indisturbata. Dovete credere alle mie parole e rispettarle».
Se, come abbiamo visto, il Budda altro non è che una persona comune illuminata, allora la “terra del Budda” è il regno della società dove vive la gente e la “terra preziosa” rappresenta l’ambiente naturale. Sono affermazioni di portata straordinaria, universale perché poggiano su un presupposto fondamentale. Il comune mortale, manifestando la sua Buddità, può agire e creare in assoluta libertà per la costruzione di un mondo sempre migliore e sempre più giusto. Non esistono più in questo contesto distinzioni di nessun tipo: chiunque può risvegliarsi a questa verità e dedicarsi al benessere collettivo, realizzando nel contempo completamente la propria vita. Volendo enfatizzare: scegliere, non essere scelti.
Koku, poi, si può scrivere in due modi: nel primo si indica la nazione come stato, istituzione; nell’ altro si vuol intendere invece il popolo che fa parte di quel paese. Nel testo la maggior parte delle volte che viene usata questa parola la si trova scritta nel secondo modo. Una conferma ulteriore del fatto che a Nichiren interessava la gente comune, le persone infelici, non certo l’istituzione o il potere.
Dicevamo che il Rissho ankoku ron fu scritto in forma di dialogo. Un altro modo per dire a tutti che Nichiren Daishonin non aveva nessun tipo di preclusione o chiusura. Il suo scopo era arrivare a chiunque, e il dialogo è la forma più elevata di confronto con gli altri. Una lezione, ancora una volta. Parafrasando il titolo, infine, si può dire che il grande desiderio di Nichiren, kosen-rufu, vive e si manifesta nella gente comune che si adopera costantemente per il miglioramento della società e della propria vita. Attraverso il dialogo e il confronto onesto con gli altri, questo tipo di consapevolezza si espande e produce un effetto a catena pressoché inarrestabile.
In fondo, solo la disponibilità e la sincerità sono la chiave per aprire tutte le porte, anche quelle rimaste chiuse per secoli.
di sergio spadoni
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