Tra-sform-azione #2/4

Le risorse creative della meditazione

“Brevissima, invece e piena di angosce è la vita di chi dimentica il passato, trascura il presente e ha paura del futuro”
Seneca, Lettera a Lucilio.

Ma come trovare la forza e la determinazione per vincere la paura, per scrollarsi di dosso inerzia e apatia? Il Buddismo di Nichiren Daishonin dice che per trasformare gli aspetti negativi del proprio carattere e le situazioni che fanno soffrire non serve un astratto “devo, devo”, né uno stizzoso ostinarsi nel ripetere le stesse soluzioni che la razionalità da sempre ci propone.
Per realizzare il nostro pieno potenzialeo – detto altrimenti – per far emergere il nostro vero io sviluppando a poco a poco gli aspetti migliori del carattere, occorre affidarsi a un livello più profondo della nostra vita, attingendo a risorse di energia, di intuizione e di creatività che si trovano in quella che il Buddismo chiama nona coscienza, la coscienza amala, libera dai condizionamenti del karma. Allora lo scatto in avanti diventa naturalmente possibile. E a innescarlo può essere il semplice mutamento di umore, conseguenza di un’ora di Daimoku fatta volentieri o un’esperienza emotiva più profonda e decisiva come arrivare a percepire, recitando, il mare incontaminato della Buddità dentro se stessi.
La ragione fa solo macerie, analizzando, facendo apparire la vanità di ogni sforzo – annotava Leopardi nello Zibaldone. E tanto più se si tratta di un’impresa come quella del cambiamento di nodi strutturali del proprio carattere. Sgomento e scetticismo, come effetti di una vitalità carente, sono già in agguato. Anche se sappiamo che dovremmo guardare in noi stessi per trovare la reale causa e il rimedio alla nostra sofferenza. «Il Demone del sesto cielo per offuscare la Buddità, che è la vera mente delle persone le induce a bere il vino dell’avidità, della collera e della stupidità» scrive Nichiren Daishonin nella Lettera ai fratelli. «Il demone dell’oscurità fondamentale può entrare persino nella vita di un bodhisattva che abbia raggiunto lo stadio più avanzato della pratica, impedendogli di ottenere il beneficio supremo del Sutra del Loto: la Buddità stessa. Tanto più facilmente può ostacolare chi si trova negli stadi inferiori della pratica». E le coltri di razionalizzazioni, che ci fanno sedere davanti al Gohonzon pieni di dubbi e di esitazioni hanno la facoltà di allontanarci da un’ esperienza viva di cambiamento. Una aggiustatina ai desideri per renderli più ragionevoli e una porta sempre aperta sulla scappatoia più prossima. Con il risultato che la recitazione non sembra portare nella nostra vita i miglioramenti cercati. Ma non è propriamente così che le cose funzionano. La via della pratica passa da un’ altra parte: chiede, per quanto è possibile, una messa fra parentesi della ragione durante la recitazione del mantra, per concentrarsi sul suono e sul ritmo di Nam-myoho-renge-kyo, arrivando a sentire che è la forza che muove la nostra vita e quella di tutto il cosmo. «Quando preghiamo al Gohonzon avvengono forti cambiamenti in noi – spiega Daisaku Ikeda –. Manifestiamo una forte e pura vitalità, le catene del nostro destino vengono spezzate e appare la nostra vera identità, il fresco e forte mondo della Buddità».
Detronizzare la ragione, beninteso, non significa decapitarla, né si tratta di rigettarne completamente la logica e la coerenza. La possibilità che la meditazione buddista offre è quella di rendere la razionalità meno rigida e astratta, per arrivare a comprendere profondamente la realtà nel suo continuo divenire, diventando pienamente consapevoli dei legami di mutua dipendenza che legano la nostra vita all’ambiente e alla vita degli altri esseri umani. Quanti di noi sono cresciuti convinti di essere il corpo che ci portiamo appresso, il lavoro che facciamo, la religione che professiamo. Ma cosa succede se solleviamo il velo delle identificazioni o se semplicemente ci guardiamo da un altro punto di vista? Forse solo da qui, da una concreta e profonda presa di coscienza di come siamo, da un accettazione di sé che non diventi autoindulgenza, può partire la rivoluzione interiore. Come sviluppo della nostra vera identità e non come “astratto dover essere”.
di Simona Maggiorelli (continua)
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Commenti

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  2. Grazie di cuore leggendo oggi queste bellissime e sagge parole ho sciolto un grande nodo e un forte dubbio......
    Grazie ,ancora grazie.

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