Non sono più “sempre il solito”

«Quando tutto culminò nell’agognata iniezione il mio malessere invece di svanire aumentò, mi veniva da vomitare: era terribile. La sera, recitando Daimoku, chiesi scusa alla mia vita».

Ho cominciato a fumare droghe leggere quando avevo quattordici anni. I miei genitori non volevano che uscissi la sera e chiudevano la porta a chiave; così mi toccava uscire dalla finestra sapendo che quando tornavo le avrei prese. Ma l’anno dopo mio padre morì e così la mia libertà non ebbe più freni. Mia madre era molto buona e dolce e dialogava con me nella speranza di riuscire a farmi capire quale fosse la strada giusta.
Qualche anno dopo iniziai ad assumere LSD con assiduità e a diciotto anni facevo uso di droghe pesanti di tutti i tipi: quella che preferivo era l’eroina.


Per i giovani erano gli anni dei grandi viaggi e del vivere in comune. Dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi tra Londra, Parigi e Amsterdam, partii per l’Oriente: Turchia, Persia, Afghanistan, India, Tailandia, Malesia e Hong Kong, ripercorrendo nell’ordine le fasi della produzione dell’eroina.
Alla scoperta di nuovi luoghi, avventure, amici… situazioni. Ormai ero “partito” in tutti i sensi, anche se riuscivo a mantenere un comportamento e un aspetto abbastanza normale. Non avendo terminato gli studi ero senza una professione perciò mi mantenevo grazie ai viaggi. Acquistavo e riportavo tutto ciò che ritenevo bello: automobili, abbigliamento e oggettistica. Passavo più tempo all’estero che in Italia, soprattutto in Oriente, dove ci sono spiagge bianche, mari trasparenti… e tanta droga.
Un bel giorno alcuni amici, involontariamente, fecero capire agli abitanti del posto che ero in possesso di eroina. Ebbi diversi guai: polizia, carcere e allontanamento. Non tornai più in quei posti da favola. Per evitare il peggio, dopo un anno di carcere, sono tornato a casa senza una lira e con una bella dipendenza dalla droga. Gli anni successivi sono trascorsi in strada, tra ambulatori pubblici per disintossicarmi, spacciatori, furti e galera.
Tante esperienze negative, una realtà allucinante che chi non ha vissuto non può immaginare. La giornata tipo di un tossicodipendente inizia alla mattina presto perché ci si sveglia a causa dell’astinenza e tutto il tempo è occupato dalla ricerca dell’eroina. Per chi lavora basta trovare lo spacciatore, mentre gli altri devono inventarsi qualche cosa per rimediare i soldi. Le maniere sono tante: dal chiederli a qualcuno, al rubare o vendere ciò che si trova in casa dei genitori o che si possiede. Nella maggior parte dei casi si ruba e si rischia ogni giorno l’arresto. Poi, ad accrescere la sofferenza di questo girone infernale, c‘è anche la perdita di tanti amici, morti per overdose.
Tanti anni passati in questa maniera ma con una grande voglia di tornare alla normalità, di dimostrare che «non sei sempre il solito», come mi ripeteva la mia adorata mamma, l’unica persona che mi è stata sempre vicina.
Ormai a trentasette anni la mia vita disastrata mi sembrava normale, ero assuefatto a quello che vivevo, pensando che comunque c’era chi stava peggio di me. Ma un giorno incontrai Cristina, una vecchia amica, uscita dalla droga grazie a un’esperienza fatta per caso e che mi voleva far conoscere. Era felicissima che andassi con lei alla riunione buddista e la seguii, anche se una parte di me non ne aveva voglia. Non capii molto ma ero affascinato da qualcosa che più tardi avrei riconosciuto come “stato vitale alto” in grado di influenzare l’ambiente e perciò di mettermi a mio agio.
Dal mattino successivo iniziai la mia pratica quotidiana: recitavo cinque minuti di Daimoku la mattina e cinque la sera, senza saltare mai, ad ogni costo, come mi avevano consigliato. Stavo meglio e sentivo che la mia vita entrava a ritmo con l’universo: mi trovavo nel posto giusto al momento giusto e con le persone giuste. Così continuai, imparando a praticare sempre meglio con l’aiuto di Cristina. Qualche tempo prima di incontrare la pratica avevo finito la solita cura di metadone ma non sarebbe bastata se davanti al Gohonzon non avessi deciso di rimanere lontano dalla droga e da tutte quelle situazioni che non volevo più vivere.
Era inevitabile che il mio “demone preferito” mi mettesse alla prova. Accadde per ben tre volte ma alla fine vinsi e fu il mio primo grande beneficio. Un amico, incontrato per caso, mi propose di andarci a “fare” insieme perché aveva una buona situazione. Accettai ma tutta quella storia vissuta tante volte non mi piaceva, avevo paura che qualcosa andasse male e, quando la sera mi misi a recitare Daimoku, capii l’errore fatto e rafforzai la decisione di abbandonare quella strada.
Dopo una ventina di giorni rincontrai la stessa persona e tutto si ripeté: provai ancora più paura ma, passate due ore, cedetti nuovamente. Però l’effetto dell’eroina non fu del tutto positivo e mi rimase la sensazione di angoscia provata nell’attesa dell’iniezione. Durante la recitazione della sera tutta quella tensione si sciolse, cominciai a stare bene e crebbe la determinazione di non farmi più coinvolgere. Cominciai a recitare più a lungo. L’ultima volta che vidi il mio amico ci mise un po’ di tempo a convincermi e anche quando accettai dentro di me sentivo un grosso conflitto: stavo ancora male, avrei voluto scappare ma qualcosa mi teneva lì.
Quando tutto culminò nell’agognata iniezione il mio malessere invece di svanire aumentò, mi veniva da vomitare: era terribile. La sera, recitando Daimoku, chiesi scusa alla mia vita così sofferente e la forza che ci misi nel farlo fece sì che quel brutto episodio non accadesse più. Era incredibile. Da tanti anni non c’era niente che mi desse più piacere dell’eroina e poi, così di colpo, o comunque nel breve periodo di due mesi circa, avevo smesso di usarla e di pensarci. Dico breve perché dopo quasi vent’anni di dipendenza, di cui cinque passati in Tailandia, si è trattato di un lasso di tempo brevissimo.
Passò un anno indimenticabile, ricco di tante cose belle: iniziava un cambiamento interno lento ma profondo. I miei amici erano colpiti da questa metamorfosi; sempre più spesso mi chiedevano cosa stessi facendo per essere così cambiato: e io parlavo loro della pratica. Erano sbigottiti ma dovevano credermi perché vedevano davanti a loro una persona rinata a nuova vita. Che un introverso come me riuscisse a comunicare con tanta sicurezza era impensabile, sia per loro che per me. Il mio stato vitale, l’energia positiva che emanavo influenzava il mio ambiente e veniva apprezzata.
Un mese dopo, al ritorno dalle vacanze estive, ricevetti il Gohonzon e realizzai il secondo grande beneficio: riprendere il lavoro di commercio con l’Inghilterra. Antiquariato di mobili e oggettistica, con tanto di camion e magazzini. Andava tutto benissimo fino a quando il mio socio non impazzì totalmente, mettendomi nei guai per una valanga di soldi. Non dormivo più, tutti mi cercavano e io ero terrorizzato. Bella sfida davanti al Gohonzon; passavo ore e ore a recitare Daimoku, perché non sapevo cosa fare per uscire da quella situazione che comportava debiti per centinaia di milioni. Recitavo come se fosse il mio ultimo giorno di vita ed ero deciso a vincere ad ogni costo.
Molti mesi prima il mio socio mi aveva fatto chiedere un mutuo che non ci avevano concesso per cui non ci pensavo più. Inaspettatamente proprio quando occorreva la banca mi chiamò: avevano approvato quella vecchia domanda e mi erogarono il mutuo nel giro di pochi giorni. Grazie al Daimoku la mia buona fortuna era cresciuta al punto che non solo pagai tutti i debiti e ne potei uscire pulito ma mi rimase anche una BMW. Avevo perso un lavoro ma ne avevo imparato un altro, quello di restauratore di mobili, che mi portò a Firenze dove conobbi Sabrina, splendida. Ormai prossimo ai cinquant’anni, l’ultima cosa a cui pensavo era farmi una famiglia. Io che la vita l’avevo vissuta sempre con la mia compagna, mia madre, l’amica di una vita, nel bene e nel male. Vivevo questa storia molto bella con Sonia, io a Latina e lei a Livorno; nella speranza di concretizzare l’unione lei cercava lavoro nella mia città ma niente. Ci pensò il Gohonzon a decidere dove si doveva stare. Lei rimase incinta di ben due bimbi ed io mi trasferii a Livorno. I gemelli dovevano nascere alla fine di gennaio; ma durante la notte del 23 dicembre si ruppero le acque e sono nati Roberto e Matteo; più di un mese di anticipo per avere la possibilità di festeggiare tutti e tre insieme il mio compleanno: bellissimo e bellissimi i miei piccoli Budda.
Spesso andavo a Latina a trovare la mia amica del cuore, mia madre. Il mio scopo era che non rimanesse sola e, grazie al Gohonzon, così è stato: il mio posto è stato preso dalle mie sorelle che sono divorziate. Ormai novantenne, negli ultimi mesi il morbo di Alzheimer gli aveva fatto perdere memoria e coscienza; è morta a febbraio nel sonno, serena, e io, anche se triste, sono contento perché so che grazie alla mia pratica, tutti i Budda l’hanno accolta e gli hanno teso le braccia facendole sentire tutto il calore dell’universo.
Rileggendo quest’esperienza, mi viene in mente un pensiero bellissimo: grazie al Gohonzon, in questi anni di pratica ho trasformato in “gioia” tutte le sofferenze che mia madre ha passato per causa mia. Perché – mi ero scordato di scriverlo – vedendo il mio grande cambiamento, anche mia madre aveva iniziato a praticare insieme a me. (V. C.) (dati modificati)

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