Wayne Shorter - Oltre la vita, oltre la morte

«Non compongo i miei brani per venderli. Sono soddisfatto se una o due persone, sentendo per caso il mio brano, possono arrivare a percepire qualcosa del senso della vita».

Sassofonista e compositore di statura mondiale, per ben sei volte Shorter è stato insignito del Grammy Award, il più alto riconoscimento nel mondo della musica americano, paragonabile all’Oscar per il cinema.
Di solito i grandi musicisti imparano a suonare lo strumento durante l’infanzia, il loro talento viene scoperto e incoraggiato relativamente presto. Al contrario Wayne Shorter ha preso il sassofono in mano per la prima volta a sedici anni. Lasciata la scuola, fino a quell’età aveva lavorato in una fabbrica di macchine da cucire. «Chiaramente – racconta – mi interessavo alla musica, ma non avrei mai nemmeno osato sognare di poter diventare, prima o poi, io stesso musicista. Quindi ho seguito le tracce di mio padre e ho fatto l’operaio».

Il suo lavoro alla catena di montaggio consiste nell’infilare un pezzo dentro un altro. Un giorno sì e l’altro anche. Dopo un anno Wayne pensa: «Questa vita, ripetitiva e senza alcuna prospettiva di sviluppo, non è quella che desidero». Avere preso coscienza di questo lo porta, nel 1952, a intraprendere lo studio di teoria della musica alla New York State University.
«Negli anni dell’università, la persona che esercitò su di me la più grande influenza fu il “professor” Charlie Parker, uno dei massimi musicisti di tutti i tempi. Proprio in quegli anni le sue concezioni rivoluzionarie stavano influenzando ogni settore della musica. Ogni giorno ascoltavo le sue composizioni uniche e creative e questa continua “ripetizione” mi immergeva sempre di più nella musica».
Ispirato dall’esempio di quel grande maestro Wayne inizia a sua volta a comporre e l’energia creativa che scopre gli procura immensa gioia. Se si raccogliessero tutte le composizioni che hanno costellato il suo percorso di studio se ne potrebbe ricavare un’opera di vaste dimensioni. Proprio in quel periodo, inoltre, hanno origine i nuclei di molte delle sue composizioni successive.

L’handicap della figlia
Decidendo di dedicare la vita alla musica, sin dall’inizio Wayne è baciato dalla fortuna. Nel 1959 viene ingaggiato dai Jazz Messengers di Art Blakey, uno dei gruppi più importanti sulla scena del jazz. Nel 1964 si unisce alla band di Miles Davis. Le tournée con Miles lo portano in giro per il mondo regalandogli una meritata fama internazionale. Nel 1970 entra a far parte di quella che è forse la jazz band più nota al mondo, gli Weather Report. Il sassofonista Wayne Shorter è conosciuto in tutto il mondo.
«Spesso i giovani fan del jazz mi chiedono come sia riuscito ad avere tanto successo. Non so rispondere a questa domanda, non ho fatto niente di speciale. Sono gli altri che mi hanno dischiuso queste meravigliose opportunità. Perciò a quei giovani potrei solo rispondere: “Sono nato con la camicia, sono nato sotto una buona stella”».
Fino ad allora, Wayne non ha mai pensato di poter incontrare in futuro difficoltà grandi come quelle che lo attendono.
Nel 1967, a New York, quand’è all’apice della sua fama, conosce la sua futura consorte Ana Maria. Sin dal primo incontro pensa che vorrebbe trascorrere con lei tutta la vita. Ana Maria, una donna bella, giovane e intelligente, ha diciassette anni. Nel 1970 si sposano e l’anno successivo nasce la loro figlia Iska. La bambina, purtroppo, soffre di un grave deficit cerebrale e, dal momento che il lavoro tiene Wayne lontano da casa per mesi, la cura di Iska ricade quasi del tutto sulle spalle di Ana Maria. È un peso spirituale sovrumano, e Wayne spesso crede che questo possa essere la causa della fine del suo matrimonio.

L’incontro col Buddismo

Le condizioni della bambina peggiorano. Soffre di attacchi improvvisi, quasi letali e spesso deve essere portata in ospedale a sirene spiegate. Una volta, di ritorno da una tournée, Wayne trova con stupore Ana Maria seduta davanti a una pergamena scritta a mano, mentre recita un mantra giapponese. Lei gli spiega che un amico comune, Herbie Hancock, le ha parlato del Buddismo di Nichiren Daishonin. La speranza che le hanno trasmesso le sue parole l’ha incoraggiata a provare. «Mia moglie leggeva ogni giorno complicati sutra e recitava Daimoku fino a notte tarda. Mi chiedevo come si potesse impegnare così tanto in una religione straniera, ma d’altro canto ero estremamente impressionato dal modo in cui si dedicava alla felicità di nostra figlia grazie a questa pratica. Sei mesi più tardi cominciai a recitare Daimoku anch’io».
A causa del blocco al cervello, la piccola Iska può recepire parole e sentimenti di chi la circondava, ma non è in grado di esprimere i propri. «Per noi era inconcepibile l’idea che non si potesse esprimere. Nostra figlia era sicuramente molto impaziente, tuttavia ci corrispondeva sempre con un sorriso che rispecchiava il suo cuore. Non ci ha mai dimostrato rabbia». Wayne ritiene intimamente che la figlia, tramite il suo comportamento, voglia insegnare ai genitori la verità della vita.

Il Grammy Award
La vita di Iska, breve e ricca di valore, si spezza a quattordici anni. «Dopo la sua morte io e mia moglie abbiamo spesso discusso del perché Iska avesse scelto proprio noi, nascendo come nostra figlia. Cosa voleva insegnarci con la sua breve vita? La risposta era che voleva portarci a conoscere il Gohonzon. Iska ha creato tra me e mia moglie un legame per l’eternità. Se nostra figlia non fosse stata malata noi avremmo semplicemente vissuto come una star della musica e sua moglie, due persone “nate con la camicia”. Nient’altro avrebbe potuto risvegliare il nostro interesse verso una religione asiatica. Solo nostra figlia poteva farci conoscere questa filosofia. Tramite la fede abbiamo trovato il coraggio di superare insieme le difficoltà della nostra famiglia e di approfondire il nostro legame come coppia. Attraverso l’esperienza comune della vita e della morte di nostra figlia ho acquisito l’incrollabile convinzione di non dover mai fuggire, qualunque difficoltà possa pararmisi innanzi, e che non avrò mai paura della morte».
Attraverso questa esperienza Wayne può approfondire la propria fede. «Eravamo felici di poter mettere a disposizione la nostra casa come luogo di riunione. Stavo bene attento a non mettere in mostra la mia fama di star della musica, volevo piuttosto condividere con gli altri la mia esperienza familiare e mostrare loro come la fede aveva cambiato la nostra vita. L’essenza della fede si trova prima di tutto nella vita quotidiana. Il discepolo di Nichiren Sammi-bo ne è esempio e monito: tentato da fama e ricchezza divenne opportunista e si perse dietro alla vanità e all’ambizione. Si deve ricercare il proprio valore in se stessi e farlo risplendere. Sammi-bo, al contrario, era avido di lodi e riconoscimenti e si occupava soltanto delle apparenze. Dietro questa facciata smarrì il suo vero io».
Grazie alla sua profonda fede Wayne approfondisce la comprensione della verità della vita, e questo si riflette naturalmente nella sua vena artistica. È così che vedono la luce molti brani estremamente innovativi. Quando compone Highlife (è il 1995) un quotidiano dedica due pagine a una dura critica che si può riassumere con queste parole: «Shorter, sei ubriaco?». Data l’enorme influenza dei media e l’autorevolezza del giornale, molti voltano le spalle a Wayne Shorter e non gli danno alcuna possibilità di eseguire il brano.
Tuttavia non perde la calma: «Non compongo i miei brani per venderli. Sono soddisfatto se una o due persone, sentendo per caso il mio brano, possono arrivare a percepire qualcosa del senso della vita». È il suo pubblico ad incoraggiarlo. Persino il presidente Clinton, anch’egli sassofonista e amante del jazz, gli scrive: «Che articolo incredibilmente cattivo. Non deve assolutamente farsi scoraggiare, continui per la strada che ritiene giusta». In seguito, proprio la composizione Highlife gli vale uno dei suoi Grammy Award.

La morte di Ana Maria
Wayne è deciso a non farsi mai sconfiggere, ma questa decisione viene messa a dura prova dalla morte violenta e improvvisa di Ana Maria.
L’aereo che avrebbe dovuto portarla da New York in Europa esplode in aria poco dopo il decollo togliendo a Wayne la cosa più cara che ha al mondo. La notizia ha immediatamente il massimo risalto sui media di tutto il mondo. Wayne rimane molto calmo, si siede di fronte al Gohonzon e recita Daimoku dal profondo del cuore. Tutti i suoi ricordi gli scorrono davanti agli occhi come in un film. Quando sua figlia è morta la moglie gli ha detto: «Iska ci ha insegnato che possiamo superare ogni cosa, non importa che difficoltà incontreremo. Se uno di noi due dovesse morire, chi rimane non dovrà lasciarsi influenzare ma dovrà continuare a vivere energicamente fino alla fine».
Dopo la morte della figlia, Wayne e Ana Maria vivono separati per un breve periodo. Ciò che li teneva insieme – condividere il dolore della figlia – non c’è più. Entrambi vogliono proseguire per la propria strada. Ma dopo un paio di mesi, casualmente, si incontrano di nuovo e riconoscono di essere uniti nelle profondità della fede: non possono separarsi per sempre.

L’incoraggiamento di Ikeda
«Davanti a me – racconta Shorter – vedo sempre il volto di Ikeda, colui che mi ha mostrato come si possa costruire una vita preziosa anche dalle circostanze più terribili». Dopo la morte di Ana Maria Wayne riceve da Ikeda quest’incoraggiamento: «Sua moglie continua a vivere eternamente nel suo cuore. L’incontro e la separazione si ripetono sempre, proprio come il giorno e la notte che si alternano costantemente. L’incontro è la vita, la separazione la morte. Quando si ha fede, quando si pratica il Buddismo, ci si può incontrare nella prossima vita e nella successiva. Ci sono giorni in cui ci sentiamo soli e tristi, ma quanto più profondo è il dolore, tanto più risplende il vero valore della vita. Viva, la prego, come re dell’umanità. Allora potrà godere di felicità assoluta e gioia infinita nella sua vita». Wayne sente che Ikeda comprende il suo cuore e decide che a partire da allora vivrà basandosi su quelle parole.
Un mese prima della morte di Ana Maria la coppia aveva incontrato il presidente Ikeda e la signora Ikeda aveva regalato ad Ana Maria un anello. «Mia moglie – ricorda Wayne – lo portava sempre e lo aveva anche quando salì in aereo. L’aereo era esploso in aria e precipitato in mare, ed era altamente improbabile che venissero ritrovati resti ed effetti personali delle vittime, ma fra le poche cose di Ana Maria che mi sono state riconsegnate c’era l’anello. Il legame fra maestro e discepolo, il legame come coppia, tutti i legami sono meravigliosi e durano per l’eternità: ecco cosa mi ha insegnato questo anello.
«Mia moglie era più giovane di me di sedici anni. Quando la vidi per la prima volta a New York, sentii subito che avrei trascorso con lei tutta la vita. Dopo ventinove anni di vita insieme ha lasciato questo mondo, proprio da New York, ma lei esisteva anche prima della sua nascita, e continua a esistere dopo la morte. Entrambe queste condizioni non si distinguono l’una dall’altra, l’incontro e la separazione si ripetono continuamente. Sono semplicemente atti diversi del dramma della Vita. Naturalmente non è possibile avere la prova scientifica che nella prossima vita potremo incontrare di nuovo i nostri cari, è una questione che attiene al campo della fede. Quando non coltiviamo la fede o la sottovalutiamo, la vita ci appare come qualcosa di occasionale e fragile. Su queste basi la visione della vita si impoverisce e inclina al pessimismo».
In ricordo di sua moglie Wayne registra – insieme a Herbie Hancock – 1+1 (One plus One), un album che si ispira all’atteggiamento di innalzarsi sopra il destino unendosi ad altre persone. Il brano Aung San Suu Kyi, seconda traccia dell’album, vince nel 1997 un Grammy Award come migliore composizione strumentale.
Nell’estate del 1999 Wayne riceve dall’Orchestra Sinfonica di Detroit la richiesta di comporre un brano da eseguire per la prima volta il 2 gennaio 2000, che dovrebbe simboleggiare il nuovo millennio. Una richiesta fuori dal comune, da parte di un’orchestra sinfonica. Wayne si ricorda che il 2 gennaio è il compleanno del suo maestro, Ikeda, e questa coincidenza gli ispira il tema del brano Eternità.
«Ogni vita è eterna, di pari valore e dignità. Dovremmo apprezzare ogni vita, anche quella che forse non siamo in grado di vedere». Wayne ripensa a sua figlia, che non poteva esprimersi, ma che pulsava di calda vita; pensa anche a sua moglie che è morta ma che gli parla in tanti modi diversi, e prova una profonda gratitudine.

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