Un puzzle senza fine

Il 3 maggio del 1951 Josei Toda divenne secondo presidente della Soka Gakkai, promettendo di raggiungere un obiettivo allora impossibile di propagazione. Nella stessa data, nove anni più tardi, anche Daisaku Ikeda assunse la presidenza dell’organizzazione, insieme all’impegno di diffondere il Buddismo del Daishonin in tutto il mondo.

Era il 5 settembre del 1877, raccontano le cronache. A Fort Robinson, nel Nebraska, in pieno territorio Sioux, c’era una grande agitazione. I soldati dell’esercito, le guide indiane (anche loro vestivano le giacche blu sulle tuniche di pelle e sugli ornamenti tipici delle tribù delle grandi pianure), i vecchi capi già stanchi e rassegnati, si guardavano intorno con la paura che quel giorno potesse segnare veramente la fine del loro popolo. Avvolto in una coperta rossa, circondato da baionette sguainate e pronte a colpire, dal portone di legno del forte stava entrando una leggenda vivente, l’incubo dei politicanti di Washington, ma soprattutto delle migliaia di bianchi che cercavano in quei luoghi certezze verso un nuovo futuro di prosperità.
Non era un capo come tutti gli altri, non cercava la sua gloria personale, non accettava i compromessi per mettere in salvo la sua pelle. Era un indiano strano, silenzioso, la faccia deturpata da una pallottola sparata da una pistola caricata con polvere e gelosia (accadde che, per amore, tentò di prendere per se una donna già sposata. Il legittimo marito, membro del suo popolo, gli scaricò sul volto tutta la sua rabbia). Forse poteva avere trentacinque primavere sulle spalle, ma erano stati anni intensi, completamente dedicati al suo popolo, l’unico scopo della sua vita. Decine di battaglie vinte, migliaia di bianchi sbaragliati, notti insonni a studiare strategie per le battaglie del giorno dopo.
L’ultima vittoria, quella che per paradosso fu l’inizio della sua sconfitta definitiva e della conseguente resa, è entrata nella storia, come Waterloo o Stalingrado. Il Little Big Horn. Un nome che immediatamente ne evoca un altro: il tenente colonnello George Armstrong Custer. E in quel forte Tashunka Witko trovò la morte. Così lo chiamava il suo popolo. La traduzione letterale sarebbe “Cavallo maschio che si impenna”, ma per i bianchi di allora e quelli di adesso era ed è Crazy Horse, Cavallo pazzo.
Ma che c’entra questa storia, pur affascinante, con il 3 maggio?
La leggenda dice che Cavallo pazzo fosse in grado di sopravvivere a ogni battaglia e a ogni mischia in virtù di una visione avuta da giovanissmo in cui egli acquistò la “grande medicina” dell’invulnerabilità. In cambio, tutto ciò che faceva doveva essere a favore del suo popolo: i cavalli razziati alle altre tribù, gli ambitissimi scalpi dei nemici uccisi, la carne dei bisonti abbattuti durante le grandi cacce. Niente doveva essere per lui, tutto solo ed esclusivamente per la sua gente. E la sua gente lo amò per questo, lo amò e lo ama come si ama un padre, un fratello, al punto di voler innalzare a sua eterna memoria la più grande statua che sia mai stata realizzata. L’immagine qui a fianco forse non rende esattamente l’idea, ma le misure sono veramente impressionanti. Più di 190 metri di altezza per oltre 170 metri di lunghezza! Un monte intero, che si erge tra l’altro sulle Black Hills, le Colline nere, luogo sacro degli indiani Sioux.
Praticamente nello stesso periodo in cui i capi indiani chiedevano all’artista polacco di scolpire il ritratto di questo grande personaggio nel cuore del territorio che fu teatro della sua vita, Josei Toda usciva dalla prigione dove aveva trascorso gli ultimi due anni, con in mente un unico pensiero: costruire una struttura organizzativa che permettesse al Buddismo di Nichiren di propagarsi prima in Giappone e poi nel resto del mondo. La storia è conosciuta, la lotta di un uomo con una fede incrollabile che vive ogni giorno con l’unico intento di realizzare il desiderio di Nichiren Daishonin. Uomo d’azione e di pensiero, progettò con grande cura una struttura che con il tempo non si sfaldasse. Ruoli precisi, con ogni persona che sappia qual è il suo compito, che possa portare a termine l’obiettivo che si è proposto.
Lo scopo? Come per Cavallo pazzo, l’interesse e la prosperità del suo popolo. Per il capo indiano si parla di uno sparuto gruppo di individui ben identificati e amalgamati, per Josei Toda di una immensa e eterogenea folla di persone sparse in tutto il mondo. Ancora oggi questa struttura esiste e prospera, forse con difetti, forse con storture, forse con questioni da correggere, ma nessuno può dire che la “statua” di Toda (se ci è permesso il paragone) sia anacronistica e inutile. Quel 3 maggio del 1951, diventandone presidente, mise le basi di una organizzazione destinata a durare nel tempo e nello spazio. Chiunque può verificare su se stesso e sulla sua esperienza il valore di questo progetto in continua espansione.
A guardarla bene, la “statua” è ben strana, piena di movimento, di accelerazioni, rallentamenti. Ma la sua caratteristica fondamentale è che è una specie di puzzle, con i pezzi che hanno la possi- bilità di incastrarsi perfettamente. Nessuna delle tessere ha lo stesso disegno, ma la realtà è che poi messe una accanto all’altra formano un’unica rappresentazione. Il valore del singolo può appa- rire al momento minimo o insignificante, ma alla fine il quadro assume tutta la sua importanza e la sua bellezza. Non ci sono tavoli su cui poter ordinare i tasselli di questo puzzle che probabilmente non avrà mai fine, perchè ogni giorno altri pezzi si aggiungono, producendo nuove immagini.
Viene da chiedersi cosa portò Toda a desiderare e poi a creare una così articolata organizzazione, che desse la possibilità, come poi è successo, a tante persone di incontrare il Gohonzon. C’è un momento della sua vita che vie ne raccontato nel romanzo La rivoluzione umana assolutamente fondamentale per comprendere questo passaggio. In carcere, una mattina di novembre, Josei Toda comprese che “il Budda è la vita stessa”.
E quell’intuizione diventò il punto di partenza per una rilettura del Buddismo più attuale e concreta, che poté aprirsi a ogni tipo di persona. Viene da pensare che quel momento sia stato il fondamento della SGI. Di questo ha parlato diffusamente anche il presidente Ikeda: «L’illuminazione di Toda fu un momento cardine, perchè stabilì un collegamento diretto tra noi e il Buddismo di Nichiren Daishonin. Un’eredità da raccogliere. E fu il punto iniziale di tutte le nostre attività di propagazione e dell’attuale sviluppo. Toda diede nuova vita al Buddismo contemporaneo, rendendolo accessibile a tutti.
«Quando ero più giovane, mi parlò della sua profonda esperienza in prigione. E le sue parole mi convinsero che quanto aveva compreso costituiva il nucleo religioso e filosofico della Soka Gakkai. Sono convinto che la realizzazione di Toda abbia aperto una via di uscita per l’umanità giunta ad un punto morto. La nostra missione, come suoi discepoli, è di estendere quel sentiero in tutte le direzioni».
In questo la grandezza di Toda, nell’amore per l’umanità, nella sua straordinaria capacità di attualizzare un concetto così complesso. Eppure, la sua “scultura” vive, cresce, si plasma alle esigenze dei tempi e dei luoghi, segno di una grande elasticità e duttilità. E non sono forse queste caratteristiche del Budda?
Cavallo pazzo è morto colpito da una baionetta per difendere il suo popolo, e il suo “spirito” continua a correre sulle sconfinate praterie dove gli ormai pochi bisonti galoppano, protetti tardivamente dall’avidità e dalla stupidità dell’uomo. Nessun indiano Sioux potrà mai scordare il condottiero che possedeva la “grande medicina” dell’invulnerabilità. Una statua immensa lo ricorderà anche a chi preferirebbe farne a meno.
La SGI esiste, vive e prospera. Al funerale di Toda qualcuno disse che l’organizzazione non gli sarebbe sopravvissuta. Nonostante tutto eccola qui, piena di energia, di buone intenzione e di grandi impegni da mantenere. Chi vivrà vedrà, dice il proverbio.
La curiosità di vedere che razza di disegno apparirà alla fine del puzzle se mai una fine ci sarà è più forte del pessimismo. Ma forse non si tratta di semplice curiosità.

di Sergio Spadoni ha collaborato Maurizio Di Benedetto
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