Una relazione proporzionalmente inversa

Il Sutra del Loto salva chiunque stabilisca con esso un legame. Che si può creare perfino calpestandone i rotoli, come è accaduto alla protagonista di questa storia.

Viveva una volta in India una donna gelosa che, per odio verso il marito, distrusse tutto ciò che c’era in casa. La rabbia furibonda le alterò i tratti del volto: i suoi occhi ardevano come il sole e la luna e la sua bocca pareva vomitare fiamme. Somigliava a un demone rosso o a un demone blu. Essa afferrò il quinto volume del Sutra del Loto, che il marito recitava da alcuni anni, e lo calpestò furiosamente con entrambi i piedi. Quando poi morì, cadde nell’inferno, ma i suoi piedi non vi entrarono. Per quanto i guardiani dell’ inferno li colpissero con mazze di ferro, i piedi rimasero fuori, come beneficio della relazione contraria, formata calpestando il Sutra del Loto».
(Dal Gosho Persecuzione con spade e bastoni)

Avete presente quella volta in cui vostro figlio/cugino/collega... vi ha fatto salire il sangue al cervello? E il giorno in cui c’è mancato un pelo allo strangolare il vicino di casa?... È improbabile che alle nostre latitudini abbiate avuto sottomano un rotolo del Sutra del Loto, ma forse un bel piatto di fettuccine fumanti, un posacenere, un mazzo di chiavi, hanno velocemente cambiato di posto. Per nostra fortuna.
Simili episodi – se ci sono stati – riguardano il passato perché praticando il Buddismo abbiamo imparato che questo genere di sfoghi, più che i “provocatori”, colpiscono la nostra stessa vita con la velocità e la precisione di un boomerang. È esattamente ciò che avviene alla protagonista della parabola, una donna di cui non si ha alcuna notizia. E in effetti, conoscerne il nome o lo stato sociale non ha alcuna importanza, quello che conta è il gesto che compie. Potrebbe essere una regina, una cortigiana, una contadina... il suo è un peccato gravissimo poiché colpire il Sutra del Loto è come colpire il Budda in persona.
E men che meno interessa a Nichiren spiegare il “perché” di un simile gesto. È “gelosa” di un’ altra donna, dei figli, del successo del marito? Neanche questo ha la minima importanza, mettiamocelo bene in testa, visto che ci sembra così giusto difendere i nostri comportamenti sbagliati considerandoli “reazioni” piuttosto che “azioni”. Il karma negativo non dipende dalla gravità della causa esterna che ci colpisce, ma dalla nostra risposta, cioè dall’avidità, rabbia, odio che mettiamo in azione sulla scena della nostra vita. E la donna gelosa, travolta dalla sua devastante causa interna “odio verso il marito”, si abbandona ai mondi più bassi: «...distrusse tutto...», «...la bocca che pareva vomitare fiamme...», «...somigliava a un demone rosso o a un demone blu...», in un crescendo di immagini a forti tinte culminanti nel gesto più sacrilego. Ella infatti si scaglia contro il quinto volume del Sutra del Loto che viene «furiosamente calpestato con entrambi i piedi».
Immaginiamo che un’ azione del genere venga rivolta contro il nostro Gohonzon... il solo pensiero ci fa venire i brividi... ma è esattamente questo l’effetto che il racconto vuole ottenere. Ci può essere un’ azione più grave? È evidente che tutti gli dèi celesti e le potenze dell’universo si scaglieranno contro una donna così malvagia! La legge di causa-effetto garantirà il ripristino dell’ equilibrio e l’inferno di incessante sofferenza sarà la giusta retribuzione per una persona così cattiva. Happy end e catarsi liberatoria, è così che siamo abituati a vedere le cose. Vengono in mente le “pecore nere” della nostra storia e cultura, da Medea a Cleopatra, da Madame Bovary a Crudelia Demòn... sono innumerevoli... e hanno fatto tutte una brutta fine. La nostra morale prevede che la punizione bilanci l’ orrore della colpa. I cattivi all’inferno e i buoni in paradiso. Per sempre. Definitivamente. E a questo punto ci aspetteremmo che anche il racconto di Nichiren, dopo averci fatto ribollire il sangue con tante nefandezze, si concludesse con la descrizione di iperboliche sofferenze, degne delle più cupe bolge dantesche. Invece, niente di tutto questo. Nella seconda parte della parabola Nichiren ribalta la situazione apparentemente “logica” e ci invita a percorrere un nuovo sentiero, quello che conduce alla “felicità assoluta” e che può fare della nostra pratica la più straordinaria delle avventure. Egli afferma che la colpa della “donna gelosa” non è affatto definitiva, anzi... tutto è sempre in gioco e in movimento, in una danza cosmica cui ognuno partecipa con tutte le proprie potenzialità. Questo vuol dire che non esistono limiti alla speranza e alla determinazione e che la capacità di trasformare la vita è direttamente proporzionale alla forza della nostra fede. Anche l’incubo? Anche l’ orrore? Si, soprattutto quelli.
Quando la “donna gelosa” morì e cadde nell’ inferno «i piedi rimasero fuori, come beneficio della relazione contraria, formata calpestando il Sutra del Loto». La relazione contraria, gyaku-en in giapponese, è chiamata anche “relazione del tamburo letale”, perché nel Sutra del Nirvana è scritto: «Quando si batte il tamburo letale, tutti quelli che lo odono muoiono, anche se non volevano ascoltarlo». Allo stesso modo (ma in senso contrario) chiunque ascolti il Sutra del Loto raggiungerà la Buddità, sia che prenda fede in esso, sia che si opponga (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 6, pag. 5).
Anche chi si oppone al Sutra del Loto e lo insulta, crea dunque un legame con esso e – dopo aver subito la relativa retribuzione – raggiungerà l’Illuminazione. Questo principio dimostra il grande potere del Sutra del Loto, che alla fine salva chiunque crei una relazione con esso, sia positiva che negativa (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 5, pag. 222).
Questo principio può essere dimostrato con molti esempi. Uno dei più interessanti riguarda la vita stessa di Nichiren. Egli fu perseguitato da molti personaggi importanti e una famiglia in particolare, il clan Hojo, fu tra quelle che più si accanirono contro i suoi insegnamenti. Ebbene, nel 1979 un diretto discendente del clan Hojo è diventato il quarto presidente della Soka Gakkai, dimostrando non solo il funzionamento della relazione contraria, ma anche che il legame con il Gohonzon è causa di fortuna. È molto raro infatti che la discendenza diretta di un clan possa durare ben settecento anni!
Subito dopo aver raccontato la storia della “donna gelosa” Nichiren dice: «Shofu-bo, colpendomi al viso con il quinto volume del Sutra del Loto perché mi odiava, avrà anch’ egli formato una relazione contraria». L’insegnamento della parabola viene così trasferito nella realtà e produce l’effetto di farci riflettere sulla profondità della compassione di Nichiren. Che differenza con il nostro comportamento “normale”!
Anziché indignarsi per l’odio manifestato da Shofu-bo e affrettarsi a ripagarlo con la stessa moneta, Nichiren si preoccupa della vita del suo aggressore e vede per lui la possibilità di trasformare un gesto tanto grave in un’occasione di valore e fortuna. Insomma, lo incoraggia a trovare la via della Buddità. È lo stesso messaggio che giorno dopo giorno, e con l’esempio della sua vita, ci manda il presidente Ikeda: avanzare con coraggio, senza cedere a compromessi, soprattutto per quanto riguarda la fede, ma nello stesso tempo guardando con occhi limpidi e pieni di fiducia chiunque crei una relazione con il Sutra del Loto perché «sia che prenda fede in esso, sia che si opponga» otterrà la Buddità. Noi siamo i Bodhisattva della Terra che hanno deciso di lottare per la felicità degli altri. Imparare a osservare la realtà anche da questo punto di vista ci aiuterà certamente nella nostra rivoluzione umana: ad esempio capiremo che forse il privilegio di praticare in questa vita ci deriva proprio dalla relazione contraria che abbiamo stabilito con il Gohonzon in passato e questo vuol dire non che siamo migliori degli altri, ma che le “donne gelose” o gli Shofu-bo che angustiano le nostre giornate e contro cui ci scagliamo con “pensieri, parole e azioni”, meritano che ci occupiamo di loro seguendo l’ esempio di Nichiren: «Shofu-bo [o mio cognato, o il capufficio, o quel falso amico...] colpendomi perché mi odiava...”. Serenella Mete
stampa la pagina

Commenti