Come in uno specchio

Cercando la determinazione per superare dolore e paura, in una sala operatoria, può succedere di fare un bellissimo incontro: con se stessi e l’infinita dignità della propria vita.

Niji – allora.

(Aspettava disteso sul lettino, camice lungo bianco, braccia aperte a croce fissate con lacci, flebo, piedi gelati, lo sguardo perso sul soffitto dove un orologio a muro segnava le 11,30; l’incidente era avvenuto alle 6,30. Faceva freddo, gli venne un moto di paura e allora, d’istinto, cercò l’ ichinen)

E allora si rivolse serenamente alla legge della sua vita, al Gohonzon, lo “andò” a prendere, lo “trasportò” lì, lo “collocò” sopra di sé, sospeso nell’aria fredda della sala operatoria. Socchiuse gli occhi ed entrò in preghiera, determinato a tirar fuori e metter lì davanti tutta la sua vita.

(L’anestetico correva nelle vene e nei nervi della gamba, iniettato e poi sparato da scariche elettriche, che facevano sobbalzare tutto il corpo; anestesia locale, sentiva tutto ciò che succedeva, ma almeno non sentiva più il dolore delle fratture al piede)

E allora decise per prima cosa, di depositare davanti al Gohonzon la terribile sofferenza fisica, il dolore; che sentiva così “immeritati” di fronte agli sforzi che stava facendo, e insieme la domanda che lo martellava dal momento dell’incidente di quella mattina sul lavoro: «Perché proprio a me, ancora, cosa ho fatto di male, cosa ho sbagliato?» attese pregando, ma non venne risposta; si rese conto che lo spazio davanti al Gohonzon era ancora tantissimo.

(Aprì gli occhi e chiese all’anestesista: «Ma ci vuole ancora molto per cominciare?» « Veramente sono venti minuti che stanno operando...» «Ah sì?...»)

E allora andò alla ricerca di tutte le buone cause che aveva posto per il lavoro, di lealtà verso il capo e la ditta, di correttezza e aiuto verso i compagni. Ma, mentre le depositava sentendo su di sé lo sguardo attento del suo “specchio”, dovette deporre anche un comportamento in alcuni casi ipocrita e non rispettoso di sé, un adeguarsi alle regole e ai pettegolezzi del branco, una passività che gli faceva accettare, a volte, di eseguire lavori sbagliati per non scontrarsi, e lo faceva soffrire per questa incapacità di trovare la giusta via di mezzo.

(«Brutte fratture» «sì» «mettiamo le placche?» «qui le placche non tengono» «che si fa?» «sentiamo il primario cosa dice»)

E allora già che c’era, spinto da un comprensibile moto d’ansia, pregò per il buon esito dell’operazione; e sempre allora, recitando, determinato a pulire, portò a galla e lasciò davanti al Gohonzon, come cosa buona, la scoperta del suo amore per lei, l’allegria, la comprensione, la tolleranza, la solidarietà; ma con fatica e necessariamente, poiché la preghiera incalzava e così doveva essere, si rese conto che non aveva mai affrontato il suo egoismo, la presunzione di meritare tutta quella dedizione dando in cambio poco, con la scusa che dare aveva voluto dire per lui, in politica come in amore e negli affari, tradimento, solitudine, sofferenza, paura e autorepressione emotiva; e decise allora di lasciar lì il suo cuore imprigionato nel ghiaccio, i suoi abbracci repressi, i suoi baci mai dati, le lacrime non piante.

(«Prendimi due viti del 20 e due del 38» «Va bene» «E del filo di Kirshen» «Sì dottore»; rumore di trapano in funzione, martellate da un martello di legno)

E allora affidò al Gohonzon anche la sua lotta per guarire dal Parkinson, tutte le difficoltà di uno sforzo quotidiano per vivere al 100% ogni giorno, ogni attimo, nonostante l’attacco al cuore della sua vita: alla possibilità di recitare Daimoku per la mancanza di voce; di scrivere per il tremolio del braccio; di lavorare con tranquillità per i rischi di equilibrio precario e di cedimento; di fare attività infine, per la spinta alla depressione, all’insicurezza ed alla chiusura in se stesso che la malattia portava con sé.

(«Forza, forza ragazzi, spingiamo; teniamole contro bene queste ossa, sennò...» rumore di trapano...; «Dov’è la vite del 38? Dov’è? L’avete persa?»)

E allora continuò Daimoku senza tregua e in un moto di sfida estremo che non era mai riuscito a esprimere fino ad allora, tirò fuori tutto quanto: le sofferenze dell’infanzia, i rimpianti, le occasioni perdute, gli errori, i dolori patiti e quelli inflitti agli altri, le oscurità, le cattiverie e le gioie, gli incidenti, ma soprattutto l’origine di tutti quegli effetti, quell’andare alla cieca, senza uno scopo, trascinato dagli attaccamenti, “pensato” dai desideri indotti dall’esterno, in balia degli eventi, senza controllo degli istinti, fidando solo che la fortuna non fosse troppo avara con lui. E tirò fuori anche gli ultimi cinque anni dopo aver conosciuto la pratica, cinque anni di benefici, di meravigliose scoperte, di Buddismo non solo imparato ma “letto con la vita”, di gioia nell’attività dopo le prime diffidenze, di amore dagli altri membri, pazienti, mai invadenti ma sempre vicini, felici della sua felicità. E alla fine allargò le braccia davanti all’immaginario Gohonzon e si abbandonò come per dire: «Ecco qua, vedi tu – tuo è il potere del Budda e della Legge – io ci metto fede e pratica a più non posso – non voglio niente di specifico se non il coraggio e la saggezza per affrontare la mia vita».

(«Ho letto un bel libro ultimamente». «Ah sì, quale?». «L’alchimista, di uno scrittore brasiliano; dice che ognuno ha una sua Leggenda Personale e che l’unico dovere che ha nella vita è di realizzarla; ma dice anche che chiunque per farlo interferisca con quella degli altri, non scoprirà mai la propria». «E come si fa a scoprirla? Mi sembra un’illusione». «Nel libro si dice che è la possibiltà di realizzare un sogno, che rende la vita interessante, e che solo la paura di fallire lo rende impossibile, e che il metodo è: “ascolta il tuo cuore, lui conosce tutte le cose”». «Tu ce l’hai una Leggenda Personale?». «Sì dottore, la Padania indipendente!». «Ma va là, stupidino!
Passami il martello, dai». «Sì dottore».
Rumore di martellate)

E allora lui sorrise mentre la preghiera ora fluiva più facile, più piena, più rotonda, più ricca, si gonfiava, si esauriva in sé ed esaudiva, comprendeva tutto il bene e il male, tutto il karma e i benefici, tutte le cause e gli effetti, tutti i bisogni e i desideri in un unico grande desiderio: di sentire la natura della sua vita, tutta intera, piena di gioia, in assoluta libertà e responsabiltà, con un’energia e uno stato vitale capace di superare i punti morti, di affrontare i problemi per trasformarli in benefici, di accogliere cioè tutta la sua vita allo stesso modo perché essa era così com’era proprio per testimoniare la forza della Legge e doveva considerarla come un dono illuminato dal Daimoku.

(«Chi è che borbotta e ridacchia?». «Il paziente, dottore». «Ah, bene. Abbiamo quasi finito. Lo ricuce poi lei, dottore, che io vado a scrivere la relazione dell’ intervento?». «Va bene»)

E allora gli venne alla mente, tutta insieme e tutta intera, una frase di Ikeda che aveva imparato ma che, per la prima volta, poteva leggere con la sua vita: «Quando, mentre proviamo le quattro sofferenze di nascita, malattia, vecchiaia e morte, noi recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, possiamo diffondere la “fragranza” delle quattro virtù di eternità, felicità, purezza e vero io»; e gli sembrava persino di sentirla quella fragranza.

(«Bene, adesso ricuciamo all’interno e poi abbiamo finito. Tenga stretta la pelle, infermiere, sennò non riesco... così, ecco fatto»)

E allora si risvegliò dalla preghiera e aprì del tutto gli occhi, si vide sopra il volto sorridente dell’anestesista china su di lui e sorrise tra sé sentendo un profumo, una fragranza di gelsomino. «Come va?» lei gli chiese, «Bene» rispose. «Da che mondo viene?» domandò lei curiosa, lui sorrise, poi chiese: «Quanto è durata?». «Due ore e quaranta minuti – poi continuò – Ma cosa vuol dire quella cosa che ha mormorato per tutta l’operazione, nammiorenghecchiò, nammiorenghecchiò?» Lui fece un sospiro, la guardò ridente negli occhi e disse: «Vuol dire che l’operazione è andata benissimo e che sarò felice tutta la vita! E anche lei». «Grazie» sorrise lei allontanandosi.
Lui si stirò e si rilassò, per quel che poteva. Il braccio destro, seppur legato, cominciò delicatamente a tremare, come in segno di saluto.
«Bene, pensò lui pieno di determinazione, si ricomincia!»
E allora, finalmente, s’addormentò. E.G.
stampa la pagina

Commenti