Ridere, finalmente

Un’infanzia trascorsa a guardare la vita dalla finestra. Poi l’adozione e l’incontro con il calore di una famiglia. Lottare per scrollarsi di dosso le chiusure e le paure di anni. E scoprire che non è impossibile mandare in frantumi la “campana di vetro”.

Ho conosciuto questa pratica quando mio fratello Alvaro iniziò a praticare il Buddismo. Allora i buddisti bolognesi si potevano contare sulle dita di una mano. Io ero poco più di un bambino e non ne volli sapere.
Avevo dieci anni quando sono stato adottato dalla famiglia Rossi. Durante l’infanzia sono passato da un istituto per minori all’altro. Benché avessi un carattere dolce e un problema fisico e tutti mi volessero bene, in certe occasioni (Natale, Pasqua e altre festività particolari) gli altri bambini passavano le feste in famiglia e anch’io speravo che qualcuno mi venisse a prendere. Quando vedevo arrivare i genitori degli altri, sconfortato salivo nella mia camera e mi sdraiavo fissando il soffitto, oppure li osservavo di soppiatto dalla finestra, fino a quando alla fine della visita se ne andavano via tutti in macchina.
Quando ero in giardino andavo di frequente fino alla griglia di recinzione e con la testa incollata su di essa, scrutavo il paesaggio collinare e desolato alla ricerca di un miraggio. Nelle rare volte che gli assistenti ci portavano a passeggiare, quasi sempre alle domande che gli facevamo, ricevevamo soltanto risposte evasive: immaginatevi che delusione per un bambino che si interroga su quasi tutto ciò che lo circonda. Che triste epilogo! In particolare mi piacevano i fiori, ma la mia curiosità andava quasi sempre delusa quando chiedevo per esempio la loro specie, se li aveva piantati qualcuno oppure erano nati da soli. Gli assistenti, più dediti a pensare alle loro tasche che a compiere il loro dovere di educatori, si mostravano attenti alle nostre esigenze e premurosi solo davanti ai parenti onde rimediare laute mance. La continua e opprimente spola tra ospedale e collegio a cui ero costretto mi portò a una chiusura pressoché totale. Posso dire di aver cominciato a vivere quando sono entrato in casa Rossi, a giocare e a sognare con dieci anni di arretrato. Una mia carissima amica mi ha fatto ricordare che trascorrevo il tempo libero a scrivere a macchina biglietti di auguri e altre fantasticherie in una stanza finalmente tutta mia, dove potevo darmi importanza.
Purtroppo anche durante i primi anni di adozione mi sembrava di essere ancora chiuso dentro una campana di vetro; spesso raccontavo bugie perché da sempre era il mio unico espediente per difendermi dal mondo e riuscire a ottenere qualcosa.
Avevo un carattere molto introverso, timido e assolutamente privo di ogni iniziativa, quasi sicuramente dovuto al fatto che in istituto tutto veniva anticipatamente deciso dagli altri. Con mio fratello Alvaro, allora quindicenne, ero molto chiuso e formale, e pur di farmi bello agli occhi di mia madre Paola, raccontavo cose di lui che sapevo le avrebbero dato fastidio. Ammiravo in particolare Lucio, il primogenito della famiglia perché a mio modo di vedere sembrava il più realizzato di tutti e tre. Lo tempestavo costantemente di domande e, finalmente, avevo trovato qualcuno che con pazienza mi rispondeva. Avevo il vizio di imitare certi modi di fare che notavo per lo più negli adulti, cercando di apparire, peraltro in modo goffo e bizzarro, sicuro di me più di quel che in realtà ero. D’altronde fino ad allora ero stato trattato come un burattino, libero di muoversi e pensare solo dentro spazi ben precisi: come potevo non essere insicuro?
Ricordo che dopo cena mio padre Toni aveva l’abitudine di sdraiarsi in poltrona a leggere il giornale e ai miei occhi, insicuri e curiosi allo stesso tempo, quella era senz’altro una cosa che bisognava fare per crescere, per cui molto spesso lo imitavo facendo finta di leggere!
A casa ero talmente introverso che i miei genitori spesso dovevano andare a parlare con i miei insegnanti per sapere come andavo a scuola; faticai parecchio per finire le scuole medie. Quando giravo per Bologna, mi capitava di trovarmi in luoghi a me sconosciuti e non sapevo neanche come c’ero arrivato! Avevo vuoti di memoria improvvisi; era come svegliarsi bruscamente da un incubo, non sapevo dov’ero e in un baleno mi ero dimenticato di tutto! Non avevo mai visto una città dal vivo con i suoi ingorghi, con tutte quelle luci, i vicoli, e ne rimasi affascinato.
Ho iniziato a praticare il Buddismo a quattordici anni; in quel periodo i pochi membri emiliani si riunivano in casa nostra e cercavano sempre di coinvolgermi. Questa volta il vizio di imitare i “più forti” mi portò davanti al Gohonzon: i primi tempi facevo Daimoku per accontentarli, ma smettevo sempre. Dopo sei lunghi anni di continui ripensamenti, iniziai a fare Gongyo e Daimoku ogni giorno, facendo il primo passo contro l’apatia e l’indecisione che da sempre mi avevano caratterizzato. Quale fu la molla che scattò in me ancora non lo so; forse fa parte di quelle azioni per niente premeditate nel corso degli anni e che, invece, a un certo punto vengono prese di getto, dando così un taglio netto ai continui, intrecciati e infine ciechi percorsi a cui porta l’eccessivo uso della “ragion pura”. Stranamente ero più aperto con gli altri, riuscivo anche a ridere liberamente e di gusto, inoltre cominciai a fare dei piccoli lavori che però perdevo sempre. Nel frattempo, nei panni degli shoten zenjin, mio fratello ed altri se la cavavano benissimo, assicurando a tutta la casa, con le loro continue ed estenuanti sfide di Daimoku, un alone di “area protetta” da fare invidia a molti centri culturali. Misi quindi lo scopo di trovare un lavoro stabile. La fortuna cominciò a venirmi incontro, dapprima lavorai nelle colonie estive del Comune di Milano per minori, per quattro estati come educatore. Bellissima esperienza, perché mi accorgevo che capivo i loro problemi e potevo dare loro qualcosa. Poi entrai in una cooperativa che, per conto del Comune di Bologna, si occupava di aprire e chiudere i parchi pubblici. In quel periodo cresceva in me il forte desiderio di vivere per conto mio, farmi comunque una mia vita, non volevo fare il mantenuto e volevo offrire la mia casa per fare attività, però non avevo abbastanza soldi per farlo. Mantenni lo scopo recitando due ore di Daimoku al giorno e determinai di cambiare il lavoro entro due mesi. Allo scadere dei due mesi un ex collega di mio padre mi informò che presso l’istituto bancario del Banco Ambrosiano erano aperte assunzioni e una sola da commesso. Feci velocemente domanda, continuando comunque a fare Daimoku, feci un colloquio, e fui assunto. Un anno dopo ottenni una promozione e ora sono impiegato. Lo scolaretto timido ed introverso, vive per conto suo in una antica casa del centro storico che usa anche come luogo di riunione.
Al di là di tutti i benefici che ho avuto: crescita interna (più positività, più ottimismo, più calma, più pazienza, più serenità), e crescita esterna, entrambi molto importanti e non da sottovalutare, penso comunque che il più grande sia stato iniziare a vivere senza autocommiserazione per il mio passato e a realizzare i miei desideri con speranza, tranquillità, fiducia e serenità. Non voglio più stare alla finestra con gli occhi sbarrati, né rinchiuso fra quattro mura come un cane da salotto sempre in balìa degli eventi! La legge di causa ed effetto deve essere la mia carta vincente, non tutte quelle dannate regole da rispettare, quei maledetti giorni vuoti e monotoni, quell’andirivieni all’ospedale!
Che grande e imparziale legge che è, in un mondo dove qualunque altra legge o anche buona regola di condotta viene calpestata dai potenti, dai mass media ma anche dalle mazzate che spesso noi e le persone vicino a noi ci diamo, lasciandoci solo sconforto, senso di colpa e poca fiducia nel futuro! È solo grazie al Buddismo del Daishonin di causa ed effetto che ho dato un calcio al mio passato, dopo che ho capito il suo moto così meccanico, puntuale, preciso e alle volte crudele, ma anche così rassicurante!
Un Gosho che sto approfondendo e che mi è stato vicino è Felicità in questo mondo: «Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quel che c’è da gioire. Considera entrambi come fatti della vita e continua a recitare Nam-myho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla legge. Rafforza la tua fede più che mai».
Da tredici mesi il mio attuale scopo, e non ultimo, è quello di continuare a vincere totalmente la mia chiusura, aprire la mia vita agli altri e indirizzare i buddisti con meno esperienza verso il Gohonzon aiutandoli come sono stato aiutato io. Credo che nella vita ci sia sempre, impresso profondamente, un episodio denso di emozioni profonde e di passione, e proprio quando siamo in compagnia delle persone con cui l’abbiamo vissuto, ci venga spontaneo dirigere lo sguardo commosso altrove. Fu quando Paola e Toni, i miei grandi e insuperabili genitori, varcarono la soglia di quel tetro e isolato istituto e, mano nella mano, mi portarono via con loro. E.O. (dati modificati)

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