La vita appesa a un filo

Lentamente ripresi la mobilità dell'occhio sinistro fino a recuperarla. Ancora una volta era stato l'amore per la mia vita a salvarmi, l'aver lottato a vasto raggio.

Il mio incontro col Buddismo risale al 2000 a Roma, città nella quale studiavo. Il 18 ottobre 2006 mi laureai in economia e decisi di trasferirmi a Novara per questioni di cuore e di lavoro e così iniziò la mia vita piemontese. Tutto perfetto finché nella primavera del 2009 iniziò il periodo più duro della mia vita. Dalla mia relazione emersero delle grosse difficoltà e la persona con cui stavo, che aveva iniziato a praticare, ebbe dei problemi di ansia che mi portarono a mettere da parte le mie angosce per sostenerla. A ottobre mi sentivo smarrito e sconcertato, continuavo a recitare Gongyo e Daimoku ma non affrontavo profondamente l'angoscia che avevo dentro di me. In quei giorni si presentò sotto l'ascella sinistra uno strano rigonfiamento e mi recai a fare dei controlli. Quando ritirai il referto una dottoressa mi disse: «L'aspetta un percorso difficile, si tratta di un linfoma non-Hodgkin ad alta aggressività». Fu un duro colpo. Tornai a casa e decisi di raddoppiare il mio Daimoku quotidiano, iniziava la mia sfida. Intanto continuavo a lavorare con il braccio che ormai non riusciva più a chiudersi. Gli esami procedevano lenti ma il linfoma correva veloce e si ingrandiva sempre più.
Chiesi un consiglio sulla fede e compresi che dovevo ancora imparare ad amare la mia vita. Tutto aveva un senso adesso. Il mio Daimoku prese così una precisa direzione, come è scritto nel Gosho: «La malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda; infatti il Sutra di Vimalakirti e il Sutra del Nirvana parlano di persone malate che raggiungono la Buddità, poiché la malattia stimola lo spirito di ricerca della via» (La benefica medicina, SND, 7, 248). Decisi di lottare con tutte le mie forze e a trecentosessanta gradi, così mi rivolsi anche alla medicina omeopatica e ai rimedi naturali.
Intanto il linfoma era giunto a undici centimetri di diametro e aveva assunto un colore violaceo. La paura per la malattia aumentava, recitavo ore di Daimoku per riuscire a combatterla e per sentire che il potenziale della mia vita sarebbe stato più grande di qualunque difficoltà.
L'angoscia era però tanta anche perché, nonostante sollecitassi i medici per accelerare le cose che procedevano lente, il linfoma bruciava e il dolore riusciva a sedarsi solo con potenti antidolorifici. La mattina del 10 dicembre recitai Daimoku con tutto il mio essere e percepii che ero giunto al limite. Mi recai in ospedale e fui ricoverato immediatamente.
Se non mi fossi amato profondamente e avessi aspettato passivamente avrei potuto avere un'emorragia. In ospedale ero più tranquillo e pensavo: «Domani iniziamo la cura»; avrei dovuto affrontare dei cicli di chemioterapia. Ma l'indomani non fu così lineare: avevano sbagliato la biopsia, un'agoaspirata invece di una chirurgica. Attendevo la biopsia, ma il linfoma non aspettava e il dolore raggiungeva livelli insopportabili finché una notte il linfoma arrivò a comprimermi la cassa toracica. Urlavo, piangevo e recitavo Nam-myoho-renge-kyo. Non dimenticherò mai quella notte, ho sentito la mia vita legata a un filo e il Daimoku e tutte le forze protettrici che la sostenevano: invocavo la vita come mai prima di allora avevo fatto. Ebbi ulteriori ripercussioni sul mio corpo, i nervi della gamba destra si contorsero al limite della sopportazione; i medici mi diedero della morfina, cinque fiale al giorno per tre settimane. La mattina seguente mi operarono, asportandomi proprio quel cuneo che mi comprimeva il torace. I giorni seguenti rimasi sempre sotto morfina, in quelle condizioni era difficile recitare, ma la mia relazione con il Gohonzon diveniva sempre più forte: se non potevo recitare, potevo studiare il Buddismo. Un Gosho mi incoraggiò molto: «Quando una persona abbraccia il Sutra del Loto, gli dèi, i draghi, gli otto esseri inferiori e tutti i grandi bodhisattva diventeranno suoi seguaci. [...] Allora non dovrà più temere i tre sentieri o tremare davanti alle otto difficoltà» (Domande e risposte sulla fede, SND, 7, 14). Tanti compagni di fede sostenevano la mia lotta recitando per me; ringrazio infinitamente loro e la mia famiglia. Il 18 ottobre affrontai il primo ciclo di chemioterapia e dopo pochi giorni il linfoma iniziò a ridursi con enorme stupore degli stessi medici.
Nei mesi seguenti, ciclo dopo ciclo, il linfoma diminuiva, ma a ogni ciclo seguiva, se pur sempre più ridotta, una profonda debolezza e un pericoloso abbassamento delle difese immunitarie che inducevano a tenermi in uno stato di isolamento. A marzo del 2010 l'attacco di un nuovo "demone": l'occhio sinistro, a causa di una diplopia, si paralizzò.
Non potevo quindi né recitare quanto volevo, per via della morfina, né leggere gli scritti buddisti che tanto mi sostenevano tra cui La nuova rivoluzione umana, la cui lettura mi aveva dato la forza di decidere profondamente di vincere, non per me, ma per kosen-rufu, per dimostrare al mondo la potenza di questa pratica grazie alla mia malattia. Era questa la mia missione, era questo ciò che avevo scelto nel lontano passato.
La paura di restare con l'occhio paralizzato fu difficile da sconfiggere; dopo più di tre mesi di ricovero tornai a casa con l'obiettivo di guarire completamente. Mi rivolsi al mio omeopata che mi prescrisse dei rimedi che funzionarono. Lentamente ripresi la mobilità dell'occhio sinistro fino a recuperarla. Ancora una volta era stato l'amore per la mia vita a salvarmi, l'aver lottato a vasto raggio. Nonostante la debolezza, volevo tener fede a quanto mi ero ripromesso, cioè prendere in mano la mia vita, così chiusi la mia relazione sentimentale.
In primavera contrassi una forte allergia da farmaci. Fui nuovamente ricoverato per la febbre che sfiorò i quaranta gradi; questa volta lo sguardo dei medici era diverso. Quando una persona è malata acquisisce una certa sensibilità. Ricordo la dottoressa alla quale ero affezionato che prese da parte mia mamma in corridoio e vidi i loro volti al rientro. Io le guardai e dissi: «Non vi preoccupate, ce la farò». La mia fede non vacillava e non mi permetteva di sentirmi sconfitto.
Ancora una volta fu così: il mio corpo unito alla mia mente reagì e vinse.
Con i medici avevo instaurato un grande rapporto umano e parlato di Buddismo. Il 16 maggio 2010 ricevetti l'esito dell'ultima TAC, dopo cinque cicli di chemioterapia ero quasi completamente guarito, mi restava un ultimo ciclo e un mese di radioterapia, che affrontai con serenità e con la gioia di poter tornare a lavorare. La mia vita non stava solo ritornando alla normalità, avevo conquistato qualcosa che mai più avrei perso: non solo il mio corpo, ma anche la mia mente e il mio cuore erano guariti.
Da settembre iniziai a recitare Daimoku per trovare una nuova casa: la desideravo grande, luminosa e a un buon prezzo; a gennaio 2011 mi trasferivo nella nuova casa, settanta metri quadrati di luce e con vista sui colli. In quel periodo mentre mi recavo in ospedale per dei controlli, fui informato che la "mia" dottoressa aveva avuto un tumore al seno che si stava diffondendo in altre parti del corpo. Andai a trovarla, le regalai il libro del presidente Ikeda L'essenza dell'uomo (Ikeda, Simard, Borgeault, Sperling & Kupfer, 2004) e le scrissi come dedica un incoraggiamento di sensei. Iniziai a recitare Daimoku per la sua guarigione, era troppo importante.
Seppi in seguito che quando le si presentò quel problema asserì che la forza che aveva visto in me, la mia serenità e la mia determinazione l'avevano immediatamente spinta a combattere contro la malattia. E la mia cara dottoressa e amica, dopo aver affrontato varie complicazioni, è guarita. Non è meraviglioso tutto ciò?
Pochi mesi fa due mie amiche cui ho fatto shakubuku hanno ricevuto il Gohonzon: avevano iniziato a praticare anche spinte dall'esperienza che ho vissuto.
È davvero meraviglioso! Sono grato alla mia malattia e a ciò che mi ha insegnato: proseguire la ricerca della via seguendo l'esempio del mio maestro. (F. R.) (dati modificati)
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Commenti

  1. Grandissima esperienza grazie caro compagno di fede!!! Spero poterla trasmettere a chi sta soffrendo e non trova via d'uscita... Kosen Rufu è proprio questa lunga e dorata catena di solidarietà

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