La forza della compassione

È possibile tracciare una strada nuova per risolvere i mali della civiltà post-moderna adottando e diffondendo la capacità di immedesimarsi nel dolore altrui, andando oltre le differenze. *(di Erminio Gius)

(…) Parlando di “educazione alla felicità”, intravedo un progetto collegato all’educazione alla compassione, intesa come immedesimazione nel dolore altrui.
Educare alla felicità è, quindi, educare alla responsabilità universale rispetto al dolore universale, al dolore nel mondo. In tale senso, educare alla felicità attraverso la compassione significa creare un progetto di mondo nuovo (gioioso) nell’area della globalizzazione.
(…) Analizzerò questa problematica prendendo in considerazione tre grandi temi: due caratteristiche dell’era della post-modernità che viviamo, la globalizzazione e la frantumazione, e una loro conseguenza, che è la sofferenza universale.
(…) Come è possibile conciliare i valori universali della dignità e della libertà della persona con il progresso scientifico e tecnologico della modernità? È il tema del rapporto scienza-valori nella società complessa.
La globalizzazione economica, lo sviluppo del Sud del mondo, la governabilità del pianeta, le trasmigrazioni dei popoli, la diffusione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche, ecc. sono alcuni dei grandi problemi della post-modernità. Economia, tecnologia, informatica e telematica, nomadismo, rappresentano un universo globalizzante costituito dal convergere di popoli, religioni e culture diverse che abitano uno spazio globale governato dalle stesse leggi economiche, dagli stessi ritmi, dalle stesse regole. Ma a questo spazio globale non corrisponde, purtroppo, una comunità globale. La post-modernità si caratterizza anche per la mancata integrazione degli individui, dei popoli e dei ceti sociali, producendo disagio, malessere e conflitti profondi. Uno scenario mondiale contrassegnato da profondi e rapidi processi di globalizzazione e di frantumazione, le cui conseguenze presentano l’incognita della imprevedibilità circa l’assetto futuro dell’umanità, non può che presentarsi carico di incertezze e di pericoli per la sopravvivenza pacifica del genere umano su questa Terra. Infatti si possono da subito riscontrare alcuni risultati della globalizzazione e della frantumazione, come la sempre più diffusa assenza di regole e di ordine generata dal progresso esorbitante, e spesso incontrollato, della tecnica a scapito di altri campi delle intenzionalità e dei valori etici della realtà umana. Insieme a questo fenomeno si presenta quello della omologazione, e insieme facilitano stati depressivi e di dipendenza dalle mode correnti.
(…) La sofferenza, così come il richiamo alla felicità, è veramente universale ed è contrassegnata dalla fragilità intrinseca della persona nel poterla e nel saperla gestire.
Il progresso della scienza e della tecnologia ha messo a nudo gli aspetti più fragili della persona e ha svelato un’attenzione crescente ai mali dello spirito, ponendo in primo piano le solitudini, gli isolamenti, le varie segregazioni, le sconfitte e gli insuccessi morali, ma anche e soprattutto le carenze nelle relazioni umane; ciò concretizza nelle persone la grande infelicità che è il retaggio e la caratteristica di questa nostra società spesso senza volto e senza anima. Infelicità e scontentezza che si ripropongono come ferite narcisistiche insopportabili ogni volta che una persona si trova a dover vivere l’insuccesso nella aspra competizione e concorrenza alle quali è costretta per sopravvivere. Anche i successi e le soluzioni nel campo economico e politico di mali sociali producono lo scarto di nuovi gruppi umani emarginati e creano nuovi problemi. Strutture senza volto umano, burocratizzate e ingessate in rigide regole formali e incentrate unicamente sulla propria autogenerazione e automantenimento finiscono per svilire le competenze umane e le stesse attività, inducendo senso di oppressione e di rivolta o di stanchezza depressiva nelle persone in servizio. Le stesse attività di pensiero spesso possono produrre infelicità, sia in chi produce cultura, sia in chi la utilizza. Infatti la problematicità accesa nei diversi settori della vita quotidiana dalla ricerca scientifica e tecnologica, ma anche dalle scienze del pensiero e dell’arte, può talvolta sradicare da certezze comode molte persone e lasciarle però indifese di fronte allo scetticismo e al relativismo incombenti e talvolta intrinseci alla stessa cultura appresa. Queste persone vengono sollecitate, più di altre, a porre rimedio alla loro infelicità o abbandonandosi al mondo dell’effimero, oppure rifugiandosi in movimenti che gestiscono alienazioni attraverso la neutralizzazione dei pesi della coscienza e della libertà.
(…) Il problema di fondo è il seguente: a quali dolori e a quali sofferenze ci si impegna a rispondere con una compassione anche sociale e politica?
Educare alla felicità, in quest’ottica, può significare l’impegno a creare una nuova sensibilità per il dolore altrui, contro l’egoismo narcisistico, proiettati verso una fratellanza universale. Può significare il calarsi nella memoria dell’umanità attraverso l’impegno nel denunciare responsabilità inevase, solidarietà negate, ecc.
(…) I giovani sono in grado di fare tutto ciò, anche in vista della salvaguardia del loro futuro. Nonostante il grande sviluppo scientifico e tecnologico che caratterizza quest’epoca, vi è una profonda fragilità dell’individuo, un’infelicità diffusa. Se i giovani vogliono creare un futuro di pace devono far crescere la compassione, che è capacità di immedesimarsi nel dolore altrui, andando oltre le differenze. È la compassione che può ispirare una politica di pace tra i popoli. Educare alla felicità significa educare alla compassione. La felicità sicuramente non si insegna, ma si vive. La si vive e la si apprende appunto vivendo. Io ho parlato di compassione nell’ottica del com-patire, del patire insieme, della condivisione della sofferenza.

*Erminio Gius è professore di Psicologia sociale presso l’Università di Padova
stampa la pagina

Commenti