Questioni di cuore

Era proprio il cuore a non funzionare e non solo come muscolo. Non si sentiva amata, ma doveva imparare ad amare. Voleva avere accanto un uomo che la amasse e ha trovato l’amore in un rapporto ricostruito.

Luglio 2004 – Se penso al passato mi chiedo: «Ma tutto questo è veramente successo a me?». E l’oggi è come un risveglio. Un mattino luminoso. Sono una donna felice con un uomo che mi ama e una figlia meravigliosa. Insieme abbiamo riscoperto il valore di una famiglia. Una famiglia per kosen-rufu. Tutto questo lo devo al mio incontro con la pratica buddista. Sembra essere trascorsa un’eternità da quel giorno e sono soltanto sette anni.
Un pomeriggio del 1997 – La sala è affollata, ma per quanto ami la musica classica la mia testa non riesce a seguire il concerto. Poi un foglietto tra le mie mani da un’amica. “Nam-myoho-renge-kyo”, questo quanto vi è scritto. Ma a ripeterle queste strane parole, di chissà quale lingua, fanno smettere di piangere. Ho quarantadue anni e la consapevolezza di sentirmi una nullità sprofondata nel baratro della solitudine. Tanto da desiderare spesso di farla finita. Sposata da 21 anni, da mio marito non ho mai ricevuto una carezza, tranne i momenti di intimità, rarissimi ormai da molto tempo. Mentre per mia figlia diciannovenne, sento di non essere una buona madre. Dal 1985, dopo essere stata operata al cuore per una protesi valvolare, avevo giurato che nella mia vita avrei fatto soltanto ciò che mi avrebbe reso felice. Dopo aver ottenuto degli ottimi piazzamenti in vari premi letterari, amante della poesia e delle attività culturali in genere avevo dato vita con altri amici, a un gruppo letterario all’interno di un’associazione. Con loro avevo pubblicato cinque libri e, come addetta alle pubbliche relazioni dell’associazione, avevo organizzato conferenze, mostre, dibattiti, incontri con scrittori, convegni e premi letterari per i ragazzi degli istituti superiori della nostra città. Nonostante gli sforzi profusi il fallimento di tanta attività arrivava con incomprensioni e battibecchi culminati nelle mie dimissioni.
La volontà, da sola, non basta per cambiare il proprio destino. Ma quel foglietto, quella frase... E così ripetendo Nam-myoho-renge-kyo dimentico di piangere e di accusare gli altri come causa delle mie sofferenze. Il mio ingresso nella redazione del quotidiano Il Tempo avviene soltanto tre giorni dopo. E neanche a farlo apposta mi viene affidato il settore cultura. A casa rientro la sera. E sto così male che il lavoro diviene l’alibi per allontanarmi sempre di più dalla mia famiglia. Ma mentre prima giravo a vuoto con la macchina per arrivare alla fine della giornata, con l’inizio della pratica buddista partecipo a tutte le riunioni e nei momenti liberi vado dalla mia responsabile di gruppo per recitare Daimoku. Recito Daimoku in macchina, camminando per strada, davanti al muro della camera da letto, del bagno o della cucina, in ogni momento libero per risolvere i miei problemi affettivi e questo mi porta fortuna nel lavoro. Diventa facilissimo trovare le notizie.
Novembre 1999 – Durante la cerimonia di conversione al Buddismo ho un unico scopo: riuscire finalmente ad avere un uomo in grado di amarmi. Per questo le ore davanti al Gohonzon passano in un soffio. È così lontano da me l’idea di realizzarlo con chi mi è stato accanto per tanti anni che la ricerca di una soluzione si allontana ogni giorno di più dalle mura domestiche. Un mese più tardi il primo corso a Trets. I consigli e l’amicizia di alcune responsabili sono un continuo incoraggiamento. Come l’immagine della donna descritta da Nichiren Daishonin nel Gosho Unità fra marito e moglie: «Anche se è criticata da tutti gli altri, in sostanza per una donna non c’è felicità più grande che essere amata dall’uomo a lei più caro». Ma per me “l’uomo a lei più caro” non è certo mio marito. Intanto i controlli sul mio cuore danno esito positivo. La valvola biologica, in altri casi sostituita dopo due o tre anni, nel mio funziona perfettamente.
Ottobre 2000 – Mia figlia Maria inizia a praticare il Buddismo. Il nostro rapporto cambia, si rinnova nell’amicizia e nell’aiuto reciproco. Recitare insieme ci fa sentire, nonostante la diversità delle nostre problematiche, sulla stessa lunghezza d’onda. Il mio scopo sembra allontanarsi ogni giorno di più. Con mio marito cerco di essere gentile, anche se l’unico sentimento che riesco a provare è la totale indifferenza e nel pretendere amore non mi accorgo invece che sto costruendo tra noi un muro sempre più difficile da abbattere. Presa dal lavoro rinuncio con facilità alle brevi vacanze nella nostra casetta in collina. Così dalla partenza al ritorno dei miei familiari, ogni notte recito Daimoku fino all’alba. Intanto in redazione oltre la cultura mi affidano il sociale di Civitanova Marche.
Divento indispensabile. Però quanto è difficile per una donna vivere senza sentirsi amata. Sì, riconosco i benefici ottenuti nel lavoro, ma non sono sufficienti. Il problema più grosso resta infatti quello sentimentale. E continuo a sognare il “principe azzurro”, magari su quattro ruote. Il Daimoku è il mio pane quotidiano. E nella mente torna l’immagine della coppia del Gosho Lettera ai fratelli: «...sono sempre uniti come il corpo e l’ombra, come i fiori e i frutti o come le radici e le foglie, in tutte le esistenze...» «L’uccello chiamato hiyoku ha un corpo e due teste: entrambe le sue bocche nutrono lo stesso corpo. I pesci hiboku hanno un occhio solo, così il maschio e la femmina restano insieme per tutta la vita». I momenti dedicati all’attività mi procurano una sensazione di gioia. Così entro nel gruppo Sole (oggi Corallo). Mi dicono di “amarmi e di diventare una persona libera senza basare la mia vita sugli affetti”. Comincio a praticare con questo scopo.
2002 – Mi viene affidata una nuova responsabilità. A fine anno sento così fortemente la mia sofferenza che negli scopi per il nuovo anno scrivo di voler divorziare e portare con me il Gohonzon e mia figlia se le cose non cambiano.
2003 – A febbraio Paolo, mio marito, torna dalla montagna abbronzatissimo, bellissimo, due occhi celesti che non ti dico e io mi innamoro di nuovo. Riscopro le sue qualità, il suo attaccamento alla famiglia, la sua saggezza, la sua onestà, il suo saper fare tutto ed essere sempre pronto in qualsiasi situazione. Un uomo incredibile, come ce ne sono pochi, mi dico. Ma lui niente. Intanto il desiderio di offrire la mia casa per l’attività si concretizza con la responsabilità di gruppo per me e mia figlia Maria. I miei sogni sono in dirittura d’arrivo. Con le persone che hanno frequentato il corso realizzo lo scopo di “fare” un giornale e nell’ottobre esce il primo numero del mensile Il Tarlo. Gli sforzi per arrivare sino in fondo sono notevoli come le occasioni fortunate che mi aiutano ad andare avanti. Ed è una vittoria per una come me che arrivata in dirittura d’arrivo solitamente preferisce fuggire. L’unico a “sballare” ritmo sembra essere il mio cuore. «Da tenere sotto controllo per la protesi che comincia a staccarsi» dice il cardiologo. Ogni giorno che passa mi sento peggio. Ho sempre più affanno e una tosse incredibile. Nell’ospedale di Ancona, dove sono ricoverata (è la fine di dicembre), i medici diagnosticano bronchite e anemia. Il mio letto è accanto alla finestra e la fine dell’anno arriva con i botti che sembrano fuochi artificiali. Sento il cuore pieno di gioia. Durante la degenza ho uno strano senso di tranquillità. Stranissimo per me, sempre ansiosa, impegnata in mille cose e pronta a pensarne altre. Non mi pongo il problema della vita o della morte, ma di sentire con il cuore l’essenza della Legge nel passaggio che intercorre tra le due. Provo a trasmetterlo a mia figlia cercando di sentire al massimo l’importanza del Buddismo nella nostra vita al di là dei nostri corpi e dei momenti attuali. Nelle mie orecchie risuonano le parole di Nichiren nel Gosho Eredità della legge: «Nascita e morte sono le funzioni misteriose dell’essenza della vita. La realtà fondamentale della vita sta nell’esistenza e nella non esistenza. Nessun fenomeno, cielo o terra, yin o yang, il sole o la luna, i cinque pianeti, o qualsiasi condizione vitale da Inferno a Buddità è libero dalla nascita e dalla morte. Perciò la vita e la morte di tutti i fenomeni sono semplicemente le due fasi di Myoho- renge-kyo».
Gennaio 2004 – Mi dimettono dall’ospedale verso la metà del mese. Viene a prendermi mia figlia. Mio marito è a sciare. Il peggioramento è inevitabile. Però anche se l’affanno mi limita nel parlare riesco inspiegabilmente a recitare Daimoku per sette e otto ore di seguito. Non riesco però a tenere gli occhi aperti. Mia madre inizia a praticare il Buddismo. I reni non funzionano quasi più e per stimolare la diuresi il medico generico viene ogni sera a farmi un’endovena. Finché, è la fine di gennaio, dal telefono il cardiologo sente la mia voce e ordina il ricovero immediato. Tutti sono pronti a spaccarsi in quattro. La diagnosi evidenzia uno scompenso cardiaco totale, da qui le disfunzioni dei reni, dei polmoni e l’anemia. La valvola è quasi completamente staccata.
Febbraio 2004 – Il primario di cardiochirurgia, eccezionalmente lì (è sabato 4), senza perdere tempo mi fa salire in sala operatoria. «Il suo cuore è quello di una persona di 200 anni» dice senza mezzi termini. Mi tolgo pigiama e vestaglia nel corridoio che divide la terapia intensiva dalla sala operatoria. «Sembrava che andasse a prendersi un caffè» dirà poi mia sorella, venuta in visita con mia madre. A Paolo, mio marito dico con tono molto serio «recita Daimoku». Lo farà per sette ore di seguito. E il miracolo avviene. Nell’urgenza trovo le persone giuste che mi preparano per l’intervento. La sala operatoria non è ancora pronta, ma non c’è tempo da perdere. Allora con anestesie locali il personale infermieristico specializzato inizia i preparativi per gli attacchi delle periferiche e della centrale che dovranno servire per l’extra corporea. La mia mente è lucida. Chiedo soltanto di essere informata su tutto e strappo una risata. Fino al giorno prima quando mi dicevano «Metti uno scopo e recita come se fosse il tuo ultimo istante di vita» rispondevo senza esitazione «Allora divorzio e porto via il Gohonzon e mia figlia». E invece adesso che veramente potrei essere al mio ultimo istante (sono consapevole delle mie condizioni) prima di entrare in sala operatoria spontaneamente, ho un unico grande desiderio: una famiglia per kosen- rufu, con Paolo e Maria, in questa o in una delle prossime vite. Al risveglio provo un’infinita gratitudine per il Gohonzon, la mia vita e mio marito e supero ogni ostacolo con facilità. Le escoriazioni agli occhi, procuratemi forse in sala operatoria, spariscono senza bisogno di bende e medicinali e torno a vedere perfettamente soltanto dopo un giorno, un edema polmonare viene individuato tempestivamente e stroncato tramite un drenaggio in mezza giornata. Senza parlare del decorso post operatorio. Da far invidia al paziente con la migliore preparazione. Oggi mi sento rinnovata. Il mio cuore è più giovane e non soltanto per la valvola.
Luglio 2004 – Se penso a lui il mio cuore trabocca di gioia e non sto a chiedermi come mai. Provo questi sentimenti, mi piacciono e basta. E mentre prima se il mio uomo non mi parlava e non mi guardava non facevo che sottolinearlo e sentivo soltanto dolore, adesso con tanta felicità ogni momento non penso a lui, ma a me. Alla fortuna che ho di potergli andare incontro e baciarlo quando rientra a casa, di parlargli di me e delle nostre cose, di accoccolarmi tra le sue braccia prima di dormire, di dirgli buongiorno con il sorriso nel cuore. Anche se usassi un’infinità di parole per descrivere tali sensazioni, non sarebbe mai abbastanza. Le mie illusioni, il mio orgoglio, la mia arroganza non mi permettevano di vedere quanto c’era di più semplice e facile per costruire la felicità. Il Gohonzon, il bacio dell’uomo che amo quando mi saluta prima di andare al lavoro, mia figlia e io responsabili di capitolo, i gruppi di Civitanove aumentati a otto. Ho scalato una montagna e non c’è stato niente di più facile. Oggi ho la consapevolezza di essere diventata forte e di essermi scrollata di dosso quella cappa di solitudine che non mi permetteva di ascoltarmi e di amarmi. Amo la mia vita, amo Luigina, ma soprattutto non c’è cosa più bella al mondo che ascoltare, ogni sera, la nostra famiglia unita davanti al Gohonzon ripetere «Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo, grazie».
Dicembre 2004 – Mi hanno telefonato per la mia esperienza. L’ho scritta e riletta con Paolo con il desiderio che venga pubblicata sul Nuovo Rinascimento. Perché tutte le donne con problemi di “cuore” non gettino la spugna, neanche quando ci si sente messe k.o., ma imparino ad amarsi e desiderare di avere accanto per tutta la vita l’uomo giusto per una famiglia di valore. Come quella Marina di qualche anno fa che voleva un uomo e che oggi ha molto di più: una famiglia di valore. Mario fa un Gongyo e un Daimoku bellissimi e quando siamo tutti e tre, io e Monia desideriamo che sia lui a guidare. Non ci spaventa neanche il terremoto che qualche volta arriva, perché noi siamo i più forti. Perché abbiamo il Gohonzon.  (L.) (dati modificati)
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Commenti

  1. Grazie grazie grazie che bell'incoraggiamento per me che sono cardiopatica dalla nascita e ho 27 anni e mi sono sempre sentita diversa e di non farcela .. nmrk ❤

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  2. Semplicemente grazie.

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  3. Grazie infinite per la tua testimonianza....voglio prendere il Gohonzon al più presto....ricominciare una nuova vita....

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  4. Grazie di cuore! Bellissima ed emozionante esperienza..mi hai toccato il cuore!

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