Libera, finalmente

Schiava di un rapporto sentimentale infelice, dell’eroina e delle proprie paure. Ma da un passato difficile, una volta superato, può nascere la forza di guidare altre persone lungo la stessa strada.

Sin da ragazzina avevo sempre cercato qualcosa di motivante per la mia vita e le avevo provate un po’ tutte. Un’adolescenza difficile mi aveva lasciato dentro una grande rabbia che di norma scagliavo contro me stessa. Dopo l’attività politica, il frikkettonaggio, le droghe più o meno leggere approdai al matrimonio e di lì a poco nacque il mio primo figlio, Simone. In questo periodo di vita coniugale cominciai ad avere la netta sensazione che la fortuna, che bene o male mi aveva sempre accompagnata nelle mie esperienze di vita, mi avesse definitivamente abbandonata.
Quando, finalmente, un amico mi parlò del Buddismo ero disperata, con un marito tossicodipendente e violento dal quale, nonostante fossi già legalmente separata, non riuscivo a staccarmi definitivamente, sommersa dai debiti e con un lavoro precario e sottopagato, un figlio da crescere in un ambiente familiare tutt’altro che sano e i miei genitori che non ne potevano più delle mie vicissitudini. Gli aspetti peggiori della situazione erano comunque la rassegnazione con la quale la sopportavo e l’assoluta mancanza di fiducia in me stessa. Per di più, nonostante me ne vergognassi terribilmente, non riuscivo a liberarmi del tutto dalla dipendenza dall’eroina.
Quando il mio amico mi consigliò semplicemente di provare a recitare Daimoku non ebbi la forza di fare obiezioni, al punto in cui ero arrivata non mi restava che tentare. Dopo una settimana, con grande sforzo, cominciai a far Gongyo, ma fin dal primo Daimoku mi ero sentita più positiva e con più voglia di vivere. Nel giro di un’altra settimana dimenticai completamente l’eroina e mi allontanai definitivamente da mio marito.
Sentivo che potevo farcela da sola e nonostante i grossi problemi economici non chiesi più denaro né ai miei genitori né a nessun altro.
Dopo un mese perdetti il lavoro, ma mi sentii tutt’altro che disperata. Approfittai del fatto che mio figlio poteva trascorrere le vacanze con i nonni e mi buttai nella pratica e nell’attività buddista e soprattutto recitai la maggior quantità di Daimoku possibile con il grande scopo di trovare una persona, e questa volta quella giusta, con la quale ricostruire una famiglia e condividere ideali e obiettivi. Detto fatto, nel giro di pochissimo tempo cominciai a frequentare sempre più assiduamente il responsabile del mio gruppo, che in seguito divenne mio marito. Simone ha legato molto bene con Lorenzo, il mio attuale marito, e ha migliorato anche il suo stato di salute, evitando un intervento chirurgico già prenotato.
Mentre tutto iniziava ad andare per il meglio, il mio stato di salute peggiorava. Il grande stress subìto negli anni precedenti aveva lasciato il segno; soffrivo di attacchi di panico ed ero arrivata al punto di evitare di guidare da sola, addirittura di uscire di casa da sola per paura di sentirmi male. Riuscii a capire quale fosse il mio problema da una trasmissione televisiva vista per caso. Decisi improvvisamente di rompere quel circolo vizioso che mi rendeva sempre più schiava delle mie paure cominciando, una alla volta, a riaffrontare tutte quelle situazioni nelle quali non osavo più mettermi perché mi creavano ansia. Se mi sentivo male cominciavo a recitare lentamente Daimoku; così, a poco a poco, ho superato l’ansia e ho riacquistato la mia autonomia.
Man mano che i miei obiettivi si realizzavano e le difficoltà personali si facevano meno opprimenti, sentivo vagamente che avrei desiderato partecipare a un’attività di volontariato. Un’idea che forse sarebbe rimasta a lungo irrealizzata, se non fosse stato per un episodio casuale. Circa due anni fa, una responsabile mi chiese di incontrare una donna del suo gruppo – la chiamerò Giulia – che aveva problemi col coniuge. Mentre Giulia raccontava le sue vicissitudini, le vicende passate del mio primo matrimonio, alle quali ormai non pensavo quasi più da tempo, mi tornarono alla memoria, e con esse la rabbia e l’angoscia che avevo vissuto. La storia di Giulia era molto simile alla mia. Da anni il marito la picchiava ed era la prima volta che riusciva a parlarne con qualcuno che le desse seriamente ascolto. Nel suo caso, come nel mio e in molti altri, non si è credute nemmeno dalla propria famiglia, che tende a dar ragione all’uomo, pensando che la donna esageri. Anche Giulia aveva un figlio in tenera età, e questo era un altro aspetto comune alla mia situazione passata.
La responsabile e io ci rendemmo subito conto che Giulia aveva bisogno non solo di Daimoku ma anche di aiuti esterni. Così la accompagnammo a Milano, alla Casa delle Donne Maltrattate, dove le diedero i consigli legali e pratici necessari. So che Giulia è riuscita infine a separarsi legalmente dal marito, tornando al suo paese d’origine e portando con sé il bambino.
Questa vicenda mi diede l’occasione di conoscere una volontaria, Laura, che abitava con me in Brianza e che da tempo aveva il desiderio di costituire un’associazione d’aiuto alle donne maltrattate che operasse in quella zona. Così cominciammo a tenere una serie di riunioni con alcune altre volontarie, o comunque interessate all’iniziativa, con le quali Laura era già in contatto.
Oltre a discutere gli aspetti tecnici (lo statuto dell’associazione, la zona in cui doveva operare, le fonti di finanziamento, e così via), cercammo altre partecipanti (tutte donne perché una donna maltrattata si sente a suo agio e parla della sua situazione solo con un’altra donna): centraliniste compito basilare perché di solito i contatti cominciano telefonicamente – e donne con qualifiche professionali specifiche: tra l’altro due psicologhe, un’avvocatessa e un’assistente sociale. Quando tutto fu organizzato a sufficienza, partimmo con l’attività.
In due anni abbiamo registrato circa sessanta casi: non semplici telefonate, ma donne che hanno avuto almeno un colloquio con noi. Come m’aspettavo, la Brianza ha rivelato una realtà sommersa di violenze fisiche e psicologiche che la sua immagine di provincia produttiva ed economicamente florida non farebbe sospettare. In parte, suppongo che la frequenza dei casi di maltrattamento dei quali siamo venute a conoscenza sia anche dovuta al fatto che un’associazione come la nostra si inserisce in un vuoto d’attenzione – da parte delle istituzioni, dell’opinione pubblica e anche del mondo del volontariato – dovuto a molti fattori: il problema di cui ci occupiamo è poco noto, compreso e affrontato.
Credo che possiamo essere soddisfatte di ciò che la nostra Associazione di Aiuto alle Donne Maltrattate ha realizzato finora. Abbiamo svolto un’ampia attività sul territorio, prendendo contatto con gli assessori competenti dei vari comuni, con altre associazioni di volontariato, assistenti sociali, polizia, tribunale dei minori, eccetera. Alcune strutture pubbliche si sono rivolte a noi di loro iniziativa e qualche comune ci ha anche finanziate: con somme modeste, intendiamoci, ma significative come segni di stima.
Tornando ai risvolti personali di questa attività, nessuna delle altre volontarie sapeva, in un primo tempo, che pratico il Buddismo, per la mia ovvia riservatezza in proposito. Ma alcune, conoscendo le mie vicissitudini, erano stupefatte di come fossi uscita da un’esperienza di maltrattamenti nel migliore dei modi, superando tutti gli strascichi che queste situazioni normalmente lasciano.
Per cominciare, spesso è difficile decidere con fermezza di separarsi da un compagno violento. Questo tipo di uomo è infantile e insicuro, se gli fai capire che vuoi veramente andartene si getta ai tuoi piedi, ti convince che “non lo farà più” e tu ci caschi; in più, la sua e la tua famiglia cercano di far salvo il matrimonio e contribuiscono a convincerti a tornare sulla tua decisione. Anche nel mio caso, come ho già detto, c’erano state difficoltà di questo genere, ma iniziando a praticare le avevo superate in pochi giorni, prendendo definitivamente le distanze dal mio primo marito.
C’è di più. Mi sono risposata in breve tempo e il mio secondo matrimonio è sereno e costruttivo: mentre di solito le donne che hanno subito maltrattamenti ricascano nella stessa situazione, scegliendosi di nuovo un compagno dello stesso tipo del precedente. Pur non ricadendo in questo errore, le umiliazioni e la violenza fisica lasciano comunque il segno anche sul proprio senso di sicurezza e sulla propria autostima, e questo è un effetto a lunga scadenza, un disturbo psicologico che può permanere per anni; era sfociato nel mio caso nelle crisi di panico che ero riuscita a risolvere senza farmaci, né psicoterapeuti o sedute di analisi.
Infine, poco tempo dopo la separazione, i contatti con il mio ex marito erano ripresi in modo amichevole e privo di tensioni, e questo aveva giovato anche a Simone.
Nel complesso, tutto questo è straordinario. Alcune volontarie l’hanno notato e mi hanno chiesto più volte come fossi riuscita a trasformare la mia vita in modo così radicale. Non ho potuto fare a meno di spiegare che il mio “segreto” era il Buddismo.
La mia vita non è mai stata così piena di interessi. E' nato Andrej, il mio secondo figlio, e sono in attesa di un altro bimbo, fatto imprevisto ma in fondo desiderato. Inoltre, poco dopo il Festival, superando le perplessità di Lorenzo, ho lasciato il lavoro e ripreso gli studi. Dopo aver superato la maturità da privatista mi sono iscritta alla facoltà di storia, mia grande passione.
Per il futuro ho una lunga lista di progetti, quanti non ne ho mai avuti nemmeno da ragazzina. Quel che è certo è che desidero continuare a vivere pienamente, basandomi sul Daimoku, senza lasciar sfuggire nessuna occasione. (S. G.)
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