L’altra faccia della vita

La decisione di incoraggiare gli altri e di sostenere un amico che sta morendo. Un incontro che ha portato alla scoperta di una dimensione più profonda dell’esistenza.

Ho conosciuto la pratica buddista a Milano nel 1998, ma ho cominciato a praticare regolarmente nel 2000, quando mi sono trasferita per lavoro in Sicilia.
Nel 2001 sono entrata a far parte del gruppo “Adige” senza molto entusiasmo; quel gruppo non mi piaceva affatto, mi sentivo spaesata e desideravo scappare. Per questo evitavo di andare alle riunioni, o meglio, partecipavo solo qualche volta e con poco interesse. Un giorno una responsabile, mia carissima amica, mi disse: «È perfettamente inutile fuggire dai problemi, se non li risolviamo li ritroveremo ovunque andremo. Ognuno di noi ha una missione e non è un caso che tu sia capitata in questo gruppo». Dopo aver riflettuto decisi di rimanere e di fare amicizia con tutti, anche se con molte resistenze.
Anche Andrea faceva parte di questo gruppo. All’inizio di lui sapevo poco, se non che era soggetto a frequenti ricoveri.
A dicembre del 2003 ho scoperto di avere un fibroma all’utero, già molto sviluppato. Era necessario l’intervento chirurgico e se ci fossero state radici avrei dovuto sottopormi a un’isterectomia. Perdere l’utero a ventotto anni non è cosa facile da accettare e a me questo spaventava tremendamente. Avevo però compreso che era arrivato il momento di trasformare l’impossibile, e decisi di sfidarmi. Recitai molto Daimoku e il 24 maggio 2004 mi ricoverai in ospedale senza alcuna paura. Mentre ero in sala operatoria i medici, senza sapere che io ero buddista, prendendo bonariamente in giro un infermiere che praticava, ripetevano tra loro “Nam myoho renge kyo”. In quella situazione è stato per me di grande conforto sentire quella frase tanto familiare, anche se pronunciata in modo scherzoso. Dopo l’operazione appresi che mi avevano asportato solo il fibroma e che tutto il resto era al suo posto. Provai molta gratitudine e decisi di essere riconoscente verso il Gohonzon, cercando di interessare alla pratica le persone sofferenti per aiutarle a superare la propria malattia.
Nel frattempo avevo scoperto che Andrea era affetto da Aids e quindi desideravo coinvolgerlo in qualche attività. In quel periodo partecipavo alla stesura del resoconto del corso autunnale e pensai di proporre a Andrea di far parte del gruppo. In un primo momento egli rimase sconvolto, l’impegno necessario gli sembrava troppo grande, ma dopo aver recitato accettó. Nacque, allora, un profondo spirito di gruppo che portava le nostre serate a concludersi allegramente in pizzeria e ad approfondire la mia amicizia con Andrea.
Andrea era un ragazzo molto severo nella pratica e non accettava, a volte, la mia superficialità: a me, in un primo tempo, questa serietà sembrava un segno di rigidità interiore. Poi ho capito che non poteva permettersi di perdere tempo: lottava tra la vita e la morte e voleva vincere ad ogni costo, da ciò veniva il suo spirito, il suo coraggio e la sua determinazione. Veniva ricoverato molto spesso, ma incurante di medici, infermieri e parenti, recitava Daimoku per parecchie ore al giorno. E l’ambiente esterno gli rispondeva: era il paziente più amato e rispettato del reparto. Non c’era alcun dubbio: la persona debole ero io, che continuavo a convivere con il mio scetticismo innato, perché tutto sommato non risolvere i miei problemi significava non impegnarmi troppo e crogiolarmi nella mia apatia.
Quando gli facevo visita in ospedale sembrava che mi leggesse in faccia la condizione vitale, infatti con molta calma mi diceva: «La potente spada del Sutra del Loto deve essere abbracciata da uno coraggioso nella fede». Me ne andavo con uno stato vitale alto e, alla fine, scoprivo che era lui a sostenere me.
Con la sua sofferenza e il coraggio con cui affrontava la malattia mi ha mostrato una visione più matura ed evoluta della pratica e lentamente ho capito che stavo solo perdendo tempo. Tornata a casa facevo Daimoku e riflettevo sull’insegnamento che Andrea mi trasmetteva con la sua vita.
Intanto la sua malattia era peggiorata e andavo a trovarlo quotidianamente. Ultimamente si rifiutava di ricevere molte visite, perché stava molto male e soffriva nell’essere commiserato. Peró non ha mai rifiutato le mie e io ho scoperto che questo per me, data la mia storia, rappresentava un grande beneficio.
Ho perso mio padre all’età di tre mesi, successivamente sono tragicamente scomparsi due miei cugini a cui ero particolarmente legata e, nell’arco di due anni, quando ancora vivevo in Campania, sono morte due mie zie e mia madre. Arrivata in Sicilia, una mia carissima amica ha perso un bambino a cui ero particolarmente affezionata. Ormai la parola morte mi terrorizzava, significava solitudine e abbandono. Mi sentivo sola e vivevo con la grande angoscia che tutte le persone che mi circondavano dovessero morire. Ora mi rendevo conto che Andrea era il mezzo che mi permetteva di affrontare e superare la sofferenza della morte. In quel periodo leggevo sempre questa frase del Gosho: «Né la Pura Terra né l’inferno esistono al di fuori di noi; entrambi esistono nei nostri cuori. Chi si risveglia a questa verità è chiamato Budda, chi vive nell’illusione è chiamato comune mortale. Il Sutra del Loto ci risveglia a questa verità e, per chi abbraccia il Sutra del Loto, l’inferno diventa la terra illuminata». Grazie a Andrea, l’inferno che c’era dentro di me stava diventando terra illuminata.
Andrea entró in coma per la prima volta, e in me continuava la grande trasformazione ormai irreversibile. Nel settembre 2004 mi fu affidata la responsabilità di quello stesso gruppo “Adige” che inizialmente rifiutavo; l’ho accettata con gioia, perché era un’altra occasione per cambiare definitivamente la mia vita. Più riuscivo a superare il mio narcisismo ed a sviluppare altruismo e più sarei riuscita a vincere la paura della morte. Aumentando la mia capacità di amare, non più appesantita dal bisogno di proteggermi, sono stata in grado di spostare lo sguardo da me stessa verso gli altri.
Abbiamo fatto catene di Daimoku per Andrea, coinvolgendo molte persone che avevano appena iniziato a praticare, e che, grazie a lui, hanno rafforzato la loro fede. Il nostro intenso Daimoku lo ha sostenuto costantemente nell’ultimo periodo; la sua forte volontà di vivere e la profonda fede nel Gohonzon hanno prolungato significativamente la sua vita. Tutti i suoi amici che avevano contratto la stessa infezione erano ormai morti da anni.
Andrea è entrato in coma per la settima volta ed è morto serenamente il 7 agosto 2005. Dopo molte ore dal decesso era ancora tiepido, la sua pelle era morbida ed il corpo appariva rilassato senza alcun muscolo contratto. Il giorno della sua morte la mia storia sono stata male ed ho chiesto proprio a lui di aiutarmi. Sono andata a trovare i suoi genitori, la madre mi ha fatto entrare in camera sua e nel comodino ho trovato un cartoncino con questa frase: «Lo stato vitale delle persone trasportate nel mondo eterno dei Budda e dei bodhisattva è di gioia e libertà senza limiti. In questo regno la morte, che è la fonte principale di sofferenza per l’umanità, diventa l’occasione per la realizzazione ultima della vita». Ho ringraziato Andrea e adesso guardo la sua foto con molta gioia e ringrazio il Gohonzon per avermi dato questa grande oppurtunità di cambiamento.
Per me la morte era la fine di tutto, volevo escluderla dalla mia consapevolezza, ponendo così dei limiti alla mia coscienza. Adesso è soltanto la causa che mi permette di vivere la vita in maniera più completa, non è più qualcosa che porta via, che toglie, ma piuttosto qualcosa che conferisce significato. Mentre lottavo col mistero della morte, infatti, scoprivo il significato della vita. A.L. (Alcuni dati sono  modificati)
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Commenti

  1. A piedi e a cuor contento

    io scelgo la strada maestra.

    D'ora in poi non chiederò fortuna

    Io stesso sono la fortuna

    Basta con le lamentele domestiche, la saccenteria, le critiche interminabili,

    forte e contento io viaggio sulla strada maestra.


    Walt Whitman

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