Una brutta esperienza per cambiare

La mia famiglia non era esattamente un modello di unità e di armonia.
Io avevo un atteggiamento di rifiuto, quasi di estraneità nei confronti di mio marito e di mia figlia, e riversavo tutto il mio affetto sui miei genitori a cui ero attaccatissima. Purtroppo a breve distanza persi prima mia madre e poi mio padre. Mentre ero ancora intontita da questa sofferenza firmai l’atto di acquisto di una società che era stata proposta come un affare a me e a mio marito. Acquisto incauto, fatto senza un preciso inventario. Un mese dopo il curatore fallimentare mise i sigilli ed io dovetti consegnare le chiavi e i registri. Poco tempo dopo venni prelevata all’alba dai carabinieri e condotta in carcere dove ci restai diciannove giorni. Per me, una persona colta e di buona famiglia era inaccettabile trovarmi ritrovarmi in una cella con drogate e prostitute: cos’avevo a che fare io con questa gente?
Addossai tutte le colpe a mio marito, portandogli rancore e nutrendo per lui un odio profondo. La sentenza al processo di primo grado fu un bel colpo: quattro anni di reclusione ad entrambi per bancarotta fraudolenta. Ero nella disperazione più nera; e fu proprio in quel periodo che mia sorella e mia nipote mi parlarono del Buddismo. Iniziai subito a praticare, facevo molto Daimoku e partecipavo a tutte le riunioni; il risultato fu che decisi di riprendere gli studi universitari – interrotti quando nacque mia figlia – e mi iscrissi a Scienze Politiche. Riuscii a seguire le lezioni e superai vari esami con la media del 28.
Arrivò il giorno del processo d’appello. La sentenza stavolta cancellò tre anni di carcere; restava da scontare un anno che speravo di evitare con un giudizio positivo della Cassazione. Non fu così: venni nuovamente arrestata e rinchiusa in carcere. I primi giorni sono stati terribili: pregavo e piangevo, e volevo andarmene subito. Non si può immaginare in quali condizioni ho recitato; non riuscivo a sentire la mia voce talmente era alto il volume della televisione, sempre sintonizzata su Videomusic. Però dopo una settimana, quando ho deciso di fare quattro ore di Daimoku al giorno, ho capito che avevo una missione da compiere là dentro. Ho iniziato a parlare del Buddismo, in termini molto generali, alle dieci ragazze che dividevano con me il “camerone”; qualcuna ascoltava, qualcuna si girava dall’altra parte, qualche altra ne voleva sapere di più.
Un giorno mia sorella mi portò la notizia che il giudice aveva fissato la data dell’udienza per decidere sulla mia richiesta di affidamento al servizio sociale. Sul momento mi sono lamentata perché speravo in una decisione più sollecita, ma dopo il Daimoku ho capito che questa era la possibilità di cambiare una volta per tutte, il veleno in medicina. Le mie quotidiane cinque ore di Daimoku erano piene di gioia; ora sapevo perché ero in quella situazione: avevo offeso la Legge mistica in maniera gravissima. Per la prima volta mi resi conto che quella cella poteva essere la terra del Budda; questo grazie al fatto che leggevo in continuazione Felicità in questo mondo. Con le altre detenute ho stabilito dei contatti umani che difficilmente potrò cancellare dalla mia vita. Passavo da una cella all’altra, cenavo con loro e facevo interminabili partite a carte; ogni giorno cercavo nei miei giornali e libri di Buddismo delle frasi di incoraggiamento per loro. Qualcuna incominciò a recitare, tutte evitavano di disturbarmi mentre facevo Gongyo. Io le aiutavo a mantenere i contatti con i familiari scrivendo per loro lettere a casa, mi chiedevano consigli e grazie a loro ho potuto aprire la mia vita ed eliminare l’arroganza dal mio cuore; non guardavo più le altre detenute dall’alto in basso, ma come persone che soffrivano come me e sentivo di avere iniziato la mia rivoluzione umana. Inoltre non soffrivo più d’ansia, e l’insonnia e gli incubi erano spariti.
La mia domanda di uscire dal carcere e scontare la pena in affidamento al servizio sociale fu accettata. Ho terminato di scontare la pena ed ho riacquistato piena libertà; ho anche ricevuto la responsabilità di un gruppo. Anche mio marito è stato scarcerato, ed ora entrambi desideriamo rafforzare la nostra unione stabilendo un nuovo rapporto prima impensabile, e parlando di ogni cosa. Inoltre ho determinato di utilizzare al massimo la mia esperienza di vita carceraria per tutti quelli che ancora ne soffrono. (L. E.)

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