La scintilla della determinazione

Un’intera famiglia alle prese con una malattia che non perdona. Due voci raccontano, passo dopo passo, una catena di eventi: dai primi sintomi del male ad un capovolgimento finale per tutti quanti.

L.: Ho sentito parlare per la prima volta di Buddismo nell’96, quando mio fratello si è avvicinato a questa pratica. La persona che gliene aveva parlato era un ragazzo del quartiere che anch’io conoscevo. Dopo qualche mese mio fratello smise di praticare e di Buddismo in famiglia non si sentì più parlare.
Io sono cresciuto in un quartiere di periferia. Si usciva con gli altri ragazzi per fare qualche piccolo furto, si frequentavano sempre cattive compagnie. Fortunatamente a diciotto anni mi sposai, mio suocero aveva un bar e mi prese a lavorare con sé. Il bar era in una zona “calda” della città così, mio malgrado, continuai ad avere contatti con persone “di un certo tipo”. Però ero tranquillo, avevo una famiglia, un lavoro sicuro, tutto girava bene. A dire la verità, con mia moglie non eravamo molto in armonia, ognuno di noi cercava di prevaricare sull’altro, e io ero irascibile, a volte alzavo le mani, tornavo a casa tardi la notte. Ci era nato un bambino, R., che alla fine dell’96, all’età di cinque anni, iniziò ad avere delle febbri continue. Lo ricoverammo per delle analisi approfondite e l’esito fu agghiacciante: leucemia mieloblastica, il tipo peggiore. Mi cadde il mondo addosso, non potevo nemmeno dire la verità a mia moglie perché era nuovamente incinta e temevo per la sua reazione.
Intanto la malattia peggiorava, non si riusciva a trovare una terapia adatta e le cellule tumorali proliferavano, gli cadevano i capelli, era molto dimagrito, pieno di buchi per le flebo.

G.: Ero incinta quando R., ha iniziato a stare male. Mi nascondevano la verità, ma presto intuii che mio figlio doveva avere qualcosa di grave. Ero in preda alla disperazione e all’angoscia. Quando, mandati da mio cognato, vennero due amici, T. e N., a parlarci della pratica, io tentennai un po’ perché per me era tutto molto strano, ma i miei dubbi durarono solo un paio di giorni.

L.: Quello che dicevano mi sembrava assurdo: cambiare il veleno in medicina, i dieci mondi. Io ero nel mondo d’inferno.
Non avevamo niente cui aggrapparci, così l’indomani mattina alle sei e trenta ero a fare Gongyo e mezz’ora di Daimoku a casa di N. Pensavo che non avrei mai imparato a fare Gongyo, io parlavo a stento l’italiano. Io e G. iniziammo a partecipare alle riunioni e ad ascoltare esperienze di altre persone, così, dopo dieci giorni durante i quali facevamo un’ora di Daimoku al giorno, iniziò a svilupparsi una certa sicurezza e l’angoscia diminuì.
Con le nuove analisi risultò che le cellule cancerose erano in regressione. Alla fine dell’97 il bambino stava bene. La nostra pratica buddista era sempre “più forte”, io facevo attività nello staff edizioni e adesso il luogo di riunione del gruppo era a casa nostra anche se ancora non c’era il Gohonzon. Decidemmo di andare a Genova per fare l’autotrapianto del midollo perché, all’epoca, in Sicilia ancora non si faceva.

G.: Quando R. andò a Genova io avevo partorito da quindici giorni e quindi dovetti rimanere a casa con la bimba appena nata.
Ero disperata: non potevo andare con mio figlio. Recitavo tanto Daimoku finché un giorno la mia vicina di casa, alla quale avevo fatto conoscere il Buddismo e che ogni mattina recitava Daimoku insieme a me, si offrì di tenermi la bambina. Io non ero mai uscita di casa da sola, il mio viaggio più lungo era stato prendere l’autobus per andare a scuola.
Prenotai l’aereo, organizzai il viaggio e l’indomani ero a Genova, mio marito e mio padre erano increduli del fatto che io potessi aver fatto tutto questo da sola.

L.: L’espianto del midollo andò bene, ma, un mese dopo essere tornati, R. ricominciò a star male. La malattia era ricomparsa. Dopo un momento di delusione ci riprendemmo, eravamo preparati e sapevamo di essere solo all’inizio di una battaglia. Iniziò la chemioterapia, le difese immunitarie di R. si erano molto abbassate.
Un giorno, mentre era in ospedale per una seduta, fu punto su una gamba da una zanzara. Immediatamente si sviluppò un’infezione che nel giro di due ore era già arrivata all’ombelico. Il suo corpo diventò tutto violaceo ed entrò in coma. In quel momento, mentre ero nel corridoio davanti alla stanza di R., squillò un telefono, cercavano il dottore che lo stava assistendo. Sentii l’infermiera che aveva risposto al telefono dire: «Il dottore non può venire perché sta assistendo un bambino che sta morendo». Mi sentii gelare il sangue. Proprio allora arrivarono due nostri amici buddisti, trovarono mia moglie che piangeva e me bianco come un lenzuolo. Ci incoraggiarono a non mollare ricordandoci che il potere del Gohonzon è inimmaginabile. L’indomani mattina venne il primario e ci disse: «È meglio che lo portiate a casa perché se muore qui dentro lo dobbiamo portare in camera mortuaria». Mia moglie gli rispose: «Dottore, io non sento la morte nel cuore. Sento che mio figlio non morirà adesso». Il medico allora ci propose di fare una trasfusione diretta di sangue: da me a R. per alzare i valori immunitari. Nel pomeriggio tornarono N. e T., ci spinsero a recitare con tutte le forze, sapevamo che anche i componenti del gruppo stavano recitando per R. E nonostante avessimo il bambino in fin di vita, decidemmo quel pomeriggio di partecipare ad una riunione.

G.: Passammo tre giorni e tre notti ai piedi del letto a recitare Daimoku ed in quei giorni lessi tante volte Risposta a Kyo’o. La terza mattina mi avvicinai a mio figlio e all’improvviso lui aprì gli occhi, la prima parola che disse fu: mamma. Un medico mi disse: «Non ce l’aspettavamo, proprio ieri abbiamo fatto un consulto e dicevamo che molto difficilmente suo figlio sarebbe potuto uscire dal coma e che in ogni caso avrebbe sicuramente subito dei danni al cervello».

L.: Nel nostro cuore avevamo avuto la conferma del potere del Gohonzon e sapevamo che dovevamo continuare su questa strada, qualunque cosa potesse accadere. Tornammo a Genova per l’autotrapianto (era il 1998) e ci mettemmo in contatto con amici buddisti, conosciuti durante il primo viaggio, che ospitarono mia moglie. Mentre eravamo a Genova avvenne la consegna dei Gohonzon e non potemmo partecipare. Eravamo delusi, ma anche talmente determinati che ci fu consentito di partecipare alla cerimonia di gojukai del nord Italia che doveva ancora svolgersi, nella quale ricevemmo il Gohonzon. Nel frattempo avevo avuto la responsabilità del gruppo del mio quartiere. Fu una sfida perché ero convinto di non essere all’altezza di questo compito, poi mi resi conto che il solo fatto di avere quell’esperienza da raccontare poteva essere un grande aiuto per gli altri.
Ma un giorno R. ricominciò a stare male. Inizialmente pensavamo che fosse una semplice otite, ma ci consigliarono di fare altri esami. Il risultato fu che c’erano delle cellule tumorali all’interno della mastoide, un osso del cranio. Nuovamente il mondo d’inferno. L’autotrapianto era stato l’ultima carta da giocare e i medici ci avevano avvertito, se falliva non c’era più niente da fare.
Vennero a trovarci molti amici buddisti, leggevamo continuamente Risposta a Kyo’o. Stavolta però era difficile sconfiggere lo scoramento. Un responsabile mi disse: «Tu devi farti una domanda: se mio figlio muore che faccio? Smetto di praticare o continuo a praticare?» Io pensai: «Ma come, tu dovresti incoraggiarmi e invece mi dai una simile pugnalata?». Sul momento lo maledissi, poi però pensai che quello che voleva farmi capire è che c’è qualcosa di più grande della morte. Un Gosho dice che anche un grande incendio può essere provocato da una piccola scintilla. Quella fu la scintilla che fece incendiare la mia determinazione. All’improvviso si presentò una speranza inattesa: un trapianto di midollo da C., la nostra seconda figlia, a R., ma il medico ci avvisò, a volte nemmeno uno su cinque fratelli ha un midollo compatibile con quello del malato.
Così ci preparavamo a ripartire per Genova, stavolta anche con C. Prima di partire bisognava fare un altro esame tramite una puntura lombare. Giuseppe era spaventatissimo, solo una settimana prima aveva subito un altro intervento e questo era dolorosissimo. Appena capì che i medici stavano per iniziare si mise a gridare Nam-myoho-renge-kyo: i medici lo guardarono perplessi, ma continuarono l’esame.
R. continuò a gridare Daimoku finché gli dissi: «R. hanno finito» e R.: «Hanno finito?» Non aveva sentito nulla.

G.: Dai primi esami il midollo di C. risultò compatibile in percentuale molto bassa. Quei giorni furono un inferno, per mio figlio non c’era nessun’altra speranza, bisognava aspettare un donatore compatibile, ma si sarebbe mai trovato in tempo?
In quel periodo facevo attività con i membri di Genova e fui ospitata da B.F., che mi sostenne moltissimo.
Un giorno conobbi casualmente una ragazza che abitava vicino casa di B. e le feci shakubuku, lei veniva a trovarmi dopo il lavoro e recitavamo insieme la notte per R.
Dopo tre giorni di Daimoku (anche una ragazza a cui avevo parlato del Buddismo proprio in quei giorni mi teneva compagnia) tornai all’ospedale per avere notizie sui nuovi esami che intanto avevano fatto
per ricontrollare la compatibilità del midollo di C. Il primario era in cima alla salita che bisogna percorrere per arrivare all’ingresso. Appena mi vide cominciò a corrermi incontro gridando il mio nome. Mi sentii morire, cosa poteva essere successo? Mi abbracciò dicendo: ce l’abbiamo fatta, la bambina è compatibile al 100%. Due giorni dopo fecero l’espianto a C. Avevo paura ma allo stesso tempo sentivo una grande forza dentro.
Telefonai a L. che si trovava in camera sterile con R., per avvertirlo e tutti, anche R., iniziammo a recitare Daimoku. L’intervento durò tre ore e mezzo e andò tutto bene, addirittura riuscirono a prelevare più midollo di quanto sarebbe stato necessario. Non avevano dovuto fare nessuna spremitura per prelevarlo, usciva quasi da solo, mi disse il medico.
C. stava bene, non aveva avuto nessuna conseguenza negativa.

L.: Fatto il trapianto a R., dopo solo altri 15 giorni di camera sterile, siamo usciti dall’ospedale. Da allora sono passati più di cinque anni e R. non ha più avuto nessun problema di salute.

G.: A volte, quando R. sta male, ho un po’ di paura, ma allo stesso tempo so che ho lottato molto e che questo karma l’ho ripulito.

L.: Tutto quello che abbiamo passato insieme è servito a trasformare il rapporto tra me e G. e adesso possiamo dire di essere una coppia unita e felice.
La nostra vita chiaramente non si è fermata alla guarigione di R. Mio suocero, dopo aver subito due rapine e un furto, fu costretto a vendere il bar. Io continuai a lavorare lì, ma ben presto iniziai ad avere degli attriti con i nuovi proprietari. Alla fine fui costretto a licenziarmi.

G.: Il rapporto con mio padre, grazie alla pratica, era cambiato molto. Era pessimo prima che R. iniziasse a star male, mio padre non era stato contento del mio matrimonio e non gli piaceva L., gli rimproverava di essere immaturo (ma lui, proprio grazie a mio padre, è maturato molto).
Quando iniziai a praticare avevo paura che mio padre mi ostacolasse con le sue idee all’antica. Invece questo non è successo. Addirittura se vedeva persone che stavano male, gli parlava del Buddismo e le mandava da me. Non voleva praticare perché non era capace di pronunciare Nam- myoho-renge-kyo e si vergognava, ma alla fine, prima di morire, ha recitato Daimoku.
Quando iniziò a stare male io mi trovavo a Roma per un corso estivo. Non volle ricoverarsi finché io non fui tornata. Quando sono arrivata era molto felice, anche se si vedeva che stava molto male. Gli chiesi di mettersi accanto a me e di fare Daimoku insieme, non aveva importanza cosa gli uscisse di bocca. Abbiamo recitato venti minuti di Daimoku e Gongyo.
Dopo una settimana che non chiudeva occhio, la notte dormì profondamente nonostante avesse un polmone che non funzionava e l’asma bronchiale. Quell’ultima notte io e Luigi abbiamo recitato tanto Daimoku. L’indomani mattina l’infermiera non riusciva a prendere il battito del polso. In quel momento lui mi ha detto: «Mi sento bene» ed è morto serenamente.
R. gli era molto attaccato e temevo che rimanesse scioccato, invece ricorda sempre il nonno ma con affetto, non con sofferenza.

L.: Morto mio suocero, io non volevo essere nuovamente dipendente, ma non sapevo bene cosa fare. Comunque facevo sempre dei lavoretti che ci permisero di non avere mai problemi economici durante i due anni che durò questa situazione.
Recitavo per avere chiarezza ed un giorno incontrai casualmente un vecchio amico d’infanzia che era adesso appuntato dei carabinieri.
Gli feci shakubuku, lo portai a una riunione e lui “in cambio”, mi disse che lo spaccio della sua caserma doveva assumere del personale. Così fui assunto.
Era un totale cambiamento di ambiente rispetto a prima e mi lasciava molto tempo libero.
Proprio grazie alle persone conosciute tramite il nuovo lavoro, seppi della possibilità di presentare domanda per fare il giudice popolare. Presentai la domanda e dopo un anno e mezzo fui proprio l’ultimo dei sorteggiati tra coloro che avevano fatto la richiesta. Ad estrazione avvenuta il giudice ci convocò e ci disse a quale processo saremmo stati assegnati: il processo per l’omicidio Lima, che vedeva imputati tutti i principali capi mafiosi.
Questa cosa mi ha fatto riflettere. Da ragazzo ero stato un po’ scapestrato e avevo conosciuto alcune persone che oggi erano tra gli imputati, quindi andare a fare il giudice lì, proprio io giudicare quelle persone! Poi ho ripensato che l’obiettivo comune con gli altri membri della SGI è quello della pace nel mondo, e che io ero chiamato a giudicare i delitti mafiosi. Tornato a casa ho fatto Daimoku per ringraziare il Gohonzon. A volte ho anche dei momenti di preoccupazione, ma comunque sono contento, per me tutto questo è un riscontro, il riassunto del cambiamento che è avvenuto nella mia vita in otto anni. (L. e G.)(dati modificati)
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