Cambiare si può

Essendo chiuso tra quattro mura non era facile trovare la serenità necessaria per attendere che gli eventi mutassero, senza poter fare niente di concreto a parte recitare Daimoku e risvegliare dentro di me una profonda fede e la fiducia di poter realizzare i miei scopi.

Ho iniziato a praticare nel 1984 perché ero alla ricerca della felicità e il Buddismo mi dava quello che cercavo. Cambiai tanti aspetti negativi del mio carattere, realizzai molti obiettivi e impegnai tutte le mie energie nell'attività per gli altri e nella ristrutturazione del Centro culturale di Firenze; ma, senza rendermene conto, ero profondamente tormentato da dubbi e incertezze. Dopo dieci anni iniziò un lento declino: recitavo sempre meno Daimoku giustificandomi con il troppo lavoro; problemi di relazione con i miei compagni e rancori di vario genere mi portarono a isolarmi e a smettere di praticare. Passai gli anni seguenti dedicandomi al lavoro, fino a che nel 1998 conobbi una donna tossicodipendente. Pensando di avere la capacità di farla uscire dalla droga, ne rimasi coinvolto io.
Il mio stato psichico e fisico peggiorò e nel 1999 mi trasferii in Colombia, diventando un narcotrafficante che esportava cocaina in Italia. Alla fine del 2000 venni arrestato in Italia con l'accusa di dirigere un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti; in più ero tossicodipendente. Fu un duro colpo per la mia famiglia; in particolare per mio padre, medico, la delusione fu grandissima.
Fui condannato a dieci anni di carcere duro. La detenzione era un'esperienza così drammatica che per due volte tentai il suicidio. Il Gohonzon era una possibilità: potevo decidere di morire o di trasformare il veleno in medicina. Ricominciai a praticare.
Pesavo centoventi chili; dato il grave stato di alterazione psichica mi venivano somministrate dosi massicce di psicofarmaci: il mio cervello era a pezzi e a malapena pensavo. Accompagnato dai commenti ironici e critici dei miei compagni di cella, recitavo Daimoku per trasformare la mia vita senza poter prevedere come. Ma la decisione era presa, volevo stare bene e dimostrare a tutti la validità del Buddismo.
Mi iscrissi alla facoltà di Psicologia, spinto dal desiderio di fare qualcosa di buono per la mia vita e di "distrarmi" in modo positivo dall'ambiente che mi circondava. Superai i primi esami con voti brillanti e soprattutto riflettevo sulla mia vita. Parallelamente mantenevo un contatto epistolare con due compagni di fede, S. e S., che mi sono sempre stati vicini inviandomi parole di incoraggiamento e testi per studiare. Concretamente ero solo con ciò che avevo creato, in un luogo pieno di sofferenza, ma cominciavo anche a pensare che «se la mente degli uomini è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura lo è anche la loro terra» (SND, 4, 5). La consegna de Il Nuovo Rinascimento era un momento magico e divoravo avidamente le parole del presidente Ikeda. Ho parlato di Buddismo a tutti i miei compagni e uno di loro, F., ha ricevuto il Gohonzon.
Il quinto anno fui trasferito nella sezione universitaria con regime attenuato. La nuova sezione mi pareva un paradiso: ultimo piano, cella singola, PC in stanza. Nel 2003 feci la richiesta per ricevere un ministro di culto come previsto dall'ordinamento penitenziario e finalmente, dopo circa un anno, egli poté accedere al carcere ogni quindici giorni: era davvero un piacere recitare e studiare il Gosho con lui dopo tanti anni passati a recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti a un muro, cercando gli attimi per non disturbare i compagni. Stavo ogni giorno meglio perché recitavo sempre più Daimoku, compatibilmente con i miei studi universitari e quel po' di vita sociale che potevo avere in prigione. Una delle mie sfide era comprendere profondamente il Gosho, in particolar modo Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza; volevo capire con la mia vita parole come "risvegliare", "percepire" e "avere convinzione". Essendo chiuso tra quattro mura non era facile trovare la serenità necessaria per attendere che gli eventi mutassero, senza poter fare niente di concreto a parte recitare Daimoku e risvegliare dentro di me una profonda fede e la fiducia di poter realizzare i miei scopi.
Il mio desiderio principale era la libertà: dopo quasi sei anni di detenzione chiesi un permesso di poche ore che però mi fu negato. Ci rimasi malissimo, ma fu la spinta per aumentare il Daimoku e rafforzare i miei obiettivi. Dopo qualche mese la mia richiesta fu accettata e ottenni il permesso.
In questi anni difficili ho dovuto affrontare anche la pessima relazione con mio padre, che mi suscitava dolore e odio. Volendo, sarei potuto entrare in comunità un paio d'anni prima di finire la pena ed era quello che desideravano sia mio padre, che mi considerava un malato, che gli operatori. Questi ultimi, gli psicologi e il magistrato, infatti, ritenevano che la mia irremovibile decisione di non seguire il loro consiglio mi avrebbe condotto a ricadere nella droga. Invece dentro di me, forse anche con un po' di presunzione, sentivo di essere cambiato e volevo dimostrare che potevo vincere sulla tossicodipendenza e diventare una persona di valore anche solo con le mie forze. Fu una dura battaglia, perché sapevo che questa decisione mi avrebbe fatto rimanere in carcere; mi consideravano un rivoltoso, uno che non si adegua, ma tenevo duro grazie alla consapevolezza che io stesso ero un Budda.
A Capodanno 2005 decisi grandi scopi: il primo era la libertà; inoltre desideravo profondamente una compagna per creare una famiglia, e dare prova concreta che, tramite il Buddismo, si può davvero trasformare il veleno in medicina. Continuavo a recitare Daimoku, approfondivo il Buddismo e studiavo per conseguire il diploma di laurea, per ottenere il quale mi mancavano dieci esami. Nel luglio 2006 ottenni la semilibertà; andai a Pisa da mio zio, che mi aveva offerto di lavorare con lui nell'agriturismo che gestiva. La fine della pena era fissata per il 2009. Nell'agosto 2006 venne approvata la legge sull'indulto: con il mio tipo di reato potevo contare solo su un anno di sconto. Avevo iniziato a studiare giurisprudenza per conto mio, in special modo tutte le leggi che riguardavano il mio caso e che avrebbero potuto permettere la mia scarcerazione. Così feci un'istanza nella quale argomentavo che avrei dovuto beneficiare di uno sconto della pena di tre anni, anziché di uno. Fui deriso dai miei avvocati e dai compagni, ma a me non interessava. La vita "quasi libera" era meravigliosa, finalmente potevo aprire il mio Gohonzon e lavorare all'aria aperta.
Ad agosto conobbi C., ci fidanzammo e decidemmo che, a fine pena, ci saremmo sposati. Mio padre e la mia famiglia erano felicemente stupiti di come vivevo: stavo dando prova che si può cambiare. L'anno d'indulto che attendevo non arrivava perché la pratica non si sapeva dove fosse finita, mentre ai miei coimputati era già stato concesso, ma nonostante tutto io non mollavo, e continuavo a pregare sinceramente per raggiungere i miei obiettivi.
Era il 22 dicembre quando ricevetti la telefonata del mio avvocato che mi disse: «F., è finita!». La commozione era tanta, avevo realizzato il mio primo scopo: avevano accettato la mia istanza e, cosa giudicata impossibile, mi avevano ridotto la pena di tre anni. Ero tornato un uomo libero.
Adesso vivo a Pisa con C. e i nostri tre cani, in una bellissima casa col giardino. Ho lavorato fino ad aprile nell'agriturismo ma, a causa dell'improvvisa morte del mio caro zio, ho deciso di cambiare lavoro. Mi è sempre piaciuta l'idea di fare il giardiniere, e recitando Daimoku con questo preciso scopo in poco tempo ho ricevuto moltissime proposte. Fino ad oggi ho lavorato con continuità, superando le mie aspettative di guadagno e ricevendo complimenti da parte dei miei clienti. Vivo esclusivamente per dare il mio contributo a kosen-rufu, mi sento una persona realizzata e non temo nessuna sfida. Dedico questa mia esperienza a sensei, alla mia famiglia, a C., a tutte le persone che hanno creduto in me... e anche a quelle che non ci hanno creduto! (F. F.)
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Commenti

  1. Bellissima esperienza,davvero felice per quello che hai conquistato.

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  2. Grazie per questa dura fantastica esperienza, mi hai incoraggiato tantissimo.
    Grazie di cuore

    Andrea

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  3. Ho il cuore pieno di gioia!
    Grazie

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  4. Ti ringrazio per aver condiviso questa esperienza.
    Non posso neanche immaginare cosa voglia dire passare tanto tempo rinchiusi in una cella e ti ammiro per tutto il coraggio che hai tirato fuori.
    La mia vita mi sembra una prigione in questo momento sono disperata e anche io ho pensato tante volte di farla finita.
    Stamattina ho recitato daimoku con le lacrime che mi scendevano e i singhiozzi pensando che forse questa pratica non serve a nulla o che io sono incapace.
    Poi ho acceso il computer e ho letto "per caso" la tua esperienza.
    Trasformerò anche io il veleno in medicina, qualsiasi cosa accada e un giorno condividerò la mia esperienza incoraggiando tante altre persone, proprio come hai fatto tu.
    Grazie di cuore

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  5. Grazie mille per aver raccontato questa tua esperienza di vita! E' proprio vero che quando fai delle domande al Gohonzon, ricevi delle risposte. Ecco la tua esperienza, che ho letto questa mattina, era la risposta che volevo.Infinitamente grazie per l'incoraggiamento che mi hai dato e ora con lo spirito di un Leone affronterò la mia giornata!
    Antonella

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  6. Grazie grazie di aver condiviso la tua esperienza
    con la tua vittoria hai creato grande valore nella tua vita e nella vita di altre persone ancora grazie un abbraccio

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  7. Bravissimo F.!!! Sei un esempio per tutti!!! Più si è toccato l'inferno e più la vita diviene luce, meravigliosa, abbagliante!!!!��

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  8. Toglie il fiato. Complimenti.

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  9. ....abbiamo uno strumento prezioso in possesso ed a volte ci sfuggono le sue potenzialitá...il potere del daimoku é immenso...grazie di cuore per aver condiviso la tua esperienza!

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