Cammineremo insieme

Ci sono problemi che si vedono e altri che non si vedono. La malattia di A. era davanti agli occhi di tutti, ma solo dopo aver risolto problemi più nascosti, quel che sembrava un sogno sta diventando realtà. Insieme al gusto per la vita.

A. ora ha quasi sei anni. Già dai suoi primi giorni di vita alcuni indizi avevano insospettito me e L. circa il suo stato di salute. A tre mesi il bambino non riusciva a concentrare lo sguardo, si muoveva poco, non sorrideva e non rispondeva agli stimoli.
Inutilmente il pediatra ci rassicurava. Ci ripeteva che A. si sarebbe ripreso: era nato prematuro e quindi occorreva più pazienza. Tuttavia L. continuava a preoccuparsi, tanto da essere giudicata una madre ossessiva. Infine decidemmo di sottoporre nostro figlio a una visita specialistica: venne riscontrata una lesione cerebrale, da cui derivava una tetraparesi spastica.
Iniziò un penoso periodo in cui non facevamo altro che consultare un medico dopo l’altro. Nessuno ci dava speranze. Addirittura vennero diagnosticate altre patologie: ischemia al cuore e anemia mediterranea. Successivamente un elettroencefalogramma (ECG) diede un esito diverso e si scoprì che non c’era alcun problema al cuore. Ulteriori accertamenti esclusero l’anemia.
L. era sommersa dai sensi di colpa. Si chiedeva: «Perché proprio io?». Aveva perso ogni interesse e piangeva sempre. Era seguita da uno psicologo, ma la terapia rappresentava solo un’occasione per sfogarsi. Si dedicava completamente al figlio, annullandosi in questo rapporto simbiotico, da cui io ero escluso, nonostante condividessi lo stesso problema. La nostra relazione peggiorava progressivamente, anzi, per mia moglie, era come se non esistessi. Io d’altronde, che all’epoca lavoravo in una società americana, stavo lontano dalla famiglia il più a lungo possibile. Entrambi eravamo preoccupati per la salute di nostro figlio anche perché i medici consideravano talmente grave la situazione clinica di A., che giudicavano ogni cura inutile, non attribuivano alcun valore alla sua vita e ci spingevano verso la rassegnazione, ripetendoci continuamente che il bambino non aveva nessuna speranza di miglioramento.
La disperazione e l’impotenza erano i nostri sentimenti dominanti.
Una mattina, casualmente, mia moglie ascoltò in televisione un appello di solidarietà lanciato da una famiglia che aveva un bambino con problemi analoghi al nostro e cercava di raccogliere fondi per poterlo far operare in America. Forse c’erano speranze anche per noi! Facemmo di tutto per ottenere un appuntamento con il chirurgo americano e già la settimana successiva eravamo a New York.
All’epoca nostro figlio aveva quattro anni: non camminava, non stava seduto, non riusciva a coordinare i movimenti ed era completamente dipendente da noi. Era stato colpito ai centri motori, era intelligente, ma incapace di esternare le sue emozioni. Aveva una sensibilità spiccatissima, forzatamente compressa. L’unico suo strumento espressivo era il pianto, che usava frequentemente e in modo prolungato.
Il medico, dopo la visita ci comunicò che si poteva tentare l’intervento con buone possibilità di recupero. Questa notizia fu la prima, dopo anni, che ci diede gioia, ma subito ci rendemmo conto che solo attraverso la solidarietà, sarebbe stato possibile affrontare la spesa. L’idea di chiedere aiuto ci turbava, ma non potevamo perdere l’occasione. In ogni caso L. e A. partirono con soli 40 milioni: una somma appena sufficiente per pagare il semplice soggiorno in America.
Mia moglie era spaventata e disorientata, era sola in un paese straniero, senza alcun punto di riferimento. Ebbe luogo l’intervento che comprendeva tre operazioni consistenti: l’allungamento contemporaneo dei tendini dell’inguine, del ginocchio e della caviglia, a cui sarebbe seguita una fisioterapia immediata e intensiva.
Persisteva il problema dei soldi: guadagnavo abbastanza, ma per quanto mi affannassi, le mie entrate non potevano essere sufficienti. Fu allora che il mio socio in affari mi mise in contatto con una persona che mi parlò del Buddismo. Ero talmente turbato dalle mie preoccupazioni che l’ascoltavo distrattamente, ma dopo alcuni incontri, decisi di provare. Già prima di praticare avevo sempre affrontato il problema con grande determinazione e non mi ero mai dato per vinto. Questa mi disse di recitare Nam myoho renge kyo con la stessa convinzione che dalla nascita di A. mi aveva spinto a cercare disperatamente una soluzione. All’inizio praticavo solo quando mi si presentava una difficoltà particolare, ma ci mettevo una tale grinta che l’effetto non tardava a manifestarsi.
In poco tempo si mise in moto la catena della solidarietà. Addirittura una società calcistica di ‘serie A’ organizzò una partita il cui incasso fu devoluto in beneficenza e l’Arma dei Carabinieri intervenne con una donazione di notevole entità. Fu una grande prova concreta. Regolarizzai la pratica e giorno dopo giorno la fiducia aumentò.
Il lavoro migliorava e con L., con cui avevo contatti solo telefonici, il rapporto diventava sempre più disteso. Fino a qualche mese prima mi investiva con le sue sofferenze e io mi sentivo impotente, ora riuscivo a incoraggiarla e sostenerla. Quando li raggiunsi a New York mi sentivo molto carico e sicuro che questa volta avevamo imboccato la strada giusta. Parlai a Lina della legge di causa ed effetto e del valore della pratica buddista. Mia moglie da tempo cercava spiegazioni alla nostra sofferenza, ma le risposte non facevano altro che aumentare il senso di colpa e indurre alla rassegnazione.
Emerse una nuova complicazione: la lussazione alle anche, per cui si prospettava un’ulteriore intervento. Per me questo era un passo nel percorso per migliorare la qualità della vita di nostro figlio e raggiungere l’obiettivo di camminare. L., invece, era scoraggiata e aveva la percezione che questo fosse un ulteriore ostacolo che avrebbe vanificato tutti gli sforzi fatti finora. La possibilità che A. camminasse da solo sembrava essere sempre più remota.
Al ritorno in Italia, presentai mia moglie a chi mi aveva avvicinato alla pratica, perché volevo che L. credesse nella possibilità della guarigione di nostro figlio. La nostra amica le spiegò il significato del karma. Ci incoraggiò a non lamentarci più e ci invitò a diventare consapevoli che tutte le nostre sofferenze non erano altro che effetti di cause poste in precedenza. Dovevamo decidere di trasformare le cause, trovare la forza per farlo: questa era nostra responsabilità. L. mi seguì nella pratica, recitare era molto più semplice che mettere in atto altre strategie. Faceva molto daimoku , anche tre ore al giorno.
A. cominciò a fare consistenti progressi: mangiava da solo, era in grado di guardare la televisione senza una persona costantemente accanto a lui ed esprimeva a parole le sue esigenze. Tutto questo ci sollevò moltissimo e ci preparammo ad affrontare la seconda operazione con un atteggiamento di gran lunga più positivo. Era urgente e necessario essere in grado di vincere nuovi ostacoli. Si prevedeva questa volta un soggiorno in America molto più lungo e questo in termini anche economici rappresentava uno sforzo ancora maggiore. Inoltre, come ci aveva avvertiti il chirurgo americano, dovevamo aspettarci una specie di regresso e un recupero lento. Prima della partenza sopraggiunsero difficoltà burocratiche da parte dell’USL e le nostre richieste non furono inizialmente accolte. Ci mettemmo a recitare con il desiderio di comprendere ciò che fosse più giusto per A. L’USL ci fece poi pervenire l’autorizzazione e così L. e A. si rimisero di nuovo in viaggio.
Avevamo ormai conquistato un ottimismo che diffondeva allegria intorno a noi. In America si stabilì pian piano un intreccio di relazioni che ci diedero la sensazione di ricominciare veramente a vivere: ci aprimmo ad amicizie, desideri, progetti, entusiasmi. Fummo invitati ad una riunione di discussione in cui si trattava l’argomento della malattia e fu per noi un momento molto emozionante. Comprendemmo che Nam myo ho renge kyo era un linguaggio universale, capace di avvicinare persone appartenenti a culture diverse. Cominciavamo a provare gioia e ad accorgerci di poterla trasmettere. La nostra vita stava riprendendo un ritmo naturale. L’intervento riuscì perfettamente e il chirurgo fu talmente sorpreso da citare il caso di A. in una sua conferenza in Italia.
Attraverso la pratica e le esperienze abbiamo imparato a superare il nostro egoismo: prima eravamo ripiegati su noi stessi, vedevamo solo il nostro problema, ora desideriamo poter aiutare le persone che non riescono a vedere oltre la loro angoscia. Abbiamo potuto verificare concretamente che la sofferenza può diventare un’occasione da sfruttare per progredire.
A., seguendo la mamma, ha iniziato a recitare anche lui e ha compreso che il desiderio è il motore per ottenere. Siamo riusciti da parte nostra a capire profondamente che essere i suoi genitori e amarlo vuol dire permettergli di essere un soggetto attivo e nostro figlio è divenuto protagonista della sua vita. Ci rendiamo conto che occorre uno sforzo costante per mantenere un alto stato vitale, quando ci lasciamo andare, anche lui cede. A. per noi rappresenta una guida continua, nel senso che ci stimola a sfidarci costantemente e, a differenza degli altri bambini come lui, ha la consapevolezza di avere uno strumento efficace e insostituibile per superare le difficoltà. Presto dovrà affrontare una terza operazione, non ha paura, sa che ce la farà. Sia io che L. abbiamo imparato ad affrontare ogni prova insieme.
Il 29 gennaio di quest’anno abbiamo ricevuto il Gohonzon e proprio quel giorno A. ha iniziato a muovere i primi passi da solo.
Adesso abbiamo un sogno: il progetto di costruire un Centro in Italia che possa offrire cure adeguate ai bambini come il nostro e opportunità e sostegno alle famiglie. La nostra intenzione è aiutare gli altri a comprendere che è necessario lottare e non arrendersi, proprio perché esiste la possibilità di trasformare in modo creativo la sofferenza in felicità. (D. L. e A.)
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