La sorgente sotto di me

Avevo ventisei anni, ero vedova, sola, ma con una forza e una gioia che sgorgava dalla mia vita grazie al Daimoku. Dedicavo tutto il mio tempo al lavoro e all'attività buddista e il dolore derivato dai continui problemi si trasformava invariabilmente in felicità.

Un cioccolatino con una dedica speciale: Nam-myoho-renge-kyo. È così che alcuni anni fa, grazie ai miei amici Gino e Maria, ho "scoperto" il Buddismo. All'epoca avevo venticinque anni e una depressione che mi portavo dietro da tanto tempo. Cioccolatino a parte, mi colpì il loro atteggiamento positivo e il loro modo d'essere, tanto che decisi di intraprendere la mia rivoluzione umana. Un inizio a spron battuto, tre ore di Daimoku al giorno con un risultato da lasciare senza fiato: un lavoro e la fine della mia depressione.
Gli anni precedenti l'incontro con Nam-myoho-renge-kyo erano stati segnati dalla sofferenza. Sono cresciuta in orfanotrofio fino all'età di dodici anni. Di mio padre nemmeno l'ombra e mia madre, poverissima e sola, mi ha cresciuta senza amore. Nei suoi confronti ho covato a lungo odio e rancore. Abbandonata a me stessa, non riuscii nemmeno a completare le scuole dell'obbligo e, come se non bastasse, un ragazzo approfittò di me. Non capivo più chi ero e soprattutto che cosa mi era successo.
Fatto sta che a quattordici anni mi ritrovai madre di una bambina alla quale tentai di dare tutto l'amore che io non avevo mai ricevuto. Tentai, appunto, ma non ci riuscii. Da qui la decisione di farla adottare. «Forse un giorno la rivedrò», mi dicevo senza troppa convinzione. Il senso di colpa per quella decisione me lo sarei portato dietro per tanti anni. Ma la vita non mi lasciava un attimo di tregua: a quindici anni lavoravo per mantenermi, ero indipendente da tutto e da tutti e soprattutto da mia madre, che ritenevo colpevole per quello che mi era successo. A diciotto anni, per fuggire da lei, mi sposai e andai a vivere con i miei suoceri; poco dopo nacque Chiara, la mia secondogenita. Ma l'incubo era nuovamente dietro l'angolo: mio marito, caduto nel vortice della droga, era diventato violento e abusava di me. Alla fine ci abbandonò e i miei suoceri mi fecero togliere la patria potestà di Chiara, facendo leva sul fatto che avevo dato in adozione la mia prima figlia. Piombai di nuovo nell'inferno, ero ancora una volta sola.
Poi l'incontro con il Buddismo: il Daimoku, l'attività per gli altri e lo studio furono preziosi per comprendere fino in fondo la lotta contro la mia sofferenza. Josei Toda era solito incoraggiare i membri a essere severi con se stessi e gentili con gli altri. Feci di queste sue parole uno dei punti fermi nel mio percorso di crescita. Dopo un anno di pratica buddista seppi che mio marito era morto. Avevo ventisei anni, ero vedova, sola, ma con una forza e una gioia che sgorgava dalla mia vita grazie al Daimoku. Dedicavo tutto il mio tempo al lavoro e all'attività buddista e il dolore derivato dai continui problemi si trasformava invariabilmente in felicità. A ventotto anni conseguii la licenza media frequentando una scuola serale ma quando fui licenziata dovetti tornare a casa di mia madre. Nella mia famiglia d'origine non era cambiato assolutamente niente. L'inferno regnava incontrastato: odio, rancore e arroganza erano ancora lì. «L'inferno è nel cuore di chi interiormente disprezza suo padre e trascura sua madre» (Gosho di Capodanno, NR, 350, 18), scrisse oltre settecento anni fa Nichiren Daishonin. Riguardo a mia figlia, che viveva ancora con i nonni, la risposta venne sempre dal Gosho: «Ovunque tua figlia possa saltare e giocare, non le accadrà niente di male; potrà andare in giro senza paura come il re leone» (Risposta a Kyo'o, NR, 348, 18). Approfondii il significato delle parole di Nichiren: capii che la casa di mia madre era la "terra del Budda". Determinai di non scappare, di non arrendermi per nessun motivo.
Sono arrivata a recitare tantissime ore di Daimoku al giorno per trasformare, attraverso la sofferenza, il rapporto con mia madre, ormai invalida e diventata la mia "bambina", e con i miei fratelli, dei quali ho guadagnato il rispetto, la fiducia e l'affetto. Quando mi assentavo da casa, era mia madre a cambiare l'acqua e la frutta da offrire al Gohonzon. Riuscivo a provare un sentimento di gratitudine anche per i miei suoceri che avevano allevato mia figlia Chiara e con i quali avevo in corso da anni un contenzioso giudiziario per poter riottenere la patria potestà. Parlai con grande entusiasmo di Buddismo ad assistenti sociali, psicologi, giudici, avvocati, aprendo le porte della mia vita per accogliere un beneficio immenso: la vittoria nella causa per la patria potestà. Finalmente Chiara tornava a essere mia figlia a tutti gli effetti.
Per me desideravo un compagno che fosse davvero tale. Alla fine ho incontrato Mirko, col quale mi sono sposata. Dall'unione sono nati Valeria e Luca. Il mio spirito combattivo, forgiato per anni a suon di Daimoku mi ha permesso di venire a capo di una depressione post-partum, con attacchi di panico, che mi ha anche costretta al ricovero in ospedale.
Ricevetti una lettera che fece riemergere un passato ormai lontano. A scrivermi era la figlia che avevo dato in adozione, quella bambina che avevo sempre tenuto nel cuore. Rincontrarla è stato una gioia enorme, la base per costruire un bel rapporto con questa figlia che pensavo persa per sempre. E per parlarle di quel Buddismo sul quale stavo fondando la mia esistenza.
Ma ecco altri problemi, altre sfide sul mio cammino: il licenziamento ingiusto di mio marito, lo sfratto, i debiti. Il mio lavoro non bastava nemmeno per le cose essenziali: battaglie che si vincono, come ci incoraggia a fare Nichiren, con "la strategia del Sutra del Loto". Ho incoraggiato Mirko, che mai si era trovato in queste condizioni, dicendogli che saremo andati avanti qualunque cosa fosse accaduta. Ci siamo rivolti al tribunale per ottenere giustizia, sia per il lavoro di mio marito, sia per lo sfratto. Ho seguito personalmente l'iter delle cause e non è stato facile caricare tutto questo sulle mie spalle. Provavo la sensazione di essere usata da tutti, marito (che nel frattempo aveva trovato un lavoro a tempo indeterminato) e figli in primo luogo e a un certo punto, pur recitando Daimoku, pareva che tutto stagnasse, non riuscivo a provare gioia, a risolvere concretamente. Ho reagito aumentando il Daimoku. Ce n'era davvero bisogno, anche perché mia madre, colpita da un ictus, era entrata in coma. Quella preghiera ha permesso a tutta la mia famiglia di unirsi in armonia attorno al capezzale di mia mamma, che è morta nel sonno, senza alcuna sofferenza.
Quanto a me, ho sentito forte l'esigenza di imparare a rispettare la mia vita. Il Sutra del Loto spiega che bisogna diventare forti e coraggiosi, imparare a dedicare la propria vita e diventare un Budda di assoluta libertà. Ho seguito quel "consiglio" e, col Daimoku, ho iniziato un lavoro interiore, grazie al quale ho trovato il coraggio per parlare a mio marito del mio desiderio di rinnovare il nostro rapporto. Lui ha ascoltato ed è nato fra noi due un dialogo aperto che sta portando la nostra famiglia, che già era bella, a diventare gioiosa, aperta e soprattutto armoniosa. Mirko, anche se ancora non pratica, finalmente mi sostiene e così fanno i miei figli.
Mi sono rimaste nel cuore le parole del presidente Ikeda: «Molte di voi forse soffrono perché vi chiamano "povere" [...]. Scavate dove siete! Ricordate che lì troverete una copiosa sorgente. Se non potete competere per ricchezza, vincete col cuore! Se non potete competere per posizione sociale, vincete con la vostra filosofia» (NR, 315, 4).
In questi ventidue anni di pratica ho utilizzato la mia sofferenza per parlare alle persone del Buddismo, uno sforzo che ha avuto come risultato l'armonia sia in famiglia che nell'attività. Ho rafforzato la relazione con la mia prima figlia con la quale c'è un legame che sento indistruttibile. Chiara, la mia secondogenita, ha iniziato a praticare e ha ricevuto il Gohonzon. Io ho ripreso gli studi diventando allieva della Scuola civica di musica.
Provo un'immensa gratitudine per i miei amici Gino e Maria. Dal quel cioccolatino è nata un'Efisia impensabile vent'anni fa. Una donna che ha vinto la paura, lottato per la giustizia e recuperato tutti, ma proprio tutti, gli affetti. (E. F.)(dati modificati)
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