Il punto d'incontro

Famiglia P. - Roma

a cura di Laura Gilardi

Praticare il Buddismo diventa il collante per riunire caratteri e stili differenti all'interno di una famiglia di Roma.
«Far tornare la pace in famiglia fu uno dei primi obiettivi» racconta Franca. «E adesso troviamo sempre un punto d'incontro» le fa eco Massimo.

Redazione: Chi ha iniziato a praticare per primo?

MARINA: Ho iniziato io nel 1989 perché volevo aiutare mio marito, anche se mia sorella Anna aveva conosciuto il Gohonzon prima di me. Era gravemente malato, aveva un'epatite cronica attiva che si era trasformata in cirrosi e così provai a recitare Daimoku per risolvere questo problema. Poi la malattia non è stato più il mio principale obiettivo. Ricevevo molti benefici, infatti, soprattutto riguardo ai rapporti con la mia famiglia: capii che tutto dipendeva da me, anche il comportamento degli altri e che potevo concretamente cambiare le cose che non andavano nella mia vita.

Redazione: Quindi tu sei stata un po' la pioniera della famiglia. In che modo hai messo al corrente i tuoi familiari della tua nuova fede?


MARINA: In realtà siamo state in due a fare le "pioniere"; io ho parlato della pratica ad Anna e a Massimo, poi Anna lo ha fatto con mamma e papà. Parlai subito ad Anna con la quale in quel periodo i rapporti erano molto tesi, sperando che con questo mezzo potessimo risolvere i nostri problemi. C'erano molte difficoltà di relazione anche con il resto della famiglia e mi resi conto che, se volevo riportare l'armonia in casa, la pratica del Buddismo era il mezzo giusto. Anna fu entusiasta e cominciò subito a frequentare le riunioni di discussione. Lo dissi anche a Massimo, mio fratello, che invece pensò che fossi impazzita e non volle assolutamente prendere in considerazione questa possibilità.

MASSIMO: Ho iniziato a praticare il Buddismo più tardi di tutti, quando papà, in seguito ad alcune analisi, risultò avere un quadro clinico serio che poteva degenerare in un tumore maligno. Cominciai a recitare Nam-myoho-renge-kyo non tanto perché credevo nel Buddismo, quanto perché avrei fatto qualunque cosa per aiutare mio padre. Poi, quando dalle risposte degli esami fatti, risultò che aveva risolto il problema, smisi di praticare. La mia famiglia insisteva e spesso, quando tentavano di convincermi con le loro esperienze o mi chiedevano di fare Gongyo insieme, scappavo a gambe levate! Ripresi comunque a praticare con maggiore convinzione solo quattro anni più tardi, questa volta per problemi di salute di mio figlio, anche se ancora non si poteva dire che avevo una pratica corretta. Poi, quando nel 1998 a mio padre fu diagnosticato un cancro allo stomaco, decisi di abbracciare totalmente la fede: il mio primo Gongyo mattina lo feci insieme a papà in ospedale la mattina che fu operato.

FRANCA: Mia figlia Anna un giorno mi parlò di questa religione: mi disse che avrebbe fatto bene a me e a mio marito, ci avrebbe fatto risolvere i nostri problemi, quelli tra noi e quelli con i figli, e mi accompagnò a una riunione di discussione e, anche se mi piacque molto, non iniziai subito a praticare. Nel 1994 iniziarono i problemi di salute di Gianni, mio marito, e allora cominciammo entrambi a praticare correttamente. Gianni sentì immediatamente una relazione con il Gohonzon, che ricevette dopo un anno. Io invece rimasi per un po' di tempo piuttosto titubante anche perché ero cattolica praticante; c'è stato un periodo infatti in cui ho praticato tutte e due le religioni. Inoltre mi sentivo un po' trascurata da mio marito a causa della sua nuova religione: non capivo che bisogno c'era di andare a tutte quelle riunioni, di fare tutte quelle telefonate, quelle visite. Poi, piano piano, vedendo i cambiamenti positivi in lui e in generale nella mia famiglia, mi sono decisa e ho scelto anch'io di diventare membro, dopo circa quattro anni. È stato molto bello, perché facevamo attività insieme e ci scambiavamo continuamente le esperienze.

ANNA: Parlai con papà durante una vacanza in Calabria. Avevo paura che, sentendomi recitare, avrebbe pensato che ero diventata matta! Così decisi di spiegargli cosa facevo e perché, sperando di convincerlo a seguirmi. Lui, dopo avermi ascoltato molto attentamente, mi disse: «Ecco perché tu e Marina siete cambiate così tanto in questi due anni; se vi fa bene, continuate!». In seguito, per un bel po' di tempo, faceva in modo di invitare a casa, quando c'ero anch'io, tutti gli amici e i parenti che potevano avere qualche problema, chiedendomi di parlar loro della pratica! Poi, finalmente, ha cominciato a praticare anche lui.

Redazione: Oggi tutta la famiglia pratica. Deve essere stata una bella emozione arrivare nel giro di pochi anni a questo risultato.

ANNA: Sì, è stata proprio una grande emozione per me e devo dire che, nonostante le grandi differenze che ci sono tra di noi, sia di carattere, sia di stili di vita, il fatto che pratichiamo tutti è stato sempre il nostro principale punto di forza. Iniziammo a recitare Daimoku per cambiare i rapporti tra noi e subito emersero fortissime sofferenze oltre a una grande collera che sfociava spesso in aperti contrasti. Dal momento però che ognuno di noi ha iniziato a lavorare su di sé e con gli altri componenti della famiglia, le cose sono cominciate a cambiare, via via in modo sempre più significativo, così le dinamiche sono cambiate profondamente, pur permanendo le nostre marcate particolarità individuali. Questo sforzo continuo ha portato, anche se con grandi momenti di dolore, a una trasformazione radicale e definitiva delle nostre modalità di relazione.

MARINA: Io credo di aver continuato a praticare proprio perché vedevo ogni giorno cambiare i rapporti in famiglia.

MASSIMO: Io invece non riuscivo proprio a capire perché avessero tutti bisogno di seguire questa religione. Sono riuscito così a tirare fuori tutte le mie vere risorse, risorse che mi sono servite, in seguito, ad affrontare i problemi e le grandi sofferenze che abbiamo vissuto, soprattutto con la malattia e la morte di papà.

Redazione: In particolare le relazioni tra genitori e figli: che cosa è cambiato tra di voi da quando praticate? Sia da parte dei genitori nei confronti dei figli che da parte dei figli nei confronti dei genitori?

FRANCA: Prima che la pratica entrasse a far parte della nostra vita, eravamo molto più insofferenti. Da quando pratico questo Buddismo ho cercato invece di amalgamarmi sempre di più con tutti loro. Fu uno dei miei primi obiettivi quello di far tornare la pace in famiglia. Mio marito riuscì a riappacificarsi anche con i suoi fratelli con i quali non aveva buoni rapporti da molto tempo per problemi di eredità.

MARINA: Prima di tutto eravamo più intolleranti. Questa pratica ci ha fornito la profonda consapevolezza dei nostri limiti e la forza per poterli superare. La responsabilità delle nostre azioni ci aiuta a essere più comprensivi e ad aprirci sempre di più l'uno verso l'altro.

MASSIMO: Papà aveva una personalità molto rigida e mamma è molto risoluta nelle sue idee. Era molto difficile far valere le nostre ragioni. Mano a mano però tutti ci siamo molto ammorbiditi e adesso troviamo sempre un punto d'incontro.

Redazione: Il dialogo fra i membri della famiglia come avviene? Il dialogo che ci propone il Buddismo è bellissimo, ma spesso anche faticoso. Vi capita spesso di litigare?

ANNA: La tendenza è quella di rimanere sulle proprie posizioni. Abbiamo caratteri forti e a volte litighiamo. Il Buddismo non cambia il carattere delle persone, però le fa diventare migliori. Anche quando c'è un'accesa discussione, poiché nel cuore c'è il desiderio di creare valore, l'effetto è quello di ottenere, alla fine, l'armonia familiare.

MARINA: Non ci risparmiamo niente, ma alla fine troviamo l'accordo giusto.

MASSIMO: Io credo che il vero dialogo possiamo realizzarlo ascoltando con il cuore ciò che ognuno ha da dire.

FRANCA: Ci sono dei periodi in cui c'è più nervosismo, per tanti motivi. Ma se c'è sincerità tra le persone è normale che non si nascondano i propri stati d'animo. Le cose si devono dire, tutte, ma senza astio, senza rancore e con la volontà di risolvere. Il Daimoku ci ha aiutato a trovare il punto di incontro anche nei momenti di forte contrasto.

Redazione: So che la malattia e la morte di papà Gianni è stata un'esperienza per voi particolarmente significativa anche dal punto di vista della fede. Grazie alla pratica avete potuto condividere un percorso di approfondimento della fede e di trasformazione individuale e familiare.

ANNA: Quando nostro padre si è ammalato la sua prima reazione fu di grande spavento e rabbia. Mi chiamò e mi lesse la diagnosi: era evidente che mi stava chiedendo aiuto. Lo incoraggiammo a recitare Daimoku per avere la forza di affrontare la situazione e, nonostante la paura, riuscì a combattere con grande coraggio. Tutto questo lo portò a vivere costantemente con un alto stato vitale e a trasformare questi eventi in grandi occasioni di crescita personale e della famiglia. Grazie alla sua forte fede è riuscito a vivere con questa malattia sette anni mantenendo una qualità di vita veramente eccellente fino alla fine, con serenità e profonda gratitudine verso il Gohonzon. Aveva un unico rimpianto: quello di non aver incontrato prima questo Buddismo. Questa esperienza mi ha insegnato a vivere al 100% ogni momento della mia vita, ad apprezzare ogni cosa con gratitudine e gioia. Grazie al Daimoku ho avuto sempre la possibilità di capire cosa fare in ogni fase della sua malattia e come incoraggiarlo. Il beneficio è che il grande dolore che abbiamo provato per la sua perdita non ci ha fatto mai pensare alla malattia e alla morte di nostro padre come a una sconfitta.

MASSIMO: Il fatto che pratichiamo tutti ci ha aiutato ad approfondire la fede. Ogni volta che papà si aggravava, andavamo davanti al Gohonzon a recitare per poterlo incoraggiare e trasmettergli una grande speranza. Lo sforzo è stato quello di trovare la forza interiore per superare la paura e la determinazione per sostenerlo. E, nello stesso tempo, riuscivamo tutti a ottenere uno stato vitale altissimo che ci permetteva di continuare a vivere la nostra vita, con tutti gli impegni di ognuno, con gioia e grande presenza di spirito. Dovevamo ripartire ogni giorno. Papà ha vissuto questi anni con un'energia che nessuno riusciva a spiegare. Il seguirlo in questa sua sofferenza, l'aver praticato per la sua situazione, mi ha preparato psicologicamente a capire e a superare il dolore per la sua scomparsa, avvenuta senza sofferenza e con molta serenità.

MARINA: Io sono un'infermiera e ne ho visti molti morire con rabbia e disperazione. Quello che è successo a papà invece mi ha dato la certezza che la morte è solo un passaggio.

FRANCA: Sono profondamente convinta che è stato soprattutto grazie al fatto che tutta la famiglia ha recitato Daimoku, che abbiamo potuto fare un'esperienza così grande.

(dal Nuovo Rinascimento del 1 febbraio 2008)
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