Sonata a quattro mani #2/2

La voglia di vincere

Ho cominciato a praticare il Buddismo nell’agosto 2000. Mi avevano già parlato del Buddismo un anno prima, ma non avevo iniziato perché rifiutavo l’idea di aver bisogno di altri mezzi per risolvere i miei problemi al di fuori del buon senso e della buona volontà. Nonostante questo incoraggiavo a praticarlo altre persone che soffrivano. Per quanto riguardava me, a soli ventiquattro anni, ero ormai convinta che nella mia vita ci sarebbe stata soltanto sofferenza, ed ero così abituata che ormai mi sembrava normale. Qualsiasi scontro e litigio, anche se non mi riguardava direttamente ma interessava persone a me vicine, era capace di scatenare in me la disperazione più assoluta, sconforto e autocommiserazione. Qualunque legame, sia con i miei familiari sia con le poche altre persone con cui riuscivo a parlare un po’, era basato sul mio bisogno di affetto, sulla continua ricerca del modo in cui compiacerli e sul senso di colpa, perché tutto ciò che potevo fare sembrava non bastare mai. Ho sempre cercato comunque di sfruttare tutte le mie risorse e tutte le mie forze per capire e per risolvere i continui conflitti tra i miei genitori e con una delle mie sorelle, e per poter aiutare, in qualche modo mia madre che soffriva di disturbi nervosi. Ormai però non riuscivo più ad andare avanti.
Fin da bambina desideravo spesso morire, vedevo questo come la fine delle mie sofferenze e la pace che mi mancava. È stato grazie ad un ennesimo episodio di scontro con mia sorella che ho sentito di dover scegliere tra togliermi la vita o iniziare a praticare il Buddismo. Nei primi due anni di pratica, tuttavia, ho continuato a ricercare solo strategie “di testa” e consideravo il Buddismo solo come un palliativo e un anestetico, per sopportare meglio e andare avanti. Non pensavo assolutamente di poter cambiare fino in fondo. Nel 2001, in seguito ad un altro fallimento nel cercare di aiutare mia madre che stava molto male, mi sono ritrovata a non praticare per alcuni giorni e sono ripiombata in uno stato nel quale non riuscivo più a sopportare la mia esistenza. Questa volta l’unica cosa che avevo in testa era smettere di sentire, di esistere … ma non ne avevo la forza, e questo rendeva tutto ancora più insopportabile. Non so come è accaduto: mi sono seduta davanti al mio muro, come un automa, e con uno sforzo sovrumano, con una sofferenza indescrivibile, ho recitato Daimoku facendo uscire dei suoni sconnessi. Tutta la mia sofferenza, la mia disperazione, la mia angoscia sono emerse da dentro. Sentivo come un fiume in piena che fuoriusciva dal mio interno e credevo veramente di impazzire. Ma sentivo anche che era proprio l’unica cura possibile: guardare profondamente dentro di me tutta l’angoscia e tutto il peso della mia esistenza, farli uscire e imparare a sostenerli. Nei giorni seguenti sono riuscita ad affrontare quella tremenda sensazione di pesantezza e di angoscia, cercando di conservare il ricordo di questa esperienza e determinando per il futuro di reagire subito senza lasciarmi andare fino ad un punto dal quale il ritorno è così difficile.
Un anno dopo, nel novembre del 2002, dopo essere scampata a un’aggressione sessuale, esasperata dal fatto che episodi del genere si erano ripetuti più volte nella mia vita, ho iniziato a recitare tre ore di Daimoku al giorno, nonostante lavorassi e studiassi. Era la prima volta che decidevo veramente di usare il Buddismo per cambiare concretamente una situazione della mia vita.
Dopo circa dieci giorni ho scoperto che la massa “di natura non determinata” che avevo nell’addome ormai da un anno, e di cui non si era riusciti a trovare la causa, era dovuta a un linfoma, un tumore all’ultimo stadio che aveva già invaso il midollo osseo. Grazie al fatto che stavo recitando costantemente tanto Daimoku ho affrontato la cosa con grande calma e l’ho sentita subito come l’occasione per sperimentare il potere del Gohonzon fino in fondo. Ho fatto chemioterapia e interferone per un anno, mentre i medici cercavano di capire se era il caso di eseguire un trapianto. Nel frattempo, tornata dal corso nazionale giovani dell’estate a Montecatini, ho deciso di risolvere la mia difficile situazione sentimentale e dopo un paio di mesi il mio ragazzo mi ha lasciata, ponendo fine ad un periodo incerto e logorante (in seguito si è approfondita la nostra amicizia ed è nato un bel legame di fede, infatti Mario ha iniziato a praticare in quel periodo). Alla fine del 2003 i medici hanno deciso per il trapianto, e la donatrice era proprio mia sorella, grazie alla quale avevo iniziato a praticare.
Dall’inizio del 2004 ho deciso di cambiare profondamente il mio modo di praticare il Buddismo; e a febbraio ho parlato per la seconda volta con un responsabile, cercando di aprirmi il più possibile. «Il Buddismo spiega la continuità di passato, presente e futuro. – mi ha incoraggiato – Pensare che la morte sia la cessazione delle sofferenze è un’illusione, se col tuo pensiero resti vicino al Gohonzon, sarai protetta in ogni circostanza. Non deve essere la malattia protagonista, tu devi essere la protagonista!» Aiutata da tanti amici ho iniziato a recitare sei ore di Daimoku al giorno, decidendo di affrontare e risolvere subito col Gohonzon tutto ciò che mi spaventava e che, seguendo il mio istinto, avrei invece voluto evitare. Avrei voluto evitare il trapianto, dato che il rischio di morire era alto, e, nel caso in cui l’intervento fosse riuscito, i risultati nel tempo erano comunque incerti. Avrei voluto evitare di iniziare un altro rapporto sentimentale, perché non sapevo quanti mesi o anni avevo davanti a me e perché non pensavo di poter incontrare una persona in grado di vivere serenamente questa situazione. Così ho recitato tantissimo Daimoku, arrivando anche a dieci ore al giorno - a casa di amici e tutti i sabati al Centro culturale - e nel giro di poche settimane ho deciso serenamente di sottopormi al trapianto. Ho sentito la parte positiva della mia vita, ho sentito dentro di me la pace e l’armonia che tanto cercavo, nonostante che intorno a me continuassero a mancare. Ero contenta così: anche pensando che potevano essere le mie ultime settimane di vita mi sentivo veramente felice, soddisfatta.
In seguito si è approfondito il legame con Roberto, un ragazzo che non solo aveva voglia di ascoltarmi ma riusciva a farmi parlare di ciò che non avevo mai detto a nessuno. Roberto mi ha poi convinta a mandare una foto e due mie poesie (che erano state scritte “per non essere lette da nessuno”) al presidente Ikeda, ed egli mi ha risposto, scrivendomi:
«Grazie per la bella fotografia e per la poesia che esprimono una forte speranza. Coraggio, figlia mia! Forza! Hai la speranza dalla tua». Ikeda ha firmato mettendo un puntino dentro la “D” maiuscola di Daisaku e ha detto che quel puntino sono io.
L’esperienza del trapianto è stata veramente molto dura: ho tenuto sempre a mente che il Gohonzon non mi avrebbe mai abbandonato, l’ho tenuto costantemente vicino a me: ho cercato di cambiare profondamente atteggiamento verso la mia vita senza “lasciarla” neanche un istante, neppure nei momenti più terribili. A sei mesi dal trapianto la biopsia ossea è negativa, cioè a momento il mio midollo è sano. Un infermiere del reparto trapianti ha cominciato a praticare, ed ora sta recitando anche un ragazzo che si trova da pochi giorni in camera sterile per il trapianto. Ho deciso di realizzare attraverso il Buddismo uno dei miei desideri impossibili: che la mia famiglia diventi veramente felice ed unita e che si manifesti tutto l’amore che c’è tra di noi. Desidero sforzarmi senza sosta nel comprendere gli altri, il loro modo di sentire; questo, senza farmi venire voglia di “sparire” per paura del conflitto, ma con la certezza che posso fare del mio meglio e che il confronto è sempre costruttivo se si fa affiorare da se stessi Nam-myoho-renge-kyo.
Intendo riprendere gli studi di architettura che avevo interrotto a causa della malattia, dedicandomi in particolare all’urbanistica, cosa che ho sempre ritenuto troppo difficile per me. Ho deciso di dedicare tutte le mie risorse perché il mio lavoro e la mia pratica buddista contribuiscano a dare più vita alla vita di tutti.
Ora anche mia sorella pratica. Io e Roberto siamo andati a vivere insieme: il nostro obiettivo comune rimane la felicità degli altri, ma ora siamo consapevoli che questo può avvenire solo se l’iniziativa parte dai singoli individui. (A. B.)(dati modificati)
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Commenti

  1. complimenti! grazie di cuore per la tua esperienza. vivi con amore la tua vita !

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  2. complimenti! grazie di cuore per la tua esperienza. vivi con amore la tua vita !

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  3. Hai fatto della tua vita una fantastica favola
    Grazie per aver condiviso la tua esperinza... Buone feste a tuttiii

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  4. Grazie... mi sono commossa... 6 stata davvero forte....

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  5. Grazie... mi sono commossa... 6 stata davvero forte....

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