Con gli occhi aperti sul mondo

"...i primi due Sutra [Konkomyo e Nirvana] sono profondi, ma ancora superficiali se paragonati al Sutra del Loto. Laddove quelli si riferiscono alle cose del mondo in termini di Buddismo, il Sutra del Loto spiega che le cose del mondo sono essenzialmente il Buddismo."

Dal Gosho L’offerta del riso

Studiando il Dialogo con i giovani del presidente Ikeda, ho scoperto un valore speciale e nuovo in questa frase del Gosho: assumendo un atteggiamento aperto anziché settario, il Buddismo di Nichiren Daishonin si distingue come una religione veramente universale.
C’è una differenza sostanziale tra comportarsi come gli unici depositari di una verità, che schiaccia e appiattisce tutte le altre, ed impegnarsi invece a rivelare il proprio potenziale umano (grazie alla Legge che ci unisce inseparabilmente a ogni fenomeno del nostro ambiente), presente ugualmente in noi come in ognuna delle persone che ci circondano, indipendentemente da classe, cultura e credenza religiosa. È questa sottile ma fondamentale differenza, a mio avviso, che ci può contraddistinguere come un movimento religioso aperto e che può permettere o meno a questo Buddismo di diffondersi largamente.
Negli ultimi anni mi sono trovata a riflettere e discutere sui vari aspetti per cui il nostro “gruppo” non si rivela così aperto, come invece sarebbe bello che fosse. Mi vengono in mente alcuni esempi di comportamento diffusi, ad esempio una certa “rigidità” nel confronto con gli altri, il fatto che progredendo nella pratica buddista ci si isola dagli amici di un tempo, l’abbandonare piuttosto che coltivare i nostri interessi, il dimostrarsi falsamente sicuri, anche quando non lo si è.
Quanto alla mia esperienza personale, nei primi tre anni di pratica, la forza stessa che si era sprigionata dall’incontrare il Gohonzon mi aveva portato a far praticare ben sette persone, alcune delle quali le conoscevo appena. Iniziai poi a dedicare molto tempo alle attività della nostra organizzazione; in molte occasioni ho avuto la percezione che ciò che stavo facendo era la realizzazione del sogno dei miei genitori, dei miei nonni e di tutte le persone che prima di me avevano sofferto nella vita, subito ingiustizie o ri- nunciato a lottare di fronte alla propria impotenza. In poche parole il mio compito era quello di credere e trasmettere che la potenzialità di una vita realizzata esiste dentro ognuno di noi.
Presa da questa grande scoperta però, mi ero un po’ dimenticata del mondo intorno a me e anche della necessità di sviluppare una comprensione sempre maggiore del perché stavo praticando.
Con il passare del tempo iniziai a capire che questa comprensione non è affatto scontata solo perché ci si assume una responsabilità nell’organizzazione, anzi...! Cominciai a chiedermi: sono davvero una persona aperta o, senza volere, mi sono adagiata su alcune risposte che il Buddismo mi ha dato finora? Sto ancora cercando o sono ferma, appagata da quello che ho scoperto? Per quanto io ricercassi una giustificazione nella mia responsabilità “alta”, che non mi permetteva di avere un gruppo preciso di riferimento, il fatto di non aver più avuto, da molto tempo, l’occasione di accompagnare un amico a una riunione, era la prova della mia chiusura.
La nostra organizzazione, di cui faccio parte da anni in maniera attiva, che immagine da di se? Ricordo ancora bene quanta paura mi facesse quando mi sembrava solo un gruppetto di giovani “fissati” e che, per i miei gusti, sorridevano un po’ troppo.
Lo scorso anno, dietro la spinta di queste riflessioni e con l’aiuto di un viaggio in treno di due ore al giorno come pendolare, sono riuscita finalmente ad aumentare (almeno di tre volte) il numero dei libri che riesco a leggere e finalmente, in maniera molto naturale, nello spazio di dieci mesi sono riuscita di nuovo ad accompagnare due amici alla riunione.
Mi sono resa conto, attraverso lo studio delle guide e del Gosho, che è la voglia di continuare a cercare che mi rende viva e che ci possiamo risvegliare e rinnovare solo se non cadiamo nell’errore di considerare la pratica del Buddismo come un punto di arrivo, che ci riserva automaticamente un posto tra gli “eletti” e ci esonera dal ricercare oltre.
Il Buddismo è nato per risolvere il problema della sofferenza che a sua volta è legata al tempo: di cosa la gente ha bisogno dipende dall’epoca e dal luogo. Capire quello che mi succede intorno ed avere un opinione mia sulle cose mi può permettere di continuare ad approfondire il Buddismo e di dare delle risposte soddisfacenti alle persone, non fatte con lo “stampino”.
D’altra parte, mantenere il desiderio di imparare è di per se fonte di benefici: dal momento che le cose del mondo sono il Buddismo, lo stimolo a cambiare può venire da qualunque parte!
di Marina Ciafrè

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