Come in uno specchio

Qualcosa in me si era sciolto, anche se non bastava a trasformare il mio atteggiamento verso mio padre e verso la malattia di mio fratello. Ma era un buon inizio. Dobbiamo andare davanti al Gohonzon così come siamo, col cuore sincero.

Ho incontrato la pratica nel 2000 e ho ritrovato nei princìpi buddisti molto di quello in cui credevo già da adolescente. Non avevo particolari problemi, o almeno così pensavo.
Nei primi due anni di pratica non sono stato molto assiduo, né ho ricevuto i cosiddetti "benefici del principiante". Però continuavo, per testardaggine perché il Daimoku mi dava energia.
Intanto avevo conosciuto una persona arrogante, codarda, presuntuosa, insicura, pedante, cerebrale al punto da non riuscire più a lasciar emergere i propri sentimenti, priva di gratitudine nei confronti della vita e dei propri genitori. Questa persona mi stava rovinando la vita, ma non lo ammettevo. Questa persona ero io.
Il primo grande beneficio era proprio questo: riuscire a vedere cosa mi stava avvelenando, per poterlo cambiare. In sei anni ho imparato a trasformare i miei difetti davanti al Gohonzon, accettandoli come parti di me e arrivando a provare compassione per quella persona che si era dovuta barricare dietro questi atteggiamenti per difendersi. Ma da cosa? Questo non lo capivo, ma volevo iniziare la mia rivoluzione umana.
Mia madre è morta di cancro nel 1998, dopo anni di malattia, a soli sessant'anni. Ero presente nel momento in cui è entrata in coma e anche nel momento in cui ha smesso di vivere. Un soffio, la differenza tra la vita e la morte era tutta lì. Ero sgomento, ma non riuscivo a piangere. La rabbia era troppo forte. Mi aveva cresciuto a pane, depressione e senso del dovere e aveva accettato passivamente la sua malattia. Iniziai a recitare Daimoku per lei, ma in modo "formale", pur sapendo che dentro di me la rabbia non si era sciolta e sentivo come questo sentimento fosse figlio della paura.
Praticavo per obiettivi concreti, ma nessuno di questi si realizzava. Anzi, la situazione peggiorava. Poco dopo aver ricevuto il Gohonzon è arrivata anche la responsabilità di gruppo, che però non ho inteso come un'opportunità per crescere ma come un ruolo e l'ho affrontata con l'atteggiamento che avevo verso tutto: uno spiccato senso del dovere. Sostenevo gli altri più con le mie doti intellettuali che con il cuore e sentivo un gran peso. Almeno all'inizio.
Sul lavoro, poi, le cose peggioravano e fui costretto a chiedere un sostegno economico a mio padre, cosa che feci con l'orgoglio ferito. Lui mi aiutò, come sempre, ma anche nei suoi confronti nutrivo rabbia, perché il suo unico modo per dimostrarmi affetto era sempre stato quello di sopperire alle mie esigenze economiche, non a quelle affettive. Aveva progettato che sarei diventato commercialista come lui e invece io a ventun'anni anni ho mollato tutto. Dopo aver provato a lavorare con lui e avere sfiorato l'alcolismo per la frustrazione, decisi di frequentare il DAMS, l'università che si occupa della musica, delle arti e dello spettacolo, per intraprendere la difficilissima carriera dello sceneggiatore. Davo per scontato il suo aiuto e non riuscivo a provare gratitudine.
Mio fratello era stato per tanti anni membro dell'Opus Dei, anni durante i quali ci era impossibile comunicare: lui fondamentalista della fede, io dell'agnosticismo. Però mi aveva sentito recitare Daimoku e, quando ha iniziato a stare male e a sentirsi confuso, ha recitato anche lui. Un po' di tempo dopo è esplosa la sua malattia, una depressione così forte da diventare invalidante.
Il fantasma di cui avevo tanta paura, e che avevo visto sconfiggere mia madre, si era impossessato di mio fratello. Vederlo incapace di reagire alla depressione mi dava rabbia, almeno quanta me ne dava vedere mia madre incapace di reagire al cancro. Più mi ripetevo che era un problema suo, più stavo male anch'io. Recitavo Daimoku per la sua felicità, oltre che per quella di mia madre, ma continuavo a provare una rabbia che nascondevo a me stesso e non portavo davanti al Gohonzon perché mi sembrava poco edificante. Affrontavo la vita a testa bassa, basandomi solo sulla mia enorme forza di volontà, ma tutto mi sembrava pesantissimo, compresa la responsabilità di gruppo. La mia psicoterapeuta mi consigliava di mollare, ma non capivo né cosa, né come.
Una sera, davanti al Gohonzon, forse per la prima volta, ho "portato" la mia rabbia. La rabbia verso mia madre, verso mio padre e verso mio fratello. La rabbia che mi faceva sentire cattivo. Permettendomi di vederla, attraversarla e illuminarla col Daimoku, ho potuto fare affiorare tutto il mio dolore per la morte di mia madre. E ho pianto. Ho sentito di volerle bene e che lei mi aveva voluto bene. Ho sentito gratitudine verso di lei e verso la mia vita. Qualcosa in me si era sciolto, anche se non bastava a trasformare il mio atteggiamento verso mio padre e verso la malattia di mio fratello. Ma era un buon inizio. Dobbiamo andare davanti al Gohonzon così come siamo, col cuore sincero.
Sul lavoro continuavo ad avere gli stessi problemi e mi capitò ancora di trovarmi senza soldi, ma per la prima volta, nel chiedere aiuto a mio padre, ho provato gratitudine, ho sentito che anche lui mi voleva bene e che senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a realizzare i miei sogni. Ho provato una profonda compassione per quell'uomo che, rimasto orfano di padre a soli quattordici anni, non era mai riuscito a dimostrarmi il suo affetto se non sostenendo economicamente i miei progetti, nonostante fossero lontani da quelli che lui aveva sognato per me. L'ho visto come un essere umano, con le sue debolezze e la sua forza e ho cambiato atteggiamento nei suoi confronti, aprendomi a un dialogo che credevo impossibile. Ho vinto i suoi pregiudizi e, pian piano, in seguito alla malattia di mio fratello, anche lui si è messo in discussione.
Anche tra me e mio fratello si era instaurato un dialogo profondo, cosa che era stata impossibile per tanti anni. Eppure ancora tutto mi appariva pesante e il fastidio per la sua malattia sovrastava il dolore. Mollare... ma cosa? Come?
Finalmente un giorno davanti al Gohonzon ho avuto tutto chiaro. La malattia di mio fratello mi dava rabbia e dolore. Mi sentivo impotente perché ogni mio consiglio o sostegno sembrava cadere nel vuoto. Dovevo solo renderlo libero anche di essere malato, accettarlo così com'era. Mollare il mio egoistico attaccamento alla sua sanità, sostenerlo e incoraggiarlo, praticando per la sua felicità, qualunque fosse. Mollare la mia idea arrogante di poter risolvere tutto con la volontà e con la mente che mi suggeriva le soluzioni migliori per ogni cosa e per ogni persona. Tra il capirlo e il farlo... mica facile!
Decisi allora di sperimentarlo nell'attività per gli altri: mollare la responsabilità che tanto mi pesava. Mollare, non lasciare. Di solito preparavo le riunioni di discussione studiando molti articoli e pretendendo lo stesso dai miei corresponsabili e arrivavo alla riunione come se dovessi sostenere un esame. Iniziai a non farlo più. Per prima cosa ho coinvolto gli altri membri del gruppo nella preparazione e delegavo di volta in volta qualcuno di loro ad aprire le riunioni, sostenendoli nell'approfondire lo studio degli argomenti scelti per le riunioni di discussione per fare con essi delle bellissime esperienze. Rendere ogni membro responsabile come se fosse lui il presidente della Soka Gakkai, questo volevo fare. In pochissimo tempo ho iniziato a sentirmi leggero. In un anno il gruppo è raddoppiato due volte e molti membri di questi gruppi sono diventati e continuano a diventare responsabili di altri gruppi. È una grande gioia vedere che queste persone con cui sono cresciuto sviluppano una grande fede e riescono a loro volta a sostenere altre persone che ne hanno bisogno. Sarei felice se ognuno di loro, un giorno, fosse responsabile di un gruppo.
Sono passati sette anni da quando ho iniziato a recitare Nam-myoho-renge-kyo e sono una persona migliore. Mi rialzo sempre una volta in più rispetto a quelle in cui cado. Sono riuscito a instaurare un bel rapporto con mio padre e con mio fratello nonostante la sua malattia, sostenendolo e incoraggiandolo sempre. Sento una profonda gratitudine per il Gohonzon e, quindi, per la mia vita.
Ci sono moltissime cose di me che desidero migliorare, moltissimi obiettivi che desidero raggiungere. E ogni volta che punto un po' più in alto la mia vita sembra fermarsi. Ma adesso ho la certezza che ogni problema che mi capita, anche se non ne comprendo immediatamente il motivo, avrà un senso per la piena realizzazione della mia vita perché: «Kosen-rufu progredirà grazie a individui coraggiosi che, armati di uno spirito indipendente, si impegneranno per realizzare la promessa che hanno fatto nel remoto passato. Poiché essi hanno deciso di lottare, non si lamentano. Di fronte a ostacoli sempre maggiori essi fanno emergere dalle loro vite coraggio, saggezza e potere» (Daisaku Ikeda, Giorno per giorno, 4 luglio). (G. C.)
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