L'alloro della vittoria

Di nuovo, corsie d'ospedale, medici, interventi. In quel momento, vista la sofferenza di mia madre pensai che l'università avrebbe aspettato. Ma fu proprio lei, con un filo di voce, a dirmi: «Vai Elisa! E portami l'alloro della vittoria!».

Ho iniziato a praticare nel 1995. A quel tempo, mi sentivo molto sicura di me, avevo già affrontato a testa alta un divorzio, avevo un lavoro, due splendide ragazze adolescenti e una situazione economica tranquilla. Dissi a tutti che avrei provato per un mese e che, se la cosa non dava un risultato tangibile, avrei smesso. Ma solo dopo quindici giorni, al ritmo di un'ora di Daimoku al giorno, sentii fiorire una forza nuova. Decisi di continuare. Il Gongyo e il Daimoku rigeneravano la mia vita: erano momenti preziosi e solo miei. Poco alla volta venivo a scoprire, e non senza dolore, chi ero veramente e dietro al paravento di una donna forte si nascondeva in realtà tanta fragilità e insicurezza.
Nell'agosto del 2010 vivevo da qualche tempo un momento di profonda insoddisfazione. Mi lamentavo in continuazione ma non facevo niente per cambiare le cose, anzi non riconoscendo che il problema era in me, proiettavo tutto all'esterno. Tutto ciò era ben nascosto da un atteggiamento "buonista", frutto di una cultura cattolica che mi portavo dietro. Continuavo però a recitare Daimoku con l'obiettivo di uscire da quel pantano e sentivo che ciò avrebbe portato a un cambiamento: era con me stessa che dovevo fare i conti.
Questa mia insoddisfazione si manifestò anche nel fisico: testa e collo iniziarono a irrigidirsi, senso di nausea e incapacità di reggermi in piedi. Andai all'ospedale dove dopo una TAC mi diagnosticarono un... bel niente! Un medico mi disse che avevo solo bisogno di lasciarmi andare, di far fluire la mia vita. Ma non era quello che stavo facendo? In realtà vivacchiavo, tiravo avanti. Benefici visibili ne avevo avuti tanti, ma era come se tutto ciò non contasse più, e non si trattava di ingratitudine. Sapevo che solo ricercando un atteggiamento sincero davanti al Gohonzon, avrei trovato la chiave per aprire le porte alla gioia di vivere, cosa che non avevo. Mi ero adagiata su ciò che avevo realizzato e sentivo che ciò non mi bastava più.
Cominciai a osservare la mia vita accorgendomi che avevo paura di mettermi in gioco e di misurarmi con me stessa; anzi, più vivevo nell'ombra, meglio era. Mi accorsi che mi accontentavo delle briciole. Inutile dire i fiumi di lacrime che ho versato di fronte a questa consapevolezza, ma di rimando mi prese una voglia irresistibile di recitare Daimoku e di approfondire le parole del presidente Ikeda con uno spirito rinnovato. Quelle parole che leggevo da tanto tempo, d'improvviso mi comunicavano qualcosa di diverso: possibile? Le avevo lette non so quante volte eppure ora mi sembravano diverse, sentivo la vita fluire e di essere un tutt'uno con lui. Le parole come coraggio, sfida, lotta, compassione, ora per me avevano un senso.
Tra le varie cose che lessi, ne ricordo in particolare una, tratta dalla Saggezza del Sutra del Loto, in cui Ikeda riporta l'esperienza di una donna che non aveva potuto studiare a causa della sua condizione economica. Ma quando le condizioni migliorarono, questa donna decise di mettersi a studiare arrivando infine a iscriversi all'università. Ella raccontava del periodo universitario come di un periodo di lotte incredibili e mi colpì molto pensare come questa sessantenne si fosse lanciata in una sfida del genere.
Quel racconto mi ispirò a tal punto che mi dissi: «E perché non io?». Gli studi non erano mai stati il mio forte, ma uno straccetto di diploma l'avevo. Ma cosa avrei potuto mettermi a studiare?
Visto che da tempo desideravo saperne di più sulla cultura e la storia del Giappone, all'età di cinquantaquattro anni, mi iscrissi alla facoltà di Lingue orientali di Venezia, con l'obiettivo di laurearmi entro il mio sessantesimo compleanno.
Naturalmente la mia decisione coinvolse tutto il mio ambiente: mia madre ottantaquattrenne mi scaraventò addosso tutta la sua disapprovazione accusandomi di abbandonare la famiglia per una cosa che non sarei mai riuscita a concludere. In passato fra me e lei c'erano stati grossi conflitti, questa volta capii che il motivo delle nostre dispute era che io ricalcavo esattamente i suoi passi. Mia madre era il mio specchio, per questo il confronto con lei mi faceva male. Mi accorsi che la mia non era ribellione nei suoi confronti, ma desideravo solo seguire la mia vita, provai una compassione senza fine per mia madre.
Presi in affitto un mini appartamento a Venezia. Per la prima volta ero sola, in una città diversa, con la difficoltà di ricominciare a studiare dopo trentacinque anni e con la complessità della lingua giapponese. Ho conosciuto anche momenti di depressione e la voragine dell'inutilità di tutto, quella che ti porta a pensare che niente ha senso, tanto alla fine si muore, e allora: perché sforzarsi tanto? Meno male che tre piani sopra di me c'era un Gohonzon e Andrea, il mio vicino, puntualmente tutte le mattine scendeva per recitare Gongyo insieme a me. Grazie a lui e all'attività che avevo messo in piedi nella mia casa a Venezia, riuscivo ad avere l'energia per partecipare alle lezioni e sostenere gli esami. Non dimenticherò mai i miei compagni di fede veneziani. E poi potevo parlare di Buddismo ai giovani! Ricordo che a una riunione eravamo in diciannove: quasi mezza facoltà.
Nel 2012 il mio compagno ebbe un infarto, per fortuna preso in tempo. Cambiarono gli impegni e nella mia vita entrarono corsie d'ospedale, medici, interventi e così via. Ma la mia determinazione non cambiò. Mi feci in quattro per stare dietro a tutto; stavo iniziando l'ultimo anno e dovevo frequentare i corsi di lingua cinese, mentre il giapponese l'avevo già concluso e anche con un bel ventisette! Facevo la spola tra Verona, l'ospedale di Brescia e Venezia. Non avevo più dimora, un giorno qua e uno là, incastrando misticamente orari di lezione con orari di ospedale e visite alla mia anziana madre, che ora mi incoraggiava ad andare avanti.
Arrivò il 2013 e l'obiettivo era di laurearmi entro ottobre: avevo ancora sei esami da sostenere e ce la potevo fare. Ma a giugno mia madre cadde e si fratturò femore e braccio destro. Di nuovo, corsie d'ospedale, medici, interventi operatori e in quel momento, vista la sua sofferenza e il parere negativo dei medici sulla sua capacità di ripresa, pensai che l'università avrebbe aspettato. Ma fu proprio lei, con un filo di voce, a dirmi: «Vai Elisa! E portami l'alloro della vittoria!».
E fu così che ripartii tra le lacrime, ma determinando ancora più forte di prima. Dal giorno della caduta di mia madre, avevo praticamente smesso di studiare e mi sembrava di non ricordare niente. I test d'esame si riempivano poco alla volta di reminiscenze che affioravano non so da dove e non so come. In quei momenti sentivo di essere sostenuta dalla Legge mistica: tutto ciò che avevo dato in termini di studio e attività buddista mi ritornava centuplicato.
Superai cinque esami su sei e lasciai l'ultimo per la sessione autunnale assieme alla tesi. Avevo deciso di portare come argomento la Proposta di pace del 2012 di Daisaku Ikeda.
Il 18 settembre superai l'ultimo esame, mia madre intanto migliorava anche se non camminava ancora. Il 17 ottobre mi sono laureata tre giorni dopo il mio cinquattottesimo compleanno. Ce l'avevo fatta, avevo vinto. Fidandomi dei consigli del mio maestro e con una preghiera costante, l'attività per gli altri e un severo impegno negli studi universitari, avevo potuto realizzare il mio grande progetto.
A proposito del Daishonin, Ikeda scrive: «Egli rincuora i discepoli che erano perseguitati a causa del Sutra del Loto dicendo loro in pratica di dedicare ancor più sinceramente la propria vita a kosen-rufu. Insegna che, indipendentemente dalle difficoltà piccole o grandi che possiamo incontrare, se continuiamo a seguire la via suprema potremo trionfare su qualsiasi cosa» (MDG, 2, 14).
Ora sono una donna felice, ma non è per la laurea conseguita: ho imparato che la gioia di vivere risiede nella lotta. Sensei dice che nella fede non esiste età di pensionamento e che chi si impegna per la Legge rimane giovane. La promessa che gli faccio è di vivere per kosen-rufu fino all'ultimo istante. (E. M.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Emozionante l'esperienza ,fluisce una forza vitale contagiosa e rigenerante. Grazie

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