La vita che ti diedi

Molte sono le difficoltà che sorgono quando nasce un figlio, ancor di più se ha dei problemi. Aria, bambina trisomica nata con una grave malformazione intestinale, ha portato con sé anche una gioia contagiosa.

Pratico il Buddismo dal 1993 e ho sempre cercato di fare ciò che veniva consigliato, cioè praticare correttamente per sé e per gli altri. Recitavo tantissimo Daimoku, almeno tre ore al giorno e poiché ero senza lavoro arrivai a farne anche dieci. Fu allora che conobbi Mario con il quale mi sono sposata un anno dopo e con cui ho ristrutturato il fienile di una casa in collina per andarci ad abitare.
Sono nata in Austria e ho vissuto l’intera infanzia in mezzo alla natura, scorrazzando nei prati, arrampicandomi sugli alberi e costruendo capanne nei boschi per giocare agli indiani. È stato il periodo più bello della mia vita, e dover venire ad abitare definitivamente in Italia fu un cambiamento difficile e molto sofferto. Pensavo che non avrei più ritrovato “la mia Austria” e che questo fosse ormai un sogno lontano: ebbene, la nostra casa è situata proprio ai margini di un bosco, con intorno prati e sentieri. Si sente il profumo dei fiori, della terra e gli uccellini che cinguettano felici al sole.
Dopo qualche mese di matrimonio sono rimasta incinta ed eravamo molto felici per questo. A volte durante la gravidanza pensieri strani attraversavano la mia mente: considerandoli normali, recitavo Daimoku per la felicità del mio bambino e tutto tornava a posto. Il momento del parto era vicino e questo mi spaventava molto, nonostante cercassi di non avere paura. Diventava sempre più chiara la sensazione che non tutto sarebbe filato liscio, e di pari passo aumentava anche la consapevolezza che non avrei avuto i soliti problemi che hanno le altre mamme. Però, non avendo fatto a suo tempo esami specifici, non restava altro che aspettare il fatidico giorno. Cercavo di “avvicinarmi” al Gohonzon, di recitare e studiare il Gosho. Dal momento che avevamo optato per un parto naturale, senza stimolanti, ho avuto un travaglio lungo sette ore, durante le quali recitavo fra una contrazione e una respirazione. E finalmente, il 19 febbraio 2005 è avvenuto l’incontro con la nostra bambina. Nonostante la faticaccia, a un’ora dal parto ero già in piedi con nessuna traccia di stanchezza fisica, tanto da ricevere complimenti del tipo: «Sei una forza della natura!» «Non sembra assolutamente che tu abbia partorito». Aria è bella, vivace, ostinata e molto felice di vivere. Lei ha fatto di tutto per poter vivere ed è lei a insegnarci ad apprezzare e amare la vita attraverso la sua purezza, la sua gioia e le sue sofferenze. È una bambina trisomica, al momento della nascita la sua ipotonia era vistosissima: era come tenere un golf tra le mani, non aveva alcun tipo di reazione, non riusciva nemmeno a chiudere le manine e ad attaccarsi al seno. Recitando Daimoku, mio marito le massaggiava le mani e la incoraggiava ad attaccarsi. Con grande gioia lei riuscì subito a chiudere le mani e a succhiare il latte. L’ospedale che avevamo scelto mi permetteva di stare sempre con lei, la guardavo dormire, l’accarezzavo e recitavo Daimoku per la sua vita, per la sua felicità. Al tempo stesso rivedevo la mia vita, gli errori commessi fino ad allora, le paure, i dubbi e le lamentele che mi avevano sempre accompagnata. Molte sono le difficoltà che sorgono quando nasce un figlio, ancora di più se il bambino ha dei problemi. Dovevamo cominciare ad affrontarli uno ad uno. Sentivamo forza, tranquillità e decisione: avremmo fatto il massimo per la nostra cucciola! A pochi giorni dal nostro ritorno a casa dovemmo partire di corsa per l’ospedale: nel giro di un giorno e una notte la bambina aveva fatto un calo fisiologico spaventoso. Era domenica, non c’era altra scelta che ricoverarla anche se questo ci procurava molta sofferenza. E così iniziò la lotta: ci dissero subito che le sue condizioni erano molto gravi senza aggiungere altro. Non si poteva sapere che cosa sarebbe successo. In questi momenti così terribili, durante i quali non si può capire razionalmente cosa stia accadendo, non si può né piangere né disperarsi, si può solo recitare Daimoku con tutta la forza che si ha. La mia bambina stava morendo, aveva subito un calo di oltre 700 grammi.
Aveva una broncopolmonite e gli occhi girati nelle orbite. Il chirurgo mi disse che doveva essere immediatamente operata senza perdere più tempo. Ero sola, mio marito ci avrebbe raggiunte più tardi. La situazione era gravissima, ma ero consapevole di ciò che stava accadendo. Il momento più tremendo fu quando l’avvolsero nel telo verde per portarla in sala operatoria, sapevo che la sua vita era in gioco e che avrei potuto anche non stringerla più a me.
Mi avvicinai alla sala operatoria recitando più intensamente. Sentivo di essere sostenuta in quel momento dal Daimoku di mio marito e dei nostri amici. Recitavo più che mai, non potevo permettere alla mia mente di interferire, d’altro canto non era possibile: il mio unico desiderio era che Aria vivesse. Fra me e lei si era come ricongiunto il cordone ombelicale, la sua vita dipendeva dalla mia, il mio Daimoku passava di lì, attraverso esso scorrevano come un fiume in piena tutta l’energia e la linfa della vita. Dopo circa un’ora sentii che stava accadendo qualcosa di terribile, di inspiegabile, sentivo la morte lì a un passo da noi.
Le parole del Gosho vennero alla mia mente: «Le sfortune di Kyo’o Gozen si trasformeranno in fortuna. Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora che cosa non può essere realizzato?» “No” urlai dentro di me con tutta la mia forza “Tu devi vivere! Devi vivere, devi tornare a casa, vedere il sole, i fiori, gli alberi. Devi vivere per kosenrufu”.
Quel giorno, del febbraio 2005, nostra figlia è nata per la seconda volta grazie al Gohonzon e alle abili mani del chirurgo che è riuscito a eseguire un’operazione su un corpo microscopico asportando parte del pancreas e del duodeno. Questa era la malformazione che si era manifestata quando aveva cominciato ad alimentarsi, perché prima non era stato possibile scoprirla. Quel giorno ricevemmo anche la risposta della mappa cromosomica che ci confermò la presenza di una trisomia 21 (cioè sindrome di Down). Anche se piena di tubi e tubicini, Aria stava nella culla termica, arrabbiatissima per non essere al sicuro nella sua casa. «“Briciola” ce la farà sicuramente» pensai e mi sentii pervasa da un senso di tranquillità. Io e Mario siamo stati anche molto incoraggiati da tutti i nostri amici, buddisti e non, che hanno pregato per la sua guarigione. La sua ripresa è stata velocissima e senza ricorrere a terapie intensive o ad
altre cose. Nel giro di venti giorni tutto si era risolto. Continuai a recitare perennemente Daimoku, a parlare del Buddismo a tutte le mamme che incontravo. Una signora cinese che non capiva una parola di italiano fece qualche minuto di Daimoku con me nel reparto. A un’altra mamma dissi di provare a recitare affinché i medici potessero capire la causa della malattia della figlia. Dopo poche ore i medici avevano individuato la malattia e oggi questa mamma è così cambiata da sembrare un’altra persona!
Abbiamo avuto la fortuna di poter conoscere e parlare con molte persone di lunga esperienza nel campo della malattia della bambina. All’inizio non sapevamo da che parte rifarci per poter sfruttare i suoi primi tre anni di vita al fine di darle gli stimoli giusti per la sua crescita. Abbiamo letto diversi libri e poi istintivamente le abbiamo fatto fare piccoli esercizi, massaggi, abbiamo trasformato la sua camerina in un angolo gioco nel quale si può muovere liberamente, abbiamo curato la sua alimentazione, il suo abbigliamento, l’abbiamo portata in giro e cantato delle canzoni. Poi ci siamo messi in contatto con gli specialisti: neurospichiatri, massaggiatori, l’associazione T 21, nutrizionisti, fisioterapisti, omeopati, alcuni di loro ci hanno incoraggiati a continuare così come stiamo facendo.
Non abbiamo trovato alcuna difficoltà a metterci in contatto con queste persone. Tutto questo sta arrivando proprio al momento giusto. Con la nascita di Aria tutte le nostre esperienze vissute si sono riunite e sono ritornati a galla tutti i giochi, i colori, le canzoni, la fantasia e i sogni della nostra infanzia.
Dopo sei mesi dal primo intervento la bambina ha avuto una complicazione ed è stata operata nuovamente per un’occlusione intestinale. È un tipo di malattia che non si può individuare subito, è necessario il ricovero, fare le radiografie e intervenire. Inoltre vi è la possibilità che si manifesti di nuovo, non si può sapere. Dal mio punto di vista è una lotta con il mio carattere e i miei pensieri pessimistici per riuscire a tenere sempre gli occhi aperti, per prevenire questa malattia senza doversi più trovare con questa spada di Damocle sulla testa.
Mi era stato consigliato anche di lavorare per non fissarmi sulla bambina e quest’estate una mia amica mi ha detto che avrebbe lasciato l’Italia e il suo lavoro. Ed era molto felice di lasciarmi la sua attività e così adesso ho un lavoro.
A un anno di vita «la piccola belva» sta dimostrando tutto il potere del Daimoku lasciando stupiti i neuropsichiatri: non sta mai ferma un attimo, ha un fisico da campione, chiacchiera e ride continuamente, gioca con le persone, gli oggetti e gli animali. Gattona e si drizza in piedi, si arrabbia enormemente per ciò che non riesce a ottenere, suona la campana, gioca a nascondino con il libretto e tenta di salire sul mobile. Cerca di ripetere Nam-myoho-renge-kyo muovendo le labbra: per ora riesce a dire ho e ge.
I benefici da raccontare sarebbero tantissimi, infiniti e continui. Da quel momento si è aperta una porta nella nostra vita da dove è entrato il sole che illumina e riscalda tutto ciò che avvolge. Sì, si può vivere così. (I. A.)(dati modificati)
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