Ogni cosa a suo tempo

Chi ha vissuto a pieno la propria vita è capace di vedere le cose con sguardo pacato e saggio. Soprattutto se questa saggezza è potenziata da grandi quantità di Daimoku, sincero e appassionato

Francesco a Bologna lo conoscono tutti per la sua cordialità, per la sua disponibilità: è un gentiluomo e tutti gli vogliono bene. È bello ascoltarlo, ha un modo tutto suo, particolare, di raccontare le cose, a metà tra la saggezza di una vita lunga, densa di esperienza e di generosità innata, infarcito di espressioni e detti tipici della sua terra e il carattere di una forte fede. Ha deciso di raccontare la sua esperienza e, dopo aver fatto Gongyo in casa sua, nella stanza dedicata al Gohonzon, davanti ad una bella tazza fumante di tisana ha inizio il suo racconto.

«Ho 68 anni e nel corso della mia vita ho dovuto affrontare molte prove e grandi sofferenze. Da giovane ho visto la guerra, una cosa veramente molto brutta, dovevo anche partire per un campo di lavoro in Germania. Mi avevano chiamato e non si poteva rifiutare. Io però mi sono rifugiato in montagna, dove i fascisti non venivano perché c’erano i partigiani, così sono riuscito a sfuggire. Ma non è andata bene a tutti. Molti sono morti, tanti hanno sofferto più di me. Dopo, quando è finita, ho sempre pensato che si dovesse lottare per avere un mondo migliore, perché certe cose non succedessero più, insomma che nessuno potesse mai perdere la libertà e il diritto di parola e fosse costretto a vedere distruzione, guerra, sofferenza. Per questo ho sempre avuto una fede politica molto forte, e ho sempre partecipato attivamente alle iniziative sociali della mia città.
Ho anche lavorato tanto. Un lavoro duro: costruzione e manutenzione delle strade, sedici anni a martello pneumatico. Mi sono rovinato la salute e soprattutto adesso ne sto affrontando le conseguenze. Nel 1979 ho perso mia moglie per un tumore al fegato e sono rimasto solo in casa con mia figlia minore, dato che l’altra era già sposata. L’anno dopo sono cominciati i guai con la salute: sono finito in ospedale perché non riuscivo più a respirare. Siccome fumavo molto, ho smesso di fumare ma poi nel 1983 ho fatto altri venti giorni di ricovero e un mese di convalescenza a causa di un grave eczema alle mani e al viso».

Mentre ascolto il suo racconto penso che cambiare prospettiva nel considerare i problemi, rivoluzionare il proprio modo di affrontarli, convincersi che tutto ciò che accade dipende da noi è già molto difficile da giovani e per una persona anziana deve essere ancora più difficile. Eppure conoscendo Francesco si ha subito l’impressione di una grandissima disponibilità ad accettare questo cambiamento, come se in realtà vi fosse già predisposto naturalmente.

«Nel 1983 mia figlia ha cominciato a praticare il Buddismo, così in casa mia c’era sempre un gran via-vai di gente per le riunioni del giovedì e per le recitazioni di Daimoku. Io vedevo che erano brave persone, educate, e mi rispettavano molto. Questo mi faceva molto piacere. E poi mi piaceva moltissimo ascoltare il ritmo di Gongyo e il suono del Daimoku. Lo ascoltavo sempre volentieri. Mia figlia mi ha parlato della pratica buddista, dei benefici, ma io ho iniziato nel 1986 soprattutto per queste tre buone impressioni: le persone, Daimoku e Gongyo. In quel periodo stavo abbastanza bene, non mi sembrava di avere grossi problemi da risolvere. Almeno così pensavo io. Ho cominciato con un’ora di Daimoku al giorno, spesso due, perché mi faceva stare proprio bene. Con Gongyo invece è stato difficile perché facevo molta fatica ad imparare la pronuncia e a ricordare il ritmo. Ci ho messo tanto tempo ad impararlo, quasi sei mesi, per fortuna che c’erano dei ragazzi molto gentili che venivano a casa mia ad insegnarmelo. Anche il Gosho mi piaceva perché nel Buddismo ritrovavo tutti gli ideali in cui avevo creduto per anni. Infatti tanta gente mi chiedeva: «Come fa un “compagno” a diventare buddista?». E io rispondevo che il Buddismo lotta per la pace, l’uguaglianza e la libertà di tutti gli esseri umani, che sono i miei ideali di antifascista.

È facile farsi prendere dall’entusiasmo per ogni piccola cosa Ogni cosa e dal suo grande senso di gratitudine: Francesco vive ogni avvenimento come un beneficio e trasmette subito l’importanza che per lui ha ogni persona, ogni gesto, ogni particolare.

«All’inizio, il primo beneficio che ho riconosciuto è stato che è migliorato tantissimo il rapporto con le persone. Rispettare gli altri è diventata una cosa naturale perché ho cominciato a provare una gran gioia ad incontrare tutti e vedevo che gli altri erano contenti di incontrare me e mi ricambiavano con affetto e rispetto, è stato veramente un grandissimo beneficio. Io però di benefici dal Gohonzon ne ho avuti tantissimi: nel 1987 ha ricominciato a farmi molto male il ginocchio destro che nel corso di tanti anni ero sempre riuscito a tenere sotto controllo con delle cure. Invece questa volta io seguivo la terapia, ma il ginocchio mi faceva sempre più male, tanto che all’inizio dell’88 il dolore era così insopportabile che non riuscivo più a camminare e ho dovuto comprare le stampelle. Ho cominciato a fare quattro ore di Daimoku tutti i giorni, quando potevo anche cinque, visto che avevo la fortuna di avere tanto tempo a disposizione. Gli amici mi incoraggiavano dicendo: «Coraggio, più buia è la notte, più vicina è l’alba». Io rispondevo: «A me sembra molto buia questa notte». Allora mi hanno fatto un altro esempio: «Se tu devi scavare una galleria sotto una montagna, più vai avanti più ti troverai al buio. Solo quando sarai arrivato in fondo e darai l’ultima picconata riuscirai a rivedere la luce». Così ho continuato a recitare Daimoku e a giugno sono tornato dal mio medico dicendogli che nonostante tutte le cure il ginocchio non voleva guarire e che io non ce la facevo più dal male. Lui mi ha prescritto una visita ortopedica da uno specialista del Rizzoli (Ospedale Ortopedico di Bologna n.d.r.) che dopo avermi visitato ha detto che dovevo essere operato, ma che per avere il posto in ospedale avrei dovuto aspettare sei mesi. E come facevo a resistere altri sei mesi?
Demoralizzato mi sono messo a recitare Daimoku con grande convinzione. Poi sono tornato dal medico curante che mi ha assicurato che tramite un altro specialista di un altro ospedale saremmo riusciti ad avere un posto molto più in fretta. Infatti dopo solo otto giorni sono stato ricoverato. Solo che le complicazioni non erano finite: dopo avere fatto tutti gli esami di accertamento, il primario è venuto da me e mi ha detto: «Scarpelli, non possiamo mica operarla, lei ha l’asma e non reggerebbe all’anestesia, possiamo solo darle una cura che le farà passare il dolore». E io che credevo di essere vicino alla fine della galleria me ne sono tornato a casa col ginocchio malato che dopo essere un po’ migliorato con l’ultima cura, ricominciò presto a farmi male come prima. Però non ho mai pensato che il Gohonzon non funzionasse: è che il cattivo karma deve avere il suo sfogo. Perciò sono andato avanti a fare le mie 4/5 ore di Daimoku al giorno, sopportando il grande dolore pensando con fiducia che una maniera per migliorare doveva pur esserci ed ero sicuro che l’avrei trovata. Nel marzo 1989 una ragazza era venuta a casa mia e vedendo quanto stavo male mi ha dato il numero telefonico di un dottore molto bravo che aveva curato suo padre, consigliandomi di fare un’ora di Daimoku prima di chiamarlo per avere l’appuntamento per il giorno stesso. Anche lui, guardando le lastre mi ha confermato che per guarire il ginocchio dovevo essere operato. Io gli ho spiegato che non era possibile per via dell’anestesia ma lui mi ha detto: «Non si preoccupi, io l’addormento solo dalla vita in giù, così posso farle l’operazione senza rischi». Infatti dopo otto giorni tutto era pronto per l’intervento: sono entrato in clinica e in un pomeriggio mi hanno fatto tutti gli esami dicendo che sarei stato il primo del giorno dopo. Quella mattina mi sono svegliato alle cinque per fare Gongyo e mezz’ora di Daimoku perché tutto andasse bene. L’operazione è andata benissimo e alle dieci di quel primo aprile, quando mi hanno riportato nel mio letto mi sono detto: «Ecco, finalmente sono arrivato alla fine della galleria e ho dato l’ultima picconata», era stata dura ma finalmente potevo rivedere la luce dall’altra parte. Non smetto mai di ringraziare il Gohonzon per questo grandissimo beneficio, per avere mandato da me quella fanciulla che mi ha fatto incontrare questo bravo medico. Ma non è finita qui: l’operazione è stata a pagamento e la mutua mi ha rimborsato quasi per intero. Avrei voluto guardare l’intervento mentre mi operavano, invece il chirurgo non ha voluto, per paura che mi impressionassi, così mi ha coperto. La cosa bella è che poi questo desiderio è stato esaudito, perché il 6 aprile alla televisione hanno trasmesso proprio il mio intervento per intero ed io ho potuto vederlo dall’inizio alla fine!
Non bisogna mai lasciarsi prendere dal panico e non stancarsi mai di lottare.
Pretendere i benefici subito è assurdo, per ogni cosa ci vuole il suo tempo, sarebbe come piantare un seme oggi e pretendere di raccogliere già domani il frutto. Ci vuole tempo, bisogna recitare solo con una gran fede nel Gohonzon e non avere fretta. Le cose si risolvono quando è il tempo giusto».

Francesco ha fatto tantissima attività nella ISG, la sua casa è sempre stata aperta per le riunioni e le recitazioni, per un lungo periodo era naturale incontrarlo nel giardino del Centro culturale che si prendeva cura delle rose e degli altri fiori.

«Nel 1990, quando abbiamo aperto il Centro culturale a Bologna, tutti i sabati e le domeniche andavo ad offrire il mio lavoro, soprattutto in giardino. Mi piaceva molto perché lavoravamo tutti insieme, mi dava proprio una gran gioia. Poi una sera che c’era il ghiaccio volevo dare il sale ma sono caduto e mi sono fatto male ad un braccio. Allora ho chiesto un consiglio ad un responsabile che, anche se non me l’ha detto esplicitamente, mi ha fatto capire che ero un po’ un somaro e mi ha raccontato che una volta il signor Yamazaki si è fatto male ed è andato a parlarne con il presidente Ikeda che l’ha sgridato perché faceva troppa attività. Questo per spiegarmi che certi lavori era meglio farli fare ai giovani. Allora siccome il sale bisognava stenderlo, anzichè farlo io direttamente, l’ho insegnato ai ragazzi e ho capito che potevo rendermi utile anche in questo modo: trasmettendo la mia esperienza. Visto che non facevo più lavori, un ragazzo mi ha proposto di entrare nel Coro dell’Emilia Romagna. Io sapevo di non essere capace ma ho deciso di provare lo stesso, ho cantato al Corso estivo con tutti gli altri e mi è piaciuto molto. Fare attività mi rende molto sereno per questo la faccio sempre molto volentieri, è importante stabilire delle forti relazioni con gli altri perché possono capitare dei momenti in cui si ha bisogno del loro sostegno e del loro incoraggiamento, come una volta che mi sono svegliato ed ero così giù di morale che non riuscivo nemmeno a recitare. Allora ho telefonato ad Emanuela che mi ha consigliato di fare sange e poi recitare per avere una giornata piena di gioia. Io l’ho fatto e ho avuto una giornata bellissima, magari se non le avessi telefonato non sarei nemmeno uscito di casa. E lo stesso vale per me, quando posso incoraggio le persone che incontro. I legami tra le persone che praticano sono importantissimi e il Centro culturale è il posto dove tutti si possono incontrare e recitare insieme e questo rafforza i legami sempre di più.
Sono già dieci anni che si fa attività in questa casa e sono sempre stato attento che nessuno disturbasse i vicini. Nonostante questo, nel ’92 avevamo organizzato kosen-rufu Gongyo per proteggere il viaggio del presidente Ikeda in Italia e il giorno dopo che c’erano state ventiquattro persone a recitare, ricevetti una telefonata della segretaria del padrone di casa: «Scarpelli, la gente del condominio si lamenta perché viene a trovarla un mucchio di gente che non si sa chi è e che cosa viene a fare. Bisognerà prendere dei provvedimenti». Io mi sono preoccupato molto e ho pensato: «Vuoi vedere che adesso non si può più fare attività in casa mia?», ed ero anche arrabbiato perché avevo capito benissimo chi era stato a lamentarsi. Poi mi sono ricordato quello che aveva detto Kaneda in una riunione: «Qualunque cosa accada recitate Daimoku. Dovete essere come un bambino che per qualunque problema si rivolge subito alla mamma: voi dovete fare la stessa cosa con il Gohonzon». Allora ho fatto un’ora di Daimoku ma continuavo ad essere preoccupato, così ho letto un discorso del presidente Ikeda che diceva: «Quando si presenta un problema agite con forza, coraggio e calma» e devo dire che mentre riflettevo su queste parole mi è tornato alla mente anche quello che disse in un letto di ospedale Palmiro Togliatti, subito dopo l’attentato del ’48, quando gli spararono. La gente era scesa in piazza e non si teneva più, poteva scoppiare una rivoluzione. E lui disse: «Calma, calma, calma, abbiamo ancora tutte le strade insanguinate dalla guerra, solo con la calma noi diventeremo forti e potremo andare lontano». Così mi sono rincuorato e con calma ho affrontato direttamente il problema con le persone che si erano lamentate. Mi sono scusato per la confusione, cercando di capire i loro timori e la loro reazione è stata positiva! Mi hanno risposto che con moderazione avrei potuto continuare a ricevere le persone a casa mia. Io li ho ringraziati e ho anche recitato mezz’ora di Daimoku per loro.
È che quando le cose vanno bene e uno raccoglie i benefici, arriva quasi sempre un temporale, così deve sforzarsi un po’ di più e crescere per poi raccogliere altri benefici più grandi. È successo così anche quando ho partecipato al Tozan: nel 1990 mi avevano comunicato che ci sarebbe stata questa possibilità e io ho subito pensato che non mi sarei messo in lista perché avevo troppa paura dell’aereo. Però mi dispiaceva tantissimo perdere questa grande occasione, così ho cominciato a recitare Daimoku e ho pensato: «In aereo ci vanno tutti, allora posso andarci anch’io». Così ne ho parlato con il mio responsabile di gruppo che mi ha detto che ci avrebbe provato a mettermi in lista, ma che era quasi impossibile che io riuscissi a partire perché c’era tantissima gente prima di me. Io ci tenevo troppo e ho deciso di fare sei ore di Daimoku al giorno per rientrare nelle liste dei partecipanti, ho chiesto anche sostegno ai membri del mio gruppo, però tutte le persone che mi incontravano mi dicevano: «Macchè, macchè, non puoi farcela, non illuderti». Invece io sono andato avanti, aumentando ancora le ore di Daimoku, finché non mi hanno comunicato che quel 15 novembre sarei partito anch’io! E ho recitato perché fosse un’esperienza bellissima e per avere un bravo compagno di stanza: è andato tutto perfettamente, sono riuscito a recitare davanti al Dai-Gohonzon, ho incontrato Ikeda due volte e il mio compagno di stanza si è rivelato una bravissima persona. Sono stato fortunato, il Gohonzon mi ha sempre dato tantissimo. Oggi sono completamente autosufficiente, abito da solo e non mi manca nulla, giro in macchina e vado a trovare le mie figlie e i miei nipoti, che abitano tutti fuori Bologna. La mia vita è molto bella perché oggi sono capace di pensare sempre bene: se uno pensa bene le cose vanno bene, se pensa male le cose peggioreranno. E adesso pregherei tutti i membri italiani di recitare per avere una buona salute e per la pace in tutto il mondo intero. (F. S.)
a cura di Anastasia Brandi
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