No, non mi arrendo

Una diagnosi tempestiva ha permesso l'individuazione di una grave malattia che ha colpito il marito. Un'esperienza che l'ha costretta ad affrontare le sue paure e i suoi limiti e ad "attingere al potere del Daimoku a piene mani".

Ho vissuto per sedici anni la pratica buddista all'insegna della "parsimonia", dei timori e dei dubbi. La mia profonda insicurezza e le mie incertezze erano sempre in agguato a sbarrarmi la strada.
Ma ho continuato a praticare "diligentemente" per tutti questi anni, consapevole dei benefici che ricevevo: una serena vita affettiva e di relazione, una discreta situazione materiale... ma anche (vigliaccamente) delle sfide che lo sperimentare fino in fondo il potere del Gohonzon avrebbero comportato. «Speriamo che la vita non si accorga troppo di me», mi ripetevo mentalmente cercando di prolungare il più possibile questo stato di equilibrio, non desiderando di elevarmi troppo oltre il mondo di Umanità nel quale mi ero adagiata così bene.
Ma prima o poi il dolore arriva. Per me e mio marito è arrivato in un giorno di luglio quando, in seguito ad accertamenti clinici di routine, lui, un ex grande fumatore, ha scoperto di avere un'ombra sospetta nel polmone. Così a luglio è iniziato il calvario interminabile degli accertamenti che si sono protratti con esiti altalenanti, per circa tre mesi durante i quali la speranza e la disperazione, la debolezza e la forza, la paura e il coraggio si sono alternati in una specie di cocktail impazzito. E il Daimoku, a cui pure attingevo a piene mani, con una determinazione a me sconosciuta, sembrava quasi non avere effetto: brancolavo nel buio delle incertezze e delle prospettive più angoscianti; ma non mollavo, continuavo a recitare con una volontà incrollabile, con la determinazione di chi deve farcela a tutti i costi. Mio marito, pur non essendo buddista, affrontava la situazione con uno spirito altamente positivo e con serenità, sottoponendosi a tutti gli esami diagnostici, anche a quelli più invasivi, senza modificare minimamente il suo stile di vita, aiutandomi con il suo buonumore. Dopo vent'anni insieme tendi a credere che la persona amata non ti riservi più molte sorprese e invece, per me, la sua grande forza morale è stata una scoperta e un motivo in più per rinnovare dal profondo la stima e l'amore nei suoi confronti. Finalmente arriva la risposta della broncoscopia. L'esito è negativo. L'incubo sembra finito, non c'è da fare altro che una terapia antibiotica in attesa che un nuovo controllo radiografico evidenzi l'attenuazione dell'infezione in atto. Come potete immaginare l'euforia è alle stelle; il senso di leggerezza e di liberazione sono indescrivibili. La mia gratitudine nei confronti del Gohonzon è immensa; la vita ci sorride di nuovo con tutti i suoi colori. Riscopro il fascino della normalità, del privilegio di poter vivere ogni istante privo di angoscia, come straordinario.
Purtroppo le vittorie troppo facili devono indurci sempre a un minimo di prudenza. E infatti, due giorni dopo, ci viene comunicato dal reparto ospedaliero, che sono stati fissati altri accertamenti "per vederci più chiaro". Quindi non c'è più nessuna certezza, siamo punto e a capo. Qui devo accennare brevemente al mio rapporto con il medico specialista che segue, fin dall'inizio, mio marito in questo difficile percorso diagnostico.
Nutro nei suoi confronti un forte risentimento per vari motivi: perché non ci ha informato subito della non completa attendibilità dell'esame effettuato e anche perché, invece di spiegarci personalmente i motivi di queste nuove disposizioni, ci fa informare in modo puramente tecnico dal personale ospedaliero. In certe situazioni si ha la sgradevole sensazione di non esistere come persone, ma solo come numeri, o come oggetti anonimi che hanno bisogno di riparazione.
Dopo diversi tentativi, riesco a parlargli e apprendo che, nonostante l'esito della broncoscopia a cui lui non dà nessun credito, quasi sicuramente la lesione riscontrata è di natura tumorale e che occorre proseguire con le indagini. È difficile spiegare il senso di annientamento che provo e l'amarezza di sentirmi beffata: quali sono i benefici che ho tratto dalla pratica? Quali le circostanze favorevoli che avrebbero dovuto incoraggiarmi a credere e a lottare? Un senso profondo di sfinimento e di disperazione mi assale; sono quasi sul punto di arrendermi quando vengo "miracolosamente" ripescata da una mia carissima amica e compagna di fede nonché mia consigliera da sempre. Supero a fatica la fase più critica e continuo a recitare Daimoku con rinnovato vigore, con la determinazione incrollabile che bisogna vincere a tutti i costi. Intanto l'ipotesi che si tratti di un tumore maligno prende sempre più corpo, ma si intravede la speranza che sia localizzato e, perciò, asportabile chirurgicamente. Manca ancora l'esito di alcuni esami importanti e passiamo giorni interminabili di attesa; la paura giace nel fondo del mio io, ma non prevale: una strana forza la controlla. Mio marito non perde mai la calma e l'intima fiducia che tutto si risolva bene. Il suo stato d'animo è prodigioso e comincia a farsi strada nella mia mente la convinzione che il mio Daimoku c'entri qualcosa mentre intorno a noi c'è tanto calore umano e solidarietà. Il 27 settembre dello scorso anno festeggiamo con tanti amici il ventesimo anniversario del nostro matrimonio, un appuntamento a cui non vogliamo rinunciare. La festa è per me una grande sfida, ma l'affronto con l'animo grato e commosso di chi si sente avvolto da un'ondata di simpatia e di affetto.
Il giorno seguente il medico ci telefona per informarci che è in possesso di tutti i risultati: la presenza del tumore è confermata, ma è confermata anche l'ipotesi che si tratti di un fatto circoscritto, allo stadio iniziale. A questo punto l'intervento chirurgico appare risolutivo. Mi sembra di avvertire della contentezza nella sua voce; qualcosa si scioglie dentro di me e se la forma comunicativa di questo medico lascia a desiderare, la professionalità è di grande valore, come poi vengo a sapere da più persone. Imparo che una vera vittoria non può mai essere ottenuta a buon mercato, altrimenti non ci sarebbe crescita umana e che il potere della Legge mistica si manifesta soprattutto nelle grandi occasioni in cui si gioca fino in fondo la nostra partita, senza risparmio, senza bluffare. Improvvisamente la montagna insormontabile è scomparsa; al suo posto c'è un dolce declivio che possiamo facilmente percorrere. Sento dentro di me che il peggio è passato, è cambiato il mio atteggiamento interiore, il mio modo di vivere la situazione. Sembra incredibile eppure il periodo del ricovero ospedaliero è stato "stranamente" gioioso e non solo per l'ottimo esito dell'operazione, ma anche per il clima creatosi intorno a mio marito che è riuscito a conquistare tutti con il suo buon umore e il suo calore umano. A casa, la sua ripresa è stata ottima e ogni giorno ha segnato la riconquista di un pezzo di vita.
Oltre all'immenso beneficio di aver potuto salvare la vita a mio marito grazie a una diagnosi precoce e del tutto casuale, questa esperienza mi ha fatto scoprire la cosa che mi appariva più difficile da realizzare con la pratica: conservare uno stato vitale alto in mezzo alla tempesta, percepire la stabilità del proprio io.
Ho sperimentato il mistero e la meraviglia della Legge mistica e ho oltrepassato il recinto dentro al quale le mie paure mi confinavano, per accedere a più ampi spazi di libertà, di umanità e di vita. (A. G.)
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