Karma & creatività

Dubbi e debolezze sono voci interiori che minano la fiducia in se stessi. Ma è proprio inevitabile che debbano rimanere tali? La risposta è no. Anzi, possono diventare il propellente per un miglioramento globale. Vediamo come.

Ma perché si deve sempre parlar male di quel tarlo che ci rode dentro, di quel piccolo grande dolore che ognuno ha, nascosto da qualche parte?
Così come del karma negativo, perché solo denigrarlo, temerlo, disprezzarlo?
A tu per tu con se stesso, ognuno è ben cosciente delle proprie mancanze, punti deboli, tendenze negative. E questa coscienza troppo spesso si trasforma in una sorta di rodimento interiore, che va a sommarsi alle debolezze già presenti sotto forma di ulteriore sfiducia.
Proviamo a immaginarci per un attimo senza i nostri problemi, la nostra personale «zavorra». Non saremmo neanche più noi.
È difficile, ma è pur vero che noi siamo noi anche grazie alle difficoltà che ci sono proprie. È questione di cambiare il punto di vista.
Anche nella pratica buddista individuale accade a volte di pensare che esista un’unica via d’uscita, «la» soluzione giusta. E molto tempo e molto sforzo si impiegano nell’affannosa ricerca di questa «svolta», nel tentativo di corrispondere a un’idea che abbiamo di noi. Forse ci vorremmo totalmente diversi da come siamo, e allora tutto diventa più difficile: un conto è volersi migliorare, un altro è non accettarsi proprio.
Eppure, non c’è possibilità di miglioramento se non a partire dalla nostra realtà; dai chiaroscuri che ci sono propri si possono formare infiniti disegni.
Come nell’idea del fiore del loto, che si sviluppa tanto più bello e puro tanto più è capace di utilizzare il nutrimento che gli viene dallo stagno fangoso in cui cresce, noi abbiamo la possibilità di usare anche i lati negativi in modo creativo, per inventarci una vita come piace a noi. Siamo noi che con le nostre decisioni e pensieri più profondi abbiamo modo di trasformare la vita positivamente.
Il primo passo è divenire coscienti di noi stessi, dei nostri comportamenti e atteggiamenti e della maniera in cui abitualmente si affrontano le situazioni. Non si può trasformare ciò che non si conosce. Bisogna conoscere chi siamo, le nostre radici, imparare anche ad amare la nostra storia, persino la più dura, come l’unica che ha senso per noi, il nostro inizio. E questa è un’esperienza che fa chiunque cominci a praticare il Buddismo con serietà: rivedere se stessi, riconoscere cosa siamo al momento presente e cosa vorremmo diventare.
Non sempre la scoperta è piacevole, anzi spesso occorre lasciarsi alle spalle tante idee preconcette che avevamo su noi stessi e sul mondo, e decidere di affrontare la responsabilità di cambiare noi per primi. È a questo punto che saper utilizzare quello che si è, anche le cose negative come ad esempio una malattia o una difficile storia familiare, diventa decisivo. L’ottica vincente è quella di arrivare a sentire che, come dicevamo all’inizio, quel fatto o quel problema ti hanno portato a diventare quello che altrimenti non saresti stato, e a sviluppare un’esperienza unica.
Solo essendo consapevole del valore della mia vita posso riuscire a usare ogni risorsa per andare avanti; senza partire da sé non c’è terreno su cui costruire. Viceversa, in genere si crea un rapporto di conflittualità con i nostri problemi. Li vogliamo eliminare senza avere il coraggio di guardarli in faccia e chiederci perché questo accade nella nostra vita. La difficoltà è invece proprio la spinta che ci induce, con coraggio e generosità, a provare e riprovare, sbattendo la testa fino a trovare la chiave giusta. Cercando di non cedere alle facili e comuni scappatoie che evitano di affrontare la difficoltà, quali dare la colpa agli altri perché la situazione mi mette in difficoltà, o scoraggiarsi a metà strada pensando di non farcela, e tanti altri. Dobbiamo metterci di fronte al nostro karma con un atteggiamento costruttivo e positivo, vedendo il bicchiere mezzo pieno, insomma, e non mezzo vuoto. Il karma è qui per stimolarci a creare alternative: non è un macigno che ci opprime, un’agghiacciante sequenza di colpe, ma uno stimolo a misurarci con il materiale più interessante e malleabile che ci sia: la nostra vita.
Immaginiamo Michelangelo di fronte ad un blocco di marmo. Io sono il grande artista e il blocco di marmo è il mio karma: lì dentro e dentro di me c’è tutto quello che sarò capace di tirare fuori, ma... ecco che la creatività si trasforma in un gesto pratico: comincio a scavare, togliere, alleggerire. È come se per scoprire la mia opera d’arte fosse necessario scavare sotto strati di abitudini e di reazioni automatiche, sotto paure ed emozioni antiche, sotto giudizi e pregiudizi. Man mano che scalpelliamo via pezzi di pietra-karma, acquistiamo leggerezza e vediamo delinearsi una forma compiuta. Quando sente di aver scavato fino in fondo, Michelangelo passa ad un altro blocco di marmo e continua la sua avventura, in quel “volo continuo”, che è la molla eterna dello spirito di ricerca, descritta dalle parole di Leonardo.
A pensarci bene, è proprio quello che facciamo ogni volta che recitiamo Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon: togliamo le interferenze che ci sono tra noi e la Legge della vita, cercando di concentrarci solo su di essa, al di là dei mille dubbi, strategie e idee che ci affollano la mente. Guardare in profondità è lo scopo del Buddismo: passare dal «piccolo io» legato a mille dolori e preoccupazioni, al «grande io» che esiste dentro di noi e ci dà una visione più ampia e serena delle cose.
Nel Gosho Sulla profezia del Budda Nichiren Daishonin dice: «...Abbandonare il superficiale e ricercare il profondo richiede coraggio». È a questo punto che subentra l’azione. La creatività sta nel coraggio di uscire dai soliti binari su cui conduciamo la nostra esistenza e che sappiamo che ci portano a dei punti morti. Coraggio, nei confronti del karma, è sinonimo di creatività: riguardo ai propri schemi, ai propri limiti, alle convinzioni. Coraggio di scartare certe parole che fino a ieri ci servivano e che ora ci appesantiscono, di togliersi di dosso «esigenze irrinunciabili» che ieri ci gratificavano e che oggi sono fardelli; persino di rivoluzionare il nostro rapporto con persone alle quali dedicavamo tutta la vita, a scapito della nostra crescita individuale.
Cambiare diventa allora sinonimo di ascolto di sé e di ricerca, per cominciare a nutrirci di quello che ci fa bene, dedicando alla nostra vita momento per momento lo sforzo di pensieri e azioni coerenti con i nostri desideri più profondi. Dando sempre retta a quel piccolo tarlo dentro di noi che, senza ansia o angoscia, ci segnala la strada da percorrere: addirittura un amico, che ci incoraggia a non fermarci mai.
di delia di francesco e antonella guaia
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