Le basi della fede #7/10

L’Oggetto di culto: Il Gohonzon

La parola giapponese Gohonzon è costituita da due parti: go è un prefisso onorifico mentre honzon significa “oggetto di fondamentale rispetto”.
A differenza delle altre scuole buddiste giapponesi della sua epoca, che usavano come oggetti di culto statue di legno o mandala sui quali erano scolpite o dipinte immagini di Budda o bodhisattva, Nichiren Daishonin stabilisce come oggetto di culto i cinque caratteri di Myoho renge kyo, la Legge suprema rivelata dal Sutra del Loto.
Nel Gosho è scritto: «Quando veneriamo Myoho renge kyo che è nella nostra vita come oggetto di culto, la natura di Budda che è in noi viene richiamata dalla recitazione di Nam myoho renge kyo e si manifesta.».
Scrive Daisaku Ikeda: Molte religioni della nostra epoca hanno, consciamente o inconsciamente una visione esterna dell’oggetto di culto che colloca l’entità suprema o la realtà fondamentale al di fuori dell’essere umano. Ma nel XXI secolo è necessario un profondo umanesimo che insegni che la vita di tutte le persone possiede in egual misura un aspetto assolutamente nobile e prezioso. Perciò il fatto che nel Buddismo di Nichiren l’oggetto di culto sia interno alla vita è di estrema importanza.
Al centro del Gohonzon c’è scritto “Nam myoho rengekyo - Nichiren”, a indicare che il Daishonin considerava il Gohonzon come la sua stessa vita. «Io, Nichiren, ho iscritto la mia vita in inchiostro di sumi, perciò credi profondamente nel Gohonzon. Il volere del Budda è il Sutra del Loto, ma l’anima di Nichiren non è altro che Nam myoho renge kyo.»
Nam myoho renge kyo è il nome della Legge, ma anche del Budda la cui vita è una cosa sola con la Legge eterna. Il Daishonin ha iscritto infatti nel Gohonzon la condizione vitale di una persona comune, che grazie alla fede nei cinque caratteri di Myoho renge kyo ha realizzato nella sua vita lo stato di Buddità e ha agito incessantemente per mettere in grado ogni altra persona di fare lo stesso.
Nichiren Daishonin iniziò a iscrivere dei Gohonzon per i suoi discepoli solo dopo aver superato la persecuzione di Tatsunokuchi. Fino ad allora aveva insegnato l’invocazione, il daimoku, ma non aveva rivelato l’oggetto di culto.
L’esperienza di essere sopravvissuto al tentativo di essere decapitato, (cfr. il capitolo sulla vita di Nichiren Daishonin) mantenendo fino in fondo la sua fede, anche davanti all’imminente morte, lo spinse a voler trasmettere alle generazioni future la chiave per acceder alla saggezza suprema capace di vincere sull’oscurità fondamentale, come aveva fatto lui.
Il Daishonin non parla mai di un miracolo riferendosi a quanto accadde a Tatsunokuchi, né parla mai della Buddità come di una condizione straordinaria e inaccessibile, bensì di qualcosa che noi tutti possiamo sperimentare se manteniamo una salda fede anche davanti a gradi ostacoli.
Scrive Daisaku Ikeda: «Il Daishonin rivelò il Gohonzon affinché le persone diventassero consapevoli di questa forza illimitata. Usando il Gohonzon come uno specchio dovremmo sviluppare fiducia nell’esistenza di questo potere nella nostra vita, in quella dei nostri amici e di tutte le persone. Credere nel Gohonzon significa credere che il vero potenziale di tutte le persone è la vita del Budda di gioia illimitata».
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