Il pezzo di cuore ritrovato

I figli so' un piezz'e core, detto del Sud che mi batteva in testa in un periodo in cui le cose con Gioia, mia figlia, non andavano bene: era il 2004 e il nostro rapporto non funzionava, si era solo trovato un precario equilibrio.
Nel 2002 ho dovuto affrontare una seconda separazione coniugale da un uomo che avevo amato e che amavo moltissimo per il quale, sedici anni prima, avevo disfatto la mia famiglia e avevo costretto Gioia, a soli cinque anni a subire la separazione da suo padre. Nessun ragionamento, consiglio di amici e parenti, nessun mio tentativo di "resistere" a quella follia del cuore, aveva avuto la meglio sul sentimento che provavo per lui e io mi ero sentita finalmente amata, al primo posto nella vita di qualcuno. Dopo quattro anni di relazione e due di convivenza era nato Fulvio, il mio secondo figlio, voluto con tutta l'anima a quarantun'anni.
Gioia, all'eta di dieci anni aveva dovuto accettare un altro uomo, al posto del suo amato padre, e un fratellastro. Capivo e sentivo il suo disagio ma non riuscivo a starle vicino come aveva bisogno, avevo un bimbo piccolo e già molti problemi col nuovo compagno, uomo che peraltro lei non sopportava perché lo percepiva ostile, nei suoi confronti e nei miei, e aveva ragione.
Sono stati anni difficilissimi e nel 2002 ho iniziato a praticare questo Buddismo proprio per avere una famiglia serena. Si stava ripresentando nella mia vita esattamente lo stesso violento clima familiare che avevo vissuto nella mia famiglia d'origine, ero veramente disperata. Ho iniziato a recitare subito tanto Daimoku, non meno di due ore al giorno, per sostenere lo sfascio della mia famiglia e sono andata avanti così per anni, studiando il più possibile il Gosho e i saggi del presidente Ikeda, facendo attività e shakubuku. Il giorno dopo aver ricevuto il Gohonzon con fatica e molta insicurezza accettai la responsabilità di un gruppo.
Mio marito, nel frattempo, era diventato un nemico acerrimo del Buddismo. I miei compagni di fede mi sconsigliavano di litigare per motivi religiosi, mi rendevo conto che il mio credo avrebbe dovuto unire anziché dividere le nostre vite, ma non riuscivo a fare altrimenti. Nel 2008 Gioia, all'età di diciassette anni, decise di andare a vivere da suo padre, per avvicinarsi al liceo classico che frequentava; sapevo però che se ne andava perché non ne poteva più di vivere in quelle difficili condizioni familiari.
La lasciai andare, impotente di fare diversamente. Veniva a casa due, tre volte la settimana. La pratica buddista mi faceva sopravvivere in quella bufera, stavo ancora attraversando il mare della sofferenza, ma quanto era grande questo mare? Sapevo però che lo stavo attraversando su una solida e sicura nave, quella della fede. Mi sentivo sola in mezzo alle onde e in quella situazione di emergenza non hai tempo per analizzare bene le cose: o vivi o muori. Lottavo per una famiglia felice e ciò ha tirato fuori tutte le ombre della mia vita; stavo veramente sperimentando grandi ostacoli, che si manifestavano in gravi fallimenti economici, nella malattia e morte di mio padre, senza contare le ulteriori difficoltà di rapporto con la mamma e le mie sorelle fino alla seconda separazione coniugale. Mio marito mi stava tradendo con una donna giovane e chiese la separazione, dopo un anno di matrimonio e dopo sedici anni di rapporto. Pregavo per avere totale fiducia nel Gohonzon, stavo perdendo, di nuovo, la mia famiglia. La mia sofferenza rasentava, in certi momenti, il dolore fisico, fino a che un giorno ho fermamente deciso che avrei accettato tutto ciò che la vita mi avesse riservato pur di trasformare la mia sofferenza profonda in gioia. Con enorme dolore ho lasciato che mio marito se ne andasse. Ero sola, veramente sola. Sentivo però che per costruire una famiglia incrollabilmente felice dovevo amarmi di più e creare un forte legame con i miei figli. Un pomeriggio del settembre 2004, in seguito a un mio fermo rifiuto alla richiesta di Gioia di essere economicamente aiutata a vivere per conto suo in una nuova casa, prima ancora di laurearsi, lei si arrabbiò moltissimo e andandosene mi disse che non avrebbe più messo piede in casa e così è stato. Ho passato il mio primo Natale da sola, decidendo comunque, con l'affettuoso sostegno di una mia responsabile, che avrei trascorso quei giorni volendomi bene, facendo per me tutto quello che avrei potuto fare. Ho passato tre giorni recitando Daimoku e chiedendomi quale punto dovevo cambiare dentro di me e cosa potevo fare per risolvere definitivamente il problema con mia figlia.
Di azioni ne stavo facendo tante, avevo chiesto con tutto il cuore scusa a suo padre e a lei, con una totale assunzione delle mie responsabilità, ma Gioia... niente! Nei mesi successivi ho recitato intensamente, come mi era stato consigliato, per dare fiducia a mia figlia e mi rendevo conto che io per prima non avevo fiducia in me stessa e non essendomi sentita un granché amata, non mi credevo capace di amare. Ecco... l'amore! Da tempo non avevo più Gioia nel mio cuore, l'avevo persa. Il dolore è stato talmente grande da ripiegarmi in due, e i sensi di colpa erano insopportabili. Ho deciso che avrei continuato, ininterrottamente, a recitare Nam-myoho-renge-kyo fintanto che non avessi sentito, di nuovo, mia figlia dentro la mia anima, e così è successo. Ho percepito la sua grande sofferenza, vissuta a causa mia, ho riconosciuto le mie responsabilità e ho provato per lei tanto amore, veramente grande come l'universo e fra le lacrime ho ringraziato il Gohonzon. Ce l'avevo fatta!
Era un giorno di maggio del 2005 quando, recitando, ho sentito il desiderio di telefonarle ancora una volta: «Ciao amore, sono la mamma. Magari riattaccherai di nuovo, ma non ho nulla da perdere, ho deciso di lasciare un pomeriggio la settimana per noi, se tu lo vuoi utilizzare ne sarei felicissima». Mi ha risposto: «Sì mamma, ma prima bisogna parlare».
Mi è tornata alla mente quella frase del Gosho che tante volte ho riletto in questi anni: «Non ci sono terre pure o terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o nella malvagità della nostra mente» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 5). Avevo sperimentato, ancora una volta nella mia vita, la verità del Gosho.
Dopo due giorni eravamo a pranzo fuori a parlare fitto fitto, come se ci fossimo salutate il giorno prima. È passato più di un anno, Gioia mi cerca e io cerco lei, si fa coccolare e mi coccola, mostrando per me una sensibilità e un amore profondo, dorme nel "lettone" quando viene a trovare me e suo fratello, mi chiede consigli, mi parla di sé, mi ha coinvolto nella esperienza della sua nuova casa. Lei ha il suo caratterino e io il mio, ma non mi arrabbio più con lei perché l'amo profondamente così com'è. Giorni fa mi ha detto: «Come farei senza di te?». Già... e io come farei senza di lei? (G. M.)(dati modificati)
stampa la pagina

Commenti