Missione (non) segreta

Individuare lo scopo della propria esistenza è un’impresa solitamente difficile, perché è necessario guardarsi dentro e cercare di essere sempre se stessi. Però il gioco vale la candela: solo così si può scoprire il valore di una tessera nel mosaico della vita.

In ambito buddista spesso si sente dire o si legge il termine “senso di missione”, ma questo non sta a indicare l’idea del sacrificio di sé, come forse la parola può suggerire nell’accezione della cultura occidentale. Per il Buddismo seguire la propria missione equivale alla completa realizzazione di sé.
Scoprire qual è la propria missione significa per prima cosa concentrarsi su se stessi, capire perché si è al mondo e qual è il nostro ruolo. Una delle fonti di maggiore sofferenza è proprio accorgersi di condurre una vita che non si riesce a sentire come propria, di essersi perduti da qualche parte o di non riuscire più a dialogare con se stessi.
Vuoi perché si è scelto la via più facile, o perché si permette che altri influiscano a tal punto da non poter più distinguere il proprio punto di vista: può accadere di abbandonare la difficile strada della profonda conoscenza di sé e della scoperta della propria funzione nel mondo.
Tra l’altro, a mettere i bastoni fra le ruote a volte contribuisce anche la scarsa stima nei confronti delle proprie capacità, per esempio vedere il bello già realizzato da altri, magari da un amico, o da un famoso artista ai quali, fatalmente, non potremo assomigliare mai. Eppure proprio ogni persona possiede caratteristiche così uniche e individuali che la distinguono da chiunque altro e che dunque permettono di vivere e di esprimersi in modo assolutamente originale: «Solo io posso fare quello per cui sono nato, nessun altro».
Il Buddismo esorta a non arrendersi mai di fronte ai fatti della vita, perché i modi in cui essa si manifesta in una persona sono proprio gli effetti delle proprie azioni, pensieri, parole: il karma. Se si rinuncia ad affrontare di petto i problemi e le sofferenze, essi tornano a verificarsi in eterno anche in un contesto diverso, mentre con un’azione giusta e mirata, confidando nel Gohonzon e facendo buon uso delle capacità individuali, si possono superare una volta per tutte.
La giusta soluzione è il frutto di una coraggiosa presa di posizione individuale, che permetta di agire con maturità e umanità. È necessario, quindi, “ritrovarsi” e non tradirsi mai, cioè tener fede a se stessi, a ciò che si ritiene giusto, ai propri sogni.
Ognuno ha la propria individualità, la propria personalità e possiede una vita che è insostituibile — afferma a questo proposito Daisaku Ikeda, presidente della SGI —. Pertanto è meglio che una persona sia sempre sincera con se stessa e viva con il senso della propria identità.... In ogni individuo esistono le cause e le relazioni karmiche irripetibili che lo hanno fatto nascere in questo mondo con la particolare missione che gli è stata affidata. Solo la fede nella Legge mistica consente a ogni individuo di sperimentare un risveglio gioioso e sincero a questa realtà».
Non sempre è facile “sentire” qual è questa particolarità, e come essa si debba esprimere; c’è chi nasce già con il “pallino” della musica, o di altro, e allora il campo di azione è già, almeno in parte, chiaro. Ma che dire di una persona comune, come nella maggior parte dei casi? Quante volte è così arduo decidere di fronte a una serie di svolte definitive e inconciliabili con i “sogni” della propria vita?
«Quando si parlava di missione, – dice Eleonora di Roma – tendevo ad associarla a qualcosa di veramente grande, “epico”, lontano dal quotidiano. Ora ho capito che la “propria missione” significa essere felici là dove ci si trova. Sono convinta che praticando il Buddismo tutti possono scoprire il loro giusto posto, quello che conta è la motivazione interiore».
Praticare il Buddismo del Daishonin è un validissimo aiuto per veder chiaro nella profondità della propria complicata esistenza e far emergere la forza vitale necessaria per compiere le azioni giuste. Solo attraverso un vivo desiderio di trasformazione e il costante sforzo di essere coerenti, si riesce a capire di volta in volta qual è il proprio ruolo, e a esserne felici.
Può anche accadere che, pur avendo chiaro lo scopo che si desidera realizzare, ad esempio in ambito professionale, per raggiungerlo si debbano attraversare fasi di passaggio, in cui è necessario accettare lavori diversi e apparentemente lontani da quello a cui miriamo. Questa situazione richiede pazienza e lungimiranza sufficienti per superare uno scalino dopo l’altro con impegno e forza d’animo, come salire una scala e giungere fino in cima.
«...[Leonardo] per tutta la vita rimase fedele alle proprie aspirazioni e distaccato dalle cose terrene. — spiega il presidente Ikeda — In qualunque situazione, favorevole o svantaggiosa, egli non mostrava mai interesse per valori comuni quali l’amor di patria, l’amicizia o l’inimicizia, il bene o il male, il bello o il brutto, il guadagno o la perdita [...] Continuava semplicemente ad andare avanti, inseguendo solo ciò che gli stava a cuore». Non si intende presentare in questo modo l’immagine di una persona talmente diretta al proprio scopo da diventare disumana: ma è senza dubbio importante capire che tutto parte da una forte coerenza con se stessi, la “volontà di dominare se stessi” diretta a uno scopo, di cui parlava lo stesso Leonardo.
Questo atteggiamento è senza dubbio utile perché da una parte permette di restare ancorati alla realtà, facendo vedere senza illusioni le cose così come sono, e da un’altra rappresenta uno stimolo a non lasciarsi influenzare dalle apparenze o deprimere dalle difficoltà. «Per capire la propria missione – racconta Antonio – è importante cominciare a combattere nel campo di battaglia in cui ci si trova, altrimenti si può rischiare di vederla come un ideale staccato dalla vita reale. E invece è qualcosa di estremamente concreto, molto legato al senso di responsabilità».
Ecco forse qual è la parola chiave: la responsabilità individuale. Armandosi di pazienza e saggezza, necessarie ad aggiustare il tiro e trasformare i propri ostacoli e negatività, possiamo vedere le nostre capacità svilupparsi concretamente giorno dopo giorno, invece di perseverare a tenersi dentro sogni di grandezza irrealizzati e irrealizzabili. Può succedere che all’inizio della pratica si percepisca la vera natura della nostra vita, ciò che fino a quel momento stavamo cercando e non si riusciva a esprimere. È solo con questo tipo di consapevolezza che assumersi la responsabilità della propria identità non è più un peso, ma una preziosa libertà: diventare ciò che realmente si è.
In questo modo si trova lo spazio anche per considerare le esigenze degli altri: essere coerenti con se stessi è la prima condizione per diventare un valido sostegno per gli altri tramite la propria esperienza basata sulla fede. Vi è quindi una profonda differenza tra l’idea di missione come dedizione totale agli altri, intesa come rinuncia di sé, e questo atteggiamento di comune impegno nel rendere migliore la propria e l’altrui vita. Per il Buddismo è di fondamentale importanza nel cammino verso l’illuminazione aiutare gli altri a trovare se stessi e a raggiungere la Buddità. Non è raro che, dialogando con altre persone si apra uno spiraglio nella nostra vita, si possa ritrovare il desiderio di cambiare, e vivere così un momento decisivo per la propria crescita. In questo modo è ovvio che seguire la propria missione include anche una positiva e intensa comunicazione con le altre persone, da cui in fin dei conti non si è mai separati.
Anche se l’esistenza è un fatto esclusivamente individuale, allo stesso tempo risulta impossibile circoscriverla a una questione privata. Praticando il Buddismo è inevitabile rendersi conto di quanto la propria felicità sia legata a quella degli altri, in una sorta di rete che collega una persona all’altra. Questo implica il sentire che azioni positive generano un vortice di calore umano e di solidarietà; in quanto buddisti è ancora più importante prendersi la responsabilità di migliorare le qualità personali per dimostrare la validità degli insegnamenti su cui è basata la nostra esistenza, insegnamenti che Shakyamuni e Nichiren Daishonin ci hanno lasciato con il desiderio di salvare tutta l’umanità. È proprio in questo senso che, una volta deciso di abbracciare questa dottrina, bisogna considerare la propria missione come un’idea più vasta, che comprende l’impegno per la pace e la felicità comuni.
Se è pur vero che non tutti nascono con la missione di salvare l’intera umanità, dovrebbe essere parte integrante della vita di ognuno impegnarsi perché l’ambiente circostante rispecchi il comune desiderio di giustizia, di armonia e di libertà. L’importante è cominciare da se stessi nel perseguire gli ideali e i sogni fino a renderli concreti. E se gli esiti possono risultare rispetto al previsto, non importa: piuttosto è necessario guardarsi dentro e intorno. Se, come dice Daisaku Ikeda, non si hanno rimpianti, ma bensì la convinzione di aver lottato con gioia al proprio meglio e fino in fondo, di non essere soli e di aver creato dei legami importanti, resta la soddisfazione e il desiderio di ricominciare da oggi.
Antonella Guaia
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