Le tempeste della vita

Per me essere buddista non significa far finta di non soffrire, ma è sedermi davanti al Gohonzon in lacrime, piena di rabbia e rimpianti e cercare dentro di me una spiegazione al mio dolore.

Avevo sedici anni quando incontrai mio marito: facevo la parrucchiera nel negozio di sua madre. Lui di anni ne aveva diciotto, bravissimo nel suo lavoro, mi conquistò subito. Decidemmo di vivere insieme e ci sposammo: eravamo innamorati e pieni di speranze.
Dopo due anni nacque Elio e ci sconvolse la vita perché, essendo sottopeso, aveva bisogno di controlli pediatrici tutti i giorni. Ma la nostra volontà superò ogni limite. Aprimmo un negozio di parrucchiere per signora vicino a casa. Eravamo orgogliosi di dimostrare ai nostri genitori che ce la stavamo facendo da soli. Elio cresceva bene, ma a quindici anni scoprimmo che soffriva di crisi epilettiche e la sua vita subì molte limitazioni. All'ultimo anno di liceo decise di smettere di studiare perché voleva fare il nostro lavoro. Fu una grande delusione, ma convinsi suo padre a prenderlo con noi in negozio e dopo un anno di gavetta decidemmo di mandarlo all'Accademia di Parigi. Diventò maestro di taglio e noi, felici, lo seguivamo in tutte le sue sfilate.
Quando compì vent'anni, anche se noi eravamo contrari, decise di partire per l'America. Dopo otto mesi tornò, ma non era più lui. Litigava spesso con suo padre, non si capivano più; una sera trovammo una siringa e il mondo ci crollò addosso. Parlammo tutta la notte, per capire dove avevamo sbagliato. E al mattino prendemmo una dolorosa decisione. Gli preparai una borsa, gli dissi di andarsene di casa e di farsi vivo solo quando avesse deciso di entrare in comunità. Uscì piangendo. Per un mese non seppi dove fosse. Di notte non dormivo più. Finalmente un giorno sapemmo, tramite mia sorella, che Elio aveva deciso di disintossicarsi. Quando lo vidi, dopo due mesi in comunità, non lo riconoscevo più e non potrò mai dimenticare quell'abbraccio. Elio mi ringraziò per averlo messo fuori di casa perché in quel momento aveva dovuto scegliere per la sua vita. In comunità rimase per tre anni e ritornò il ragazzo che era: pulito e con lo sguardo felice per avere ritrovato la sua famiglia. Tornò con noi e riprese a lavorare nel nostro salone; aveva una voglia di vivere incredibile ed era pieno di gratitudine nei nostri confronti. Un giorno conobbe una sua coetanea, una ragazza molto problematica, e nacque tra loro una relazione difficile che però finì. Il 12 dicembre Elio compì trent'anni, ma il 19 gli amici con cui divideva l'appartamento lo trovarono morto. Una volta mi aveva detto che senza di lei lui non sarebbe sopravvissuto. Io, Elio e suo padre avevamo vinto la battaglia contro la droga, ma perso questa, e con essa nostro figlio.
La nostra vita si fermò in quel momento. Il lavoro diventò il mio rifugio. Poi una mia amica mi fece shakubuku, andai a una riunione e fui colpita dalla libertà con cui le persone parlavano dei propri problemi. La responsabile di quel gruppo mi incoraggiò tantissimo. Lei era malata, aveva un tumore al cervello, ma sul suo viso si leggeva tanta serenità. Mi insegnò a fare Gongyo. Capivo che qualcosa dentro di me stava cambiando, cominciavo a prendere coscienza di quello che mi era capitato, anche se dentro di me avevo molto rancore e dolore. Dopo due anni di pratica decisi di ricevere il Gohonzon. Volevo profondamente, di nuovo, costruire una famiglia. Alla consegna del Gohonzon decisi di prendere finalmente in mano la mia vita, di trovare con il Daimoku il coraggio di fare la mia rivoluzione umana; volevo capire perché era capitata proprio a me la perdita di mio figlio. Recitare Daimoku non rende immuni dal dolore, ma permette di costruire legami e relazioni d'amore basati sulla Buddità.
Benché si fosse aggravata, il giorno dell'apertura del mio Gohonzon la mia responsabile era lì, e quello fu il più bel regalo della mia vita, perché sapevo quanto le era costato. Cominciai a fare shakubuku a mia volta. Mio marito non mi ha mai ostacolata: potevo fare le riunioni di discussione a casa nostra, che così si riempì di giovani e di gioia. Mi dispiaceva che mio marito non praticasse, anche se mi aveva costruito il butsudan, offriva l'acqua e la frutta davanti al Gohonzon, ma mi fu detto che abbiamo bisogno di persone come lui che lavorano dietro le quinte. Stavo ritrovando la voglia di vivere e recitavo tanto Daimoku per alzare il mio stato vitale.
A gennaio del 2002 ci dissero che mio marito aveva un tumore e che non era operabile: bisognava cominciare la chemioterapia. Mi sostenevano tutti, la mia corresponsabile in particolare, e recitavo tantissimo Daimoku. Decisi di ricevere un consiglio sulla fede, e fui incoraggiata a vincere sulla paura che provavo. Aumentai ancora di più il mio Daimoku. Leggevo spesso la frase del Gosho Risposta a Kyo'o: «Credi profondamente in questo mandala. Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone, quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (NR, 348, 18). Arrivò agosto e Mario resse bene i vari cicli di chemioterapia. Recitava Daimoku con me dieci minuti ogni giorno... era una gioia immensa! A settembre facemmo una bellissima vacanza e quando tornammo a casa per i controlli, i medici ci dissero che il tumore era regredito. Leggevo sempre il Gosho, avevo bisogno di più tempo per ricreare un bel rapporto con Mario. Lessi Il prolungamento della vita: «Un pentimento sincero sradicherà anche un karma immutabile, per non parlare di quello mutabile» (SND, 4, 87).
Erano già passati due anni dall'inizio della sua malattia, pensavamo di avere vinto. Ma nell'aprile del 2004 Mario ebbe un ictus e rimase in coma per cinque giorni. Mi affidai al Gohonzon, trovavo ingiusto che dopo una vita piena di sofferenza dovessi ancora lottare così. Non lo lasciai un attimo da solo, ma quando si svegliò dal coma, non mi riconobbe. Tutti i giorni gli leggevo il giornale, portavo delle foto scattate insieme, per fargli capire chi fossi. Fu molto faticoso, ma non volevo mollare. Mario iniziava a fare progressi, lo portavano in palestra, per farlo camminare, iniziava a mettere a fuoco chi ero; la degenza in ospedale ci fece capire molte cose. C'era un piccolo giardino dove trascorrevamo molto tempo, lui voleva sapere tante cose, mi sembrava un bambino curioso. Alla sera guardavamo i tramonti ed ero piena di gioia. Davvero non si può dare nulla per scontato, la vita è troppo bella e degna di essere vissuta in qualunque circostanza ci troviamo, anche la più disperata.
Ma il progresso di Mario non durò a lungo e lui si aggravò. Soffriva troppo, mi chiedeva continuamente di "lasciarlo andare", ero io che egoisticamente lo trattenevo qui. Il medico di turno mi fece capire che non si poteva fare altro per lui. Guardai la mia amica Anna, che era con me, e senza parlare recitammo Daimoku accanto al suo letto. Lui era in coma vigile, sentiva il suono del Daimoku e si girava verso di me: era commovente. Alle sei del mattino gli dedicammo Gongyo: avevo capito che se ne stava andando. Io e Anna andammo sul terrazzo, guardai il cielo ancora pieno di stelle. Dissi ad Anna di andare a casa. Entrai in camera e Mario mi sembrava tranquillo, non si lamentava. Decisi di rinfrescarmi la faccia e in quell'attimo provai una gioia illimitata, scossi la testa pensando: «Cosa mi sta succedendo?». Mi avvicinai al suo letto, gli bagnai le labbra, e in quel momento se ne andò, lo stesso momento in cui io avevo deciso di lasciarlo andare.
Passavano i mesi con una sofferenza indescrivibile, ma ripresi subito a fare attività buddista, il Gohonzon era la mia forza. Recitando Daimoku comprendevo meglio le mie tendenze, sia positive che negative e grazie a questo si sono manifestati anche tanti benefici visibili. Faccio volontariato come autista alla Croce Bianca e il mio compito consiste nell'accompagnare le persone, e non a caso, porto solo malati terminali e riesco sempre a incoraggiarli, tanto che poi chiedono espressamente di me. Per la prima volta sto bene con me stessa. Ho capito che la mia missione è aiutare le persone che soffrono; parlo loro della pratica buddista, mi viene spontaneo. Sto continuando la mia rivoluzione umana. È il solo modo di costruire una vita veramente felice e ricca di soddisfazione; la fede per me è una cosa fondamentale. È possibile utilizzare il dolore di un grande lutto, come quello della perdita di un figlio, per cercare di comprendere "la gioia che deriva dalla Legge" (Felicità in questo mondo, SND, 4, 147).
Per me essere buddista non significa far finta di non soffrire, ma è sedermi davanti al Gohonzon in lacrime, piena di rabbia e rimpianti, e cercare dentro di me una spiegazione al mio dolore. Non sempre trovo una risposta, ma posso sentire che la mia vita mi appartiene. Sto diventando una persona forte e sento che posso aiutare altre mamme che hanno vissuto il mio stesso dolore, grazie al Gohonzon, che è sempre lì, non "va mai in ferie". Abbiamo dieci, cento, mille vite davanti e un Gohonzon per capire come fare. (N. S.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Ti ringrazio per la tua meravigliosa storia e per questa frase:
    Per me essere buddista non significa far finta di non soffrire, ma è sedermi davanti al Gohonzon in lacrime, piena di rabbia e rimpianti, e cercare dentro di me una spiegazione al mio dolore. Non sempre trovo una risposta, ma posso sentire che la mia vita mi appartiene ...

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  2. Fantastica testimonianza di Fede!

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