La voce svolge il lavoro del budda

Come novelli Kumarajiva, i membri del gruppo interpreti traducono per la Sgi dal giapponese all'italiano. Un compito difficile per la distanza culturale tra i due paesi, ma portato avanti con grande passione. L'entusiasmo per questa attività un po' speciale ci viene raccontato da Marcella Morganti, giunta a Tokyo da San Marino diciotto anni fa, e da altri membri del gruppo.

Sono approdata nel Paese del Sol Levante nell'ottobre del 1989, dopo tre anni di pratica buddista e una laurea in traduzione e interpretariato francese e giapponese. Ho cominciato quasi subito a far parte del gruppo di traduzione per la lingua italiana. Pur avendo avuto qualche esperienza come interprete e traduttrice, nei primi tempi sentivo che le mie capacità erano molto al di sotto di quelle necessarie per affrontare un tale ruolo. Comunque ce la mettevo tutta, aiutata in particolare da Kaoru Hada [scomparsa il 25 dicembre 2002, è stata per molti anni l'interprete ufficiale in italiano, n.d.r.], che mi ha insegnato a non dimenticare mai lo scopo fondamentale dell'attività, trasmettere "il cuore di sensei".
Il primo incontro con il presidente Ikeda è stato qualche mese dopo il mio arrivo in Giappone, a uno dei miei primi corsi SGI a Nagoya. Quella mattina non avevo sentito la sveglia, presi il treno in ritardo e arrivai in fretta e furia in cabina, poco prima che il corso iniziasse. Il presidente Ikeda quel giorno aveva deciso di venire a salutare gli interpreti, e io, appena arrivata, vedendolo passare dalla cabina in plexiglas, inchinai la testa in segno di rispetto, come si usa fare in Giappone, ma anche perché mi sentivo parecchio imbarazzata. Restai con la testa giù qualche secondo e l'alzai, sicura che fosse già passato. Invece mi stava fissando con occhi sorridenti, come se mi volesse incoraggiare. Mantengo ancora vivo il ricordo di quello sguardo radioso, per me espressione di altissimo rispetto e di grande umanità. Da allora decisi di impegnarmi a fondo in quest'attività, cercando di dimostrare lo stesso rispetto a coloro con cui lavoro.
Ho capito che devo assolutamente "allenarmi" per poter essere utile in quest'attività, così ho cominciato a lavorare come interprete e traduttrice freelance in vari campi, culturali, commerciali e tecnici, accettando, e per lo più vincendo, anche le imprese più ardue e rocambolesche, a prima vista impossibili.
Secondo sensei un interprete della SGI deve possedere queste caratteristiche: un'ampia cultura ed elevate capacità linguistiche, una fede pura, la capacità di afferrare il cuore dell'interlocutore, la capacità di trasmettere con precisione il messaggio di chi parla, resistenza fisica. Ikeda ci incoraggia inoltre, definendoci i "Kumarajiva dell'epoca attuale", a parlare con convinzione, in quanto "la voce svolge il lavoro del Budda". Sottolinea inoltre l'importanza del ruolo del traduttore, che tesse "dialoghi tra civiltà diverse", i cui strumenti sono le parole, che permettono di trasmettere il cuore delle persone. [Kumarajiva (344-413): ha tradotto in cinese il Sutra del Loto, n.d.r.].
Oltre a Yuji Matsunaga in Italia, attualmente in Giappone ci sono cinque interpreti ufficiali della SGI: Hiromi, Veronica, Kenji, Reiko e io. Il nostro staff conta ormai una trentina di persone, che, nonostante gli impegni di lavoro, si dedicano a questa difficile attività. Perché difficile? Intanto la maggior parte degli interpreti è, ovviamente, giapponese e deve fare il grande sforzo di tradurre il più delle volte in italiano. Inoltre non bisogna dimenticare che il Giappone dista dall'Italia quasi 10.000 km, e la stessa distanza esiste tra le culture, le mentalità e le abitudini degli abitanti dei due paesi. Lo sforzo del traduttore di due lingue come il giapponese e l'italiano è innanzitutto uno sforzo culturale, che implica un notevole patrimonio conoscitivo.
In questi anni ho cercato di dare il massimo, recitando con lo scopo di contribuire alla creazione di un gruppo sempre più efficace e armonioso che condivida lo stesso obiettivo, kosen-rufu, e che si migliori continuamente. Sono veramente grata a sensei, a tutti i responsabili, agli amici traduttori e ai membri italiani per i continui incoraggiamenti e le grandi occasioni di crescita.

VERONICA: Sono venuta in Giappone la prima volta nel 1990, grazie a un'amica giapponese, Masumi, che mi ha dato la possibilità di venirci con lei. All'attuale Centro dell'amicizia vidi tantissimi libri, mentre noi ne avevamo pochissimi in italiano! Così, tornata a Roma, ho deciso di provare a entrare all'Istituto giapponese di cultura, e ci sono riuscita. Per quattro anni ho frequentato la scuola e studiato tra le quattro e le otto ore al giorno; dodici anni fa, poi, sono venuta in Giappone per studiare più approfonditamente. Dopo aver cominciato a fare l'attività di traduzione ho sentito che c'era tanto da migliorare: nonostante la buona volontà, spesso le traduzioni non erano in un buon italiano. Cosi, ho deciso di vedermi due volte al mese con due mie colleghe per studiare. Da tre che eravamo il gruppo è cresciuto sia numericamente che qualitativamente: prima impiegavamo due ore per due righe, mentre ora il tempo spesso ci avanza!
Per quanto riguardava la mia decisione sul dove vivere, passavano gli anni ma ancora ero incerta. Nel momento in cui i miei dubbi e le mie incertezze erano più forti che mai Reiko mi disse: «Se tu te ne vai, come faremo noi?». Per la prima volta ho sentito di essere utile qui dove mi trovo, e che la mia missione probabilmente è crescere e aiutare a far crescere gli altri traduttori, affinché i membri di lingua italiana possano prendere il massimo dai corsi in Giappone.

HIROMI: Durante l'attività di traduzione ho vissuto un'esperienza che mi rimarrà sempre nel cuore. Avevamo finito il nostro turno e mentre stavamo scendendo le scale per tornare a casa, un soka-han ci blocca e ci fa entrare in una stanza. Dall'altra parte di questa stanza si sentivano delle voci, la voce di sensei che stava incoraggiando i membri italiani. Il figlio di Ikeda, Hiromasa, ci invitò a entrare nella stanza insieme agli altri. Noi ci mettemmo tutti in fila uno accanto all'altro. Io ero molto emozionata, ma anche combattuta, perché quell'anno mi sarei laureata, ma ancora non sapevo cosa fare della mia vita: tornare in Italia oppure restare in Giappone? Ero molto confusa, e avrei voluto incontrare sensei con uno stato vitale più alto. Terminato il suo incoraggiamento ai membri, si avviò verso l'ascensore passando proprio davanti a noi. Ci inchinammo in segno di rispetto, e quando alzammo la testa sensei era ancora lì, davanti a noi. Cominciò a stringerci la mano uno per uno, e a me chiese: «In che lingua traduci?» Io risposi: «Italiano!» e sensei: «Ah, l'italiano, che bello! Brava!». Non dimenticherò mai la stretta di mano calorosa e anche il suo sguardo molto dolce, ma allo stesso tempo severo, come un padre. Dopo questo incontro ho sentito che volevo rimanere ancora in Giappone, sia per approfondire la mia conoscenza linguistica e culturale per il mio lavoro, sia per rimanere accanto al mio maestro.

REIKO: Da quando ho cominciato questa attività di interprete mi sono sempre sentita "fuori luogo", "inadeguata". A dire la verità tuttora mi sento così, ma adesso, quando provo queste sensazioni, mi dico: «Se sono qui a fare da interprete, è perché ho una missione. Questa è la mia missione e non è di nessun altro!». C'è una delle guide giornaliere del presidente Ikeda che appaiono sul Seikyo Shimbun che ricordo sempre: «"Non sono capace": questa è la conclusione di chi è troppo indulgente con se stesso. Possiamo manifestare illimitate capacità grazie al Gohonzon. Aver fede significa sforzarsi costantemente, sino in fondo».

KENJI: Una delle esperienze che non dimenticherò mai fu il primo corso della SGI in Giappone. Credo fosse il 1998. Fu un'esperienza indimenticabile, non solo per l'emozione provata, ma soprattutto per aver visto riuniti nel suono meraviglioso del Daimoku i membri dei cinque continenti. In quell'attimo, in quella sala, vidi realizzarsi le parole del Daishonin nel Gosho Il vero aspetto di tutti i fenomeni: «Dapprima solo Nichiren recitò Nam-myoho-renge-kyo, ma poi due, tre, cento lo seguirono recitando e insegnandolo agli altri» (NR, 336, 19); vidi avvicinarsi quella pace dell'umanità per cui ogni giorno noi membri della SGI recitiamo sinceramente davanti al Gohonzon.

KEIKO M.: Faccio questa attività da quasi otto anni. Sono veramente felice e mi sento onorata di farla, perché, come dice sensei, «la missione dell'interprete è veramente grande». Ogni volta che faccio il mio turno, ho nel cuore la frase del Gosho che dice «La voce svolge l'opera del Budda» (La nascita di Tsukimaro, SND, 5, 104), recito tanto Daimoku perché la traduzione che faccio tocchi il cuore degli ascoltatori e dia loro coraggio e speranza.

MEGUMI: Il mio corso inizia dalla sfida di essere presente al corso. Potrebbe sembrare banale, ma prendere un giorno di permesso in un giorno preciso non è facile nella realtà lavorativa del Giappone. Così comincio recitando tanto Daimoku e determinando di coordinare il mio lavoro con l'attività, senza causare alcun inconveniente ai miei colleghi. Qualche volta mi trattengo in ufficio nel fine settimana per concludere in anticipo tutto il lavoro. Mi rallegra il semplice pensiero di potere, con questo sforzo, incontrare gli italiani, che arrivano avendo superato molti ostacoli.

KEIKO N.: Impegnandomi in quest'attività, sono riuscita a imparare tante cose sulla fede e sulla traduzione, e a vincere il karma negativo. D'ora in poi, mi sforzerò di tradurre per sensei che mi ha dato la possibilità di impegnarmi in questa missione con ancora più sincerità e gratitudine.

SHINGO: All'inizio ero soltanto incuriosito, ma quando feci per la prima volta l'interprete al microfono, provai un grande senso di responsabilità. Grazie a questa attività ho incontrato tanti membri italiani e gli staff di traduzione, di cui percepisco il forte spirito di ricerca e l'umiltà. Ho potuto imparare la tenacia e la pazienza, dando un significato forte alla mia vita.

KAORI: Ogni volta che partecipo alle riunioni e ai corsi della SGI come interprete, nella mia mente c'è sempre il desiderio di "ripagare i debiti di gratitudine". Proprio per questo ho determinato di migliorarmi nella lingua italiana.

SILVIA: Sono arrivata a Tokyo quattro anni fa con la determinazione di fare di questo soggiorno una esperienza di valore. Nel settembre del 2003 ho partecipato a un corso di studio TIG (Tokyo International Group) e sono rimasta molto colpita dall'impegno del gruppo interpreti. Quel giorno ho capito quale sarebbe potuto essere il mio contributo a kosen-rufu.
Mi ricordo che, l'anno successivo, proprio il giorno in cui avevo un importante esame di giapponese, mi è stato chiesto se volessi aiutare lo staff interpreti SGI: un sogno che si realizzava!
In questi anni sono cambiata molto: da inguaribile fifona sono diventata più coraggiosa, più ottimista e più focalizzata a creare valore in ogni momento della giornata. Una volta non riuscivo neanche a mettere obiettivi... adesso ne ho sin troppi! (M. M.)
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