Anche al di là dell’orizzonte

Sentirsi “luminosi” e pieni di forza anche al capezzale di una persona cara che ci sta lasciando. Aiutarla ad affrontare la morte con speranza. Trasmettere solo tranquillità. E scoprirsi, alla fine, pieni di fiducia e coraggio.

Anche per lui tre anni fa ho ricominciato a praticare il Buddismo. Lui, Mauro, mio fratello, volevo aiutarlo a guarire. Il nostro è stato un rapporto particolarmente profondo, segnato da dolorose esperienze comuni: un’infezione da tifo contratta da piccoli, un’epatite, anni di tossicodipendenza. Negli ultimi anni abbiamo lottato insieme, anche se con metodi diversi, per “recuperarci alla vita”. Mauro ha affrontato l’esperienza della comunità ed è uscito dalla tossicodipendenza un anno prima di me. Io, che anni prima avevo già praticato, sono entrata in comunità dopo di lui, anch’io sono riuscita a uscire dal tunnel della droga e dopo quest’esperienza ho ricominciato a praticare.
Mauro aveva vinto brillantemente, ma il fegato era stato messo a dura prova e gli rimase una malattia, la cirrosi epatica. È morto il 27 gennaio di quest’anno, a 33 anni, quando nessuno in famiglia pensava che questo momento sarebbe arrivato così presto. In quel periodo lavoravo e abitavo all’isola d’Elba, mentre Mauro viveva a Livorno con la sua ragazza Rosalba, che adesso (grande gioia!) ha cominciato a praticare. La lontananza non è mai stata un problema: sentivo che con il Daimoku che recitavo per la sua vita, il nostro legame si rafforzava. Le volte che ci incontravamo, vedevo i suoi occhi più gioiosi che mi trasmettevano una fiducia sempre più grande. Non si decideva ad iniziare a praticare (lo desideravo ardentemente), ma mi ascoltava e senza rendersene conto a suo modo m’incoraggiava. Mauro è stato ricoverato per un’emorragia interna allo stomaco, una settimana prima di morire. Io ero all’Isola d’Elba e non sapevo niente. Erano giorni in cui avevo la sensazione che lui mi volesse vicina, ricordo che trascorsi una notte particolarmente agitata, la mattina dopo telefonai a casa ma non c’era nessuno; poi nel pomeriggio l’arrivo di mio fratello Paolo e la notizia del ricovero. I medici non davano speranze, la sua morte poteva essere molto vicina e improvvisa. Però lo volevo ancora vedere, volevo parlargli, doveva assolutamente iniziare a recitare Daimoku, così sono andata subito davanti al Gohonzon. Recitando ho sentito una forza mai provata prima che mi ha dato la certezza che lo avrei trovato vivo. Senza dubbio.
Ho recitato Daimoku durante tutto il viaggio. Più ci avvicinavamo a Livorno, più mi sentivo tranquilla. Anche mio fratello Paolo, che guidava l’auto, in seguito mi ha detto che durante il viaggio si era sentito più calmo. All’ospedale mi dissero che Mauro si era addormentato, l’emorragia si era arrestata, potevo comunque parlargli.
Durante quei giorni o ero davanti al Gohonzon o ero accanto a lui, fino all’ultimo istante, cercando di trasmettergli fiducia nella vita. In ogni caso cercavo di mangiare, di dormire qualche ora, di preoccuparmi del mio aspetto, combattevo contro la disperazione e volevo essere serena e dimostrarlo anche agli altri e infatti tutti mi trovavano “luminosa”. Mi sentivo lucida e sapevo che questo era importante, col mio Daimoku potevo alleviare la sua sofferenza e trasformare la sua vita tramite la mia. Recitando provavo forti sensazioni: prima una grande sofferenza, poi una grande gioia. Intanto Mauro aveva ripreso fiducia e speranza di vivere, grazie al nostro profondo legame avevo modo d’incoraggiare tutti i familiari e gli amici più cari: l’ambiente intorno rispondeva in maniera positiva, c’era un’atmosfera molto dignitosa. In quei giorni hanno recitato Daimoku anche Rosalba, mio fratello Paolo, il mio ragazzo Mirko ed anche mia madre, come se sentissero che era l’unica cosa da fare.
La notte nonostante la stanchezza, riuscivo a studiare gli scritti di Nichiren Daishonin e a trovare ciò che m’interessava: ho sempre fatto riferimento al Gosho, in particolare tenevo sempre con me L’inverno si trasforma sempre in primavera e mi ripetevo la frase «…cambiare il veleno in medicina…» dal Gosho La cura delle malattie karmiche. Parlare di Buddismo a tutti mi veniva naturale ed avevo la sensazione di trovare le parole giuste per toccare il cuore delle persone. Il mio rapporto con Mauro non era fatto di parole: erano sguardi e sensazioni. Sentivo di trasmettergli una grande forza perché non riuscivo a pensare alla sua morte come alla fine di tutto, ma percepivo la sua bontà, il suo amore per la vita: quello che sento anche adesso.
Ricordo in particolare un giorno che chiese di mangiare una bistecca, un sintomo di benessere che risollevò l’umore di tutti e stupì anche i medici. Un malato di cirrosi epatica in fase terminale normalmente soffre dolori atroci, si consuma progressivamente, non riesce ovviamente a mangiare niente. Il giorno della seconda emorragia di Mauro, cioè la vigilia della sua morte, io ero con lui fino a due ore prima. Improvvisamente ho sentito il desiderio di essere davanti al Gohonzon e ho recitato un’ora di Daimoku, proprio a quell’ora Mauro si è sentito male, ed anche in quel momento ho sentito che stavo facendo la cosa più importante per lui e per la sua protezione. Sono tornata subito all’ospedale quando era già stato medicato. Anche se era molto provato, gli ho parlato molto chiaramente e con molta decisione gli ho detto: «Io ho fatto tutto il possibile, ora tocca a te». Mauro ha recitato con me tre Daimoku, ne ha recitato poi uno di sua spontanea volontà: era un Nam-myoho-renge-kyo chiaro e forte seguito da un «Grazie» profondo e sincero che non dimenticherò mai. Queste sono state le sue ultime parole.
Ho vissuto gli ultimi attimi della sua vita con dentro una sensazione comunque dolcissima, la notte gli sono stata sempre vicina, insieme alle persone più care ed ho recitato fino alla sua morte più di dieci ore di Daimoku. Interrompevo soltanto per parlargli e le parole che uscivano dal mio cuore avevano un senso di eternità; gli dicevo che eravamo tutti vicino a lui e che saremo stati sempre più uniti. Non pensavo alla sua morte, ho sempre sentito e lottato per la sua vita. Gli parlavo del nuovo giorno che stava arrivando, desideravo che lo vedesse: è morto alle 9.30 del mattino, mentre nel cielo splendeva il sole! I suoi occhi non avevano lo sguardo della morte, ma un’espressione di fascino, come di meraviglia, di felicità.
In quel momento tutti i familiari erano un po’ confusi, perchè l’evidenza era quella della morte, ma l’energia che c’era era quella di una grande pace, come mi confermò mio padre alla fine della veglia. Fino all’ultimo momento gli occhi di Mauro mi hanno cercata ed ho sentito di essere luminosa e gioiosa, la cosa più importante per lui.
Mi sarà impossibile dimenticare il senso di felicità e di pace che ho provato in quei giorni.
Durante quella giornata ho comunque vissuto momenti assai contrastanti, la mia vita era un campo di battaglia tra questo senso di grande serenità e di forza, derivanti dalle molte ore di Daimoku che avevo recitato, ed i pensieri negativi, le tentazioni pessimistiche tipiche di queste situazioni. Dopo una lunga giornata passata nella camera mortuaria mi sono trovata a camminare per ore per la città, fino in riva al mare. Era come se nel vento, nel mare, nel volo dei gabbiani esistesse ancora la vita di Mauro: in quel momento ho sentito la mia vita più protetta.
La sera ho provato una sensazione improvvisa di paura e di morte, la più forte in tutti quei giorni, ma sono stata capace di reagire immediatamente, recitando tre Daimoku.
È stato esattamente in quel momento che mi sono detta «Adesso sì che ho vinto!»
È esattamente da quel momento che per me la vita è cambiata: c’è meno paura, ho molta più fiducia.
Si può perdere una persona cara che si ama, ma non il legame che con lei abbiamo creato e che ci unirà per sempre. (A. D. C.)
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Commenti

  1. profonda comprensione in ciò che ho letto grande valore anche di fronte alla morte .QUESTA è LA SVOLTA dell' essere buddisti capire il motivo dell'esistenza .

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