Il match determinante

Fin dall'infanzia ero molto introverso, timido, insicuro, ma soprattutto ero pervaso da un profondo senso di angoscia, mista a una paura di cui non conoscevo l'origine. A ciò si aggiungeva una situazione familiare altrettanto poco piacevole. Fra mio padre e mia madre regnava la disarmonia più totale, il loro rapporto era pieno di rancori e conflitti, e i loro continui litigi non facevano che amplificare il mio disagio.
Nel marzo del 1994 frequentavo l'ultimo anno di ragioneria quando Carlo, un compagno di classe, ci parlò del Buddismo di Nichiren Daishonin. Un pomeriggio mi recai a casa sua, dove era in corso una recitazione; provai anch'io, con fatica, a pronunciare Nam-myoho-renge-kyo e a un tratto sentii una gioia indescrivibile che si insediava magicamente al posto di quell'angoscia e di quella paura di cui parlavo prima. Praticai circa tre mesi e poi mollai tutto. Nel frattempo avevo realizzato un desiderio per me "impossibile": mi ero fidanzato con una ragazza. Dopo circa due anni la storia finì e nella mia vita riapparve prepotentemente l'insicurezza e quella grossa paura di affrontare la vita. Ricominciai a praticare ad aprile del 1996 ed ebbi subito la sensazione di rinascere. Ma in quel periodo conobbi tantissime persone e purtroppo, tra queste, alcune poco raccomandabili. Così, per provare nuove esperienze, iniziai a fare uso di sostanze stupefacenti e smisi di praticare, illudendomi di risolvere con la droga i miei problemi. Dopo circa due anni, quella paura che tanto abilmente avevo nascosto, soffocato o meglio assecondato, esplose nella mia vita con la potenza devastante di un ciclone.
Per mia immensa fortuna aveva da poco iniziato a praticare mio fratello Franco, che mi protesse e sostenne con il suo Daimoku durante tutti i duri anni della mia malattia, fatta di crisi depressive, crisi distruttive per me e per gli altri, deliri e stati di allucinazione. Nonostante versassi in quella gravissima situazione, rifiutavo e­ner­gicamente ogni tipo di cura ed ero convinto di essere la persona più normale e sana del mondo. Anzi prendevo in giro coloro che mi circondavano continuando ancora a fare uso di sostanze stupefacenti senza farlo trapelare e illudendomi di potere andare avanti così.
Tirai avanti per circa tre anni, fino a quando due amici buddisti mi trascinarono letteralmente da un medico, che riscontrò un profondo disagio psichico che rasentava la pazzia. La diagnosi fu: schizofrenia o disturbo bipolare. In quegli anni Franco e molti amici buddisti recitavano per proteggermi, anche per intere notti, quando le crisi si ripresentavano, il che avveniva ciclicamente. Mi fu consigliato di non recitare Daimoku, in quanto non ero in grado di sopportare e gestire il malessere che la recitazione amplificava. In seguito, con le dovute cure mediche potei riprendere a recitare Nam-myoho-renge-kyo, anche se con grande fatica e sofferenza. Allora chiesi un consiglio nella fede e mi fu risposto: «Questa malattia è il tuo avversario, per cui calza i guantoni del Daimoku e attaccala senza paura e a ogni costo!».
Ancora una volta determinai, anche se con una sofferenza inimmaginabile, che quel match l'avrei vinto io. Nell'arco di tutti quegli anni - circa dieci - le crisi psicotiche hanno avuto la cadenza di una o due l'anno. Ogni crisi durava circa un paio di mesi. A volte non dormivo anche per un intero mese. Ma erano sempre meno pesanti, come se stessi pagando a rate un grosso debito fino a estinguerlo. Ho praticato per anni senza credere neanche un po' che ce l'avrei fatta a superare completamente il problema. Sia perché i medici non erano per niente convinti, sia perché il decorso di queste malattie è molto lungo e toglie completamente spazio alla fiducia.
Dopo anni, da mia madre mi fu confidato che i medici non le davano alcuna speranza di una completa guarigione. Capivo che recitare solamente non era sufficiente, conta molto il comportamento nella vita quotidiana per costruire qualcosa di positivo. Mi sforzavo in questa direzione, riportando davanti al Gohonzon quello che di negativo si manifestava nei pensieri e nel comportamento.
A marzo del 1997 decisi di sostenere gli esami buddisti. Fra i tanti scritti che approfondii, una frase del Sutra del Loto, che ripetiamo in Gongyo, mi colpì in maniera particolare: «Adesso lascerò qui questa buona medicina. Prendetela, e non temete che non vi guarisca» (SDL, 300). Ikeda spiega che la buona medicina è il Gohonzon e "prenderla" significa recitare Daimoku. Così decisi con maggiore consapevolezza di sperimentare il potere di questa "medicina" e guarire definitivamente dalla malattia. Nel dicembre dello stesso anno ebbi l'ultima crisi e da quel momento in poi cominciai a vivere normalmente.
Ad aprile del 1999 mi sposai e a settembre dello stesso anno nacque mio figlio Roby. Questi due eventi, che agli occhi di molti sembravano una cosa normale, per me furono, come dice il Buddismo, la trasformazione dell'impossibile in possibile. Ma c'era ancora il problema di relazione con mio padre che, pur essendo migliorato, non era risolto. Recitavo costantemente Daimoku per la felicità della mia famiglia, soprattutto per mio padre, con il quale ho sempre avuto un rapporto conflittuale in quanto inconsciamente addossavo a lui la responsabilità di tutti i miei problemi. Il 22 maggio 2001 ricevetti una telefonata di mio zio: il cuore di mio padre si era fermato. Iniziò per me e la mia famiglia un periodo di grosso smarrimento, però sentivo che tutto il Daimoku e l'attività che io e Francesco avevamo svolto negli anni precedenti ci avrebbero sostenuto e aiutato a superare un evento così doloroso.
Non è facile accettare la morte di un genitore. Mi incoraggiavano i discorsi del presidente Ikeda, soprattutto quando spiega che il raggiungimento della Buddità da parte di un figlio si trasmette simultaneamente ai genitori anche se defunti. Mio padre aveva sempre provveduto a risolvere tutti i problemi di noi figli, tenendoci lontani da ogni responsabilità, per cui la sua morte fu un'occasione, anche se obbligata, per intraprendere un nuovo percorso da protagonisti. Era un costruttore, e fra mille sforzi e sacrifici aveva messo su una ditta edile che ora noi figli, anche in mezzo alle difficoltà, stiamo portando avanti.
Mentre cercavo di scrivere quest'esperienza, un compagno di fede mi ha invitato a ripensare più profondamente al mio rapporto con mio padre. E, recitando Daimoku, ho sentito di ringraziarlo, come mai prima, per il solo fatto che grazie a lui io ero nato come essere umano. Dopo qualche giorno è uscito un articolo su diversi quotidiani, che riguardava le minacce camorristiche rivolte contro di lui poco prima di morire. Mio padre aveva avuto non solo il coraggio di non piegarsi, denunciando la vicenda ai Carabinieri, ma anche quello di non coinvolgere la famiglia nella sofferenza di quei giorni difficili. Grazie a quest'evento è come se avessi scoperto per la prima volta il suo valore e la bellezza del suo cuore. Le persone che lo avevano minacciato sono state tutte arrestate e condannate a pene severe.
Ho passato questi ultimi venti anni della mia vita incolpando a turno mio padre, le donne e la Soka Gakkai di tutti i miei problemi, limiti, guai, malattia ecc. Oggi posso dire che tutte le sofferenze della mia vita mi hanno permesso di sperimentare il potere del Gohonzon. (N.I.)(dati modificati)(foto di Giulietta)
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